Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Perché non funzionano i libri digitali a scuola

Illustrazione_Casano_1

di Antonietta Casano

Era meglio il cd, lo infilavi nel lettore e lo sfogliavi. La grande energia che in quest’anno ho dovuto impiegare per sostenere l’andata a regime del registro elettronico nella mia scuola mi ha portato prepotentemente a riflettere su alcuni aspetti della digitalizzazione che avevo messo a tacere ma stavano lì, in attesa. Fin dai tempi delle mie prime esperienze di docente tecnologicamente modificata mi sono posta una domanda: nello spazio illimitato e reticolare della rete, è più conveniente che la scuola utilizzi ambienti virtuali aperti o chiusi? Ed in quest’ultimo caso: che tipo di ambiente chiuso?

E mentre in questi anni sperimentavo piattaforme di vario tipo (da Docebo a Moodle), aprivo e gestivo con i ragazzi blog e siti, amministravo il sito della scuola (meglio con la registrazione degli utenti o tutto aperto e fruibile?), avveniva la rivoluzione del libro di testo con le estensioni digitali (segui qui una panoramica di voci).

Partiamo dalla realtà: un bambino di 10/11 anni acquista e gestisce 12/13 libri di testo cartacei con i relativi apparati digitali. Deve registrarsi su tre quattro piattaforme diverse. Scarica sul suo PC e poi anche sul tablet o smartphone la app, registra il libro in suo possesso con il codice (se non è parzialmente illeggibile sull’ologramma; se non si è accidentalmente persa la cartolina col codice contenuta nel testo), scarica di volta in volta e più volte, capitoli, parti… poi si associa alla classe virtuale del suo docente, nella quale entrerà per fare compiti, esercizi, visionare materiali di lavoro… Se la sua scuola ha una piattaforma educativa, deve registrarsi anche lì (oppure può essere il registro elettronico stesso a fornire un pacchetto completo con classi virtuali). Questo gli servirà per accedere ai corsi on line organizzati dai suoi insegnanti (che forse ne hanno creati più d’uno, per ogni ambito disciplinare) e magari c’è anche qualche prof che sperimenta  l’uso dei social nella didattica e così bisognerà frequentare altri spazi. Tutto questo potrebbe essere utile, accettabile, funzionale, se… Non c’è il rischio di frammentare e chiudere in steccati troppo rigidi quello che nella natura della rete è fluido e aperto?  L’osservazione più ‘banale’ è che i docenti che usano questi mezzi sono così pochi da non doversene preoccupare.

Intanto libri di testo, per obbligo, sono nella rete con i loro apparati ed estensioni e con le loro tortuose strade di accesso; molti docenti chiedono corsi di “formazione per l’uso dei libri digitali”. Quindi sto meditando per capire fino in fondo se mi interessano e quanto possano essermi utili. Le case editrici, hanno ovviamente un punto di vista differente: offrire un prodotto che crei un legame di dipendenza forte del consumatore e proteggere i propri contenuti, ridurre il fenomeno dell’usato e del riuso. È la stessa strategia del software autore legato alle LIM, o dell’editoria digitale (reader dedicato, ambiente di acquisto e consultazione….) per fidelizzare i clienti.

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Con i ragazzi uso da sempre tanti servizi web, loro sanno bene che devono registrarsi per accedere, bastano pochi attimi. Molti, da Prezi a Scratch ed altri ancora, tali strumenti permettono loro di lavorare in modo condiviso, a volte rielaborando e rimanipolando materiali già esistenti.
Il dibattito sui  contenuti educativi aperti mi interessa. Al di là dei mooc, che per i ragazzi e bambini del primo segmento di istruzione sono forse poco idonei (ma perché non parlarne?), cosa può servire veramente ad un insegnante e ai suoi ragazzi? Per quanto mi riguarda, mi stanno stretti i percorsi o gli oggetti troppo conclusi, quelli da fruire, per intenderci. Mi interessano invece le risorse aperte e manipolabili, riutilizzabili. Il learning object per eccellenza, secondo me, è il prodotto del ragazzo che, da solo, in gruppo, in coppia, molto più raramente con la classe, mette insieme per costruire la sua fetta di conoscenza. Anche il docente organizza i suoi materiali, ma li vedo come brevi pillole di invito, presentazione o riepilogo. In quest’ottica mi servono spazi ben organizzati e indicizzati con risorse aperte, semilavorate, facilmente accessibili. L’indicizzazione diventa fondamentale per ottimizzare i tempi di ricerca. Per fare questo, come dice Andrea Patassini:

serve uno sforzo comune nel tentare di individuare: 1 – Degli ambienti open capaci di offrire tutto questo (per molti la risposta più ovvia è Moodle, io ho seri dubbi nel considerare questo ambiente adatto alle esigenze didattiche di oggi); 2- Un intervento forte e concreto da parte del MIUR nell’invitare scuole, insegnanti e studenti a prendere la via dell’open. Ma per far questo emergono altri nodi da risolvere

Anch’io non credo che Moodle sia la soluzione e la seconda osservazione mi pare conduca in un vicolo cieco. L’open nella scuola stenta a decollare (per non parlare delle segreterie), persino alcuni libri digitali, in locale, non girano su Linux. Ho seguito i percorsi di tanti colleghi con cui condivido dubbi ed esperimenti, per esempio Anna Rita Vizzari, grande anche nelle scelte “solitarie”. Nella sua intervista e nelle chiacchiere che abbiamo scambiato su Facebook mi ha colpito la sua affermazione di sentirsi in “debito” nei confronti delle famiglie, di sentirsi pressata per il fatto che i suoi prodotti “sostitutivi” devono essere “all’altezza” del testo di geografia che ha deciso di non adottare. A questo sentire voglio aggiungere il mio che va in un’altra direzione. Anch’io mi sento in debito nei confronti delle famiglie perché hanno acquistato un libro che in classe usiamo pochissimo. Perché l’ho scelto? Ho ritenuto corretta l’obiezione del mio dirigente che si preoccupa di “salvaguardare” un diritto degli alunni: quando propongo in solitario di non adottare uno o più testi, lego la scelta alla mia persona; se dovessi assentarmi, potrebbe diventare un problema “l’incognita del sostituto”.

Ho cercato di scegliere almeno il libro più economico o addirittura il più leggero, ma il range di prezzo non varia e neanche il numero di pagine. Comprare solo la versione digitale del testo? Ho fatto due conti: se un genitore che non lo possiede (e ci sono ancora tante famiglie che non lo posseggono) deve acquistare un device, un abbonamento alla rete e i libri digitali, risparmia?

Questo è l’esempio campione di tre testi in adozione nella mia classe prima:

Grammatica testo completo (carta +web) 26,00 – (solo digitale)18,00

Antologia (carta +web) 23,00 – (solo digitale) 18,00

Matematica (carta +web) 22,50 – (solo digitale) 18,51

con queste limitazioni:

Consultazione: Consultabile fino al 31/12/2038

Stampa: stampabili 10 pagine

Copia digitale dei contenuti: Non Permessa

Se scegliessi la formula solo digitale il risparmio sarebbe in media di circa 5 euro a testo per quelli più cari; volendo generalizzare per i 13 testi in uso 65 euro: l’impresa non vale la spesa.

E così mi sento in debito anch’io nei confronti delle famiglie dei miei alunni, hanno acquistato dei libri e io li uso poco: ho iniziato l’anno con un po’ di storia della lingua italiana (nasce da una curiosità della classe, va bene con la progettazione, c’è anche sul testo) ma sul libro non ci sono tutti i testi che mi servono, la rete mi permette di trovarli e condividerli; poi iniziamo la partecipazione al progetto TwLetteratura, leggiamo Pinocchio (nella Edizione Critica edita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi liberamente messa a disposizione) e lo stesso stiamo facendo per la poesia; leggiamo come testo in classe un libro di narrativa (senza apparato didattico); abbiamo già sfruttato (a costo zero, perché i libri sono miei) la lettura vicariale di Viki che voleva andare a scuola e Per questo mi chiamo Giovanni, per la riflessione sulla lingua costruiamo insieme gli esercizi sui documenti Google, dove condividiamo anche le osservazioni e le mappe riassuntive.

Siamo già a marzo e ogni tanto, giusto per mettere a tacere la coscienza, assegno una lettura da fare con comodo a casa, dal libro di testo.

4 commenti su “Perché non funzionano i libri digitali a scuola

  1. pporcaro
    2 aprile 2015

    2 domande:
    – per quali motivi Moodle non sarebbe adatto alle esigenze didattiche di oggi?
    – come ha risolto le questioni di privacy e condivisione dei dati personali di minori su database esterni alla scuola (e in alcuni casi esteri)?

    1 perplessità:
    – l’argomento “incognita del sostituto” mi sembra debole; senza citare l’abusato esempio di Salvatore Giuliano -DS dell’Istituto Majorana- basterebbe archiviare i materiali didattici prodotti nel corso dell’anno e renderli disponibili, unitamente al piano delle lezioni, per l’anno successivo. In pochi anni si creerebbe un database di lezioni sufficiente a rimpiazzare qualunque libro di testo “classico” ed a soccorrere lo spaesamento di qualunque eventuale “sostituto” (che immagino vi sia anche ora, visto che il libro di testo non viene utilizzato quasi per nulla).

  2. Pingback: Interviste incrociate su didattica e tecnologie -

  3. Paolo Scorzoni
    4 aprile 2015

    Condivido la filosofia di questo articolo.
    Per fare scuola bisogna lavorare in ambienti aperti.
    Le soluzioni sono ancora difficili da trovare, ma anche le case editrici di libri scolastici sono di fronte a in bivio.
    L’esperienza di “book in progress” le potrebbe mettere seriamente alla prova.
    Paolo Scorzoni

  4. Pingback: Libri digitali e inclusione | Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

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Questa voce è stata pubblicata il 1 aprile 2015 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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