Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La storia nel selfie

di Roberto Maragliano

Chi fa selfie e chi dice le peggio cose a proposito di chi fa selfie. Sembrerebbe non esserci una terza via, al di là di quella battuta dal consumista e dell’altra praticata dal moralista.

Eppure c’è, una via diversa, e ho cercato di individuarne alcune tracce in precedenti post: Autoeducarsi al selfie. La pedagogia e Educarsi nel digitale.

Ora si tratta di aggiungere ulteriori elementi di riflessione e di indagine che siano utili a chi, correttamente, si pone il problema di comprendere il significato di quel che fa o vede altri fare. Fermo restando che un simile approccio lo si dovrebbe adottare sempre, o quasi sempre, se ci si occupa di questioni educative: l’approccio, chiarisco, che fa cogliere nei fenomeni di massa la risposta ad un corposo bisogno o comunque ad un corposo significato altrimenti inespressi, e che, conseguentemente, fa rifiutare il marchingegno interpretativo secondo il quale non solo la risposta, ma la stessa domanda sarebbe totalmente indotta dall’esterno sulla povera vittima, resa ancora più passiva da questa invadenza e dalla conseguente dipendenza.

Troppo facile e sterile pensare che sia la macchina a far sì che diventino meccaniche le nostre condotte, ben più impegnativo e produttivo è indagare sulla componente meccanica di noi stessi, sul quel desiderio di appropriarsene, dunque di automatizzarsi, dunque di farsi automi (senza pensarci troppo e senza pensare troppo) che l’uso della macchina porta a galla e, a suo modo, legittima. Sappiamolo, il bisogno di muoversi al di là dei classici steccati tra i saperi non è una pulsione perversa prodotta dalla rete e dai dispositivi che fanno stare in rete, corrisponde piuttosto ad un bisogno inscritto nel profondo, che fin qui non aveva avuto modo di manifestarsi e che la rete ha reso esplicito e contribuisce ad alimentare: ammettendo che Internet ci renda scemi (come dice il titolo italiano di un saggio tanto presuntuoso quanto sciocco), è giocoforza ipotizzare che la sua fortuna stia anche in un desiderio diffuso (ancorché inespresso) di scemenza. Che dire allora del selfie? Quali istanze porta a galla, a che parte di noi stessi (e non solo di loro, di quelli che fanno selfie) “dà ascolto”?

Ho provato a imboccare questa strada, invitando nei due post su linkati a prendere sul serio il fenomeno: l’ho fatto suggerendo, prima, qualche itinerario attorno a concetti come “specchio”, “testa”, “corpo”, “identità”: concetti, ripeto, e non “cose”, dunque strumenti per “riflettere” (termine quantomai appropriato in tale contesto); e proponendo, dopo, di liberarci, noi tutti, di schemi che nulla dicono del mondo, esterno o interno che sia, come quelli che associano “successo” e “moda” a “esibizionismo”, “egocentrismo”, “narcisismo”, ecc.

Qui introduco qualche altra pista, partendo da due letture impegnative di matrice storica (chi l’ha detto che per capire cose banali, come sarebbe il selfie, occorrono schemi banali?), e approdando ad un gioco di rete.

il libro eraIl secondo capitolo di un saggio tanto importante quanto negletto (almeno qui da noi), Il libro era lì. La lettura nell’era digitale, di Andrew Piper, canadese, libro negletto perché seriamente impegnato a mostrare quante e quali sono le sedimentazioni storiche con cui fanno leva tanti nostri “giudizi” sul bello della carta, accosta i due termini di “face” e “book”. Il suo intento è mostrare che anche il libro ha una sua faccia (non ha caso a identificarlo c’è un “frontespizio”) e che storia dell’aggeggio libro e storia del volto raffigurato si intrecciano intimamente, proprio come la vicenda storica del leggere e quella del guardare rimandano l’una all’altra, fino al nostro attuale “te lo leggo negli occhi”. Strappo di lì e propongo  un solo brano, ma il saggio va ben oltre, andrebbe letto tutto per intero, meditato, postillato e anche attentamente guardato (per la miriade di preziose immagini che riporta): “Diversamente dalla scatola nera della silhouette bibliografica, il profilo digitale è la somma di altri ego. Dalla nozione freudiana di ‘ego’ (decisamente libresca), con la sua curiosa struttura tripartita (ego, superes e superego) ormai dovremmo passare a parlare, più propriamente di una ‘ecologia digitale’, o dell’ego ecologico. Dietro il volto libresco c’era solo un vuoto inquietante. Dietro il volto digitale giace invece il grafo, il nuovo inconscio ottico … Al libro come finestra – al vedere attraverso i libro – si sono sostituiti social network simili a metalabirinti di sguardi reciproci … Al fondo dei social network c’è un nodo che non è meno significativo della pedagogia della distanza mentale che troviamo nei libri e secondo la quale, alla fine, non si può conoscere l’altro per intero”.

Insomma, se inquietante è il multivolto che viene fuori dal compulsivo ritrarsi con l’attrezzo digitale, non meno inquietante è la propensione, da parte del singolo volto riprodotto sul libro (si pensi a certe foto dell’autore riprodotte in quarta di copertina e ai significati di cui le si carica), a dire tutto, senza peraltro riuscirci.

facceA questa notazione sembra fare eco il ragionamento proposto da un altro saggista, questa volta tedesco: l’Hans Belting, che in Facce. Una storia del volto,  altro testo fortemente impegnativo, muove dalle maschere del teatro antico e attraverso la ritrattistica dell’età d’oro della pittura giunge al cinema e alla rete odierna, esplorando i diversi modi che nel tempo l’uomo si è dato per fissare l’immagine di sé e, di conseguenza, immobilizzare anche il sé. Impresa impossibile. Le cyberfaces, sostiene Belting, portano ad una conclusione che certamente ha ancora del provvisorio l’evoluzione, iniziata con l’avvento stesso dell’uomo, del volto in artefatto. Tutto ciò rende ancora più esplicita di quanto non fosse un tempo, ma nella tradizione pittorica questa c’era, eccome se c’era, la dinamica tra “volto naturale” e “volto di ruolo”, e il suo essere espressione di un movimento in cui è dato cogliere più che il bisogno di possedere e far vedere un volto quello di essere rappresentati e dunque di mostrare chi e che cosa si è. Del resto, nella maggioranza dei selfie ci si ritrae in un luogo, in un contesto, in un qualche modo in un ruolo: in una situazione, insomma, dentro la quale i metadati hanno valore pari o superiore ai dati stessi, quasi a voler certificare  “sono io, qui, in classe”; “sono io davanti al Colosseo”. Maschera e volto, dunque, verso un’impossibile composizione: come è sempre stato, e come ancor più è nell’oggi del turbinio incessante degli autoscatti. Per quanto lo si voglia ritrarre, il sé si ritrae sempre, e lascia il campo alla maschera.

Devo ancora fare un passaggio. Più leggero, ve l’assicuro, dei due precedenti. Anzi, tutto da godere, tenendo ferma la mente e in mobilità solo gli occhi. A suo modo, funge da prova della tesi che ho proposto nelle righe precedenti: quella che porta ad identificare, nella profondità dei tempi e in quella delle motivazioni umane, l’origine di movimenti che schemi  fortemente inquinati di ideologica indurrebbero a leggere nella chiave di “inevitabili conseguenze della tecnologia digitale”. Non ha bisogno di presentazione, la galleria che vedete qui sotto. Basti dire che sono le più recenti immagini poste sulle pareti di bit del collaborativo e dinamico Museum of Selfies. Poi, la prossima volta, la conclusione di questo viaggio dentro la serietà dell’autoritratto digitale.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

3 commenti su “La storia nel selfie

  1. soudaz
    2 aprile 2015

    L’ha ribloggato su Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)e ha commentato:
    selfie

  2. lantichi
    2 aprile 2015

    L’ha ribloggato su lantichi.

  3. iSerrao
    4 ottobre 2015

    L’ha ribloggato su elisabetta serrao's blog.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 aprile 2015 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , .

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