Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Il bambino e lo smartphone

di Alessandro Mastromarino
mastro1Richiamando una piacevole serie di analogie di Andew Piper, nel suo Il libro era lì, anche io apro questa parentesi  sulla relazione bambino smartphone/tablet con un richiamo alla mia vita famigliare.
Prima di diventare padre pensavo che un eventuale figlio non avrebbe mai e poi mai toccato il telefono o il tablet almeno fino ai 6 anni, e non mi potevo sbagliare così tanto. La sera, quando la mia piccola non si vuole mai addormentare abbiamo un momento tutto nostro, a volte fatto di favole per quanto riesca già a capirle, a volte fatto di video (opportunamente scelti) che la accompagnano verso il sonno.

Questa riflessione viene a seguito dell’incontro al Goethe Institute di Roma, tenuto da Ilaria Tontardini, membro dell’associazione culturale Hamelin e tutor didattico alla Scuola di Psicologia e Scienza della Formazione di Bologna, dal titolo “Dal libro alla app. Racconto di una trasformazione” (nel link trovate maggiori dettagli).
Il punto iniziale è lo strumento digitale, qualunque esso sia, nella vita di un pargoletto di nemmeno 2 anni. Se si prova a googolare “bambino e smartphone” nella stessa ricerca, si dà vita ad una serie di relazioni maligne e perverse che sembrano regolare il rapporto tra i due soggetti della ricerca, fra schermi che fanno malissimo agli occhi, associazioni di pediatri che dichiarano  “il telefonino a 12 anni”, e ricerche provenienti dagli Stati Uniti dove il tablet è utilizzato, dai bambini al di sotto dell’anno, più del ciuccio.
Effettivamente non è incoraggiante. Un genitore, quindi, come si dovrebbe comportare in questa relazione? Spesso, quando la sera torno a casa, sono costretto a accendere nuovamente il computer per terminare un lavoro, a stare al telefono, ad inviare messaggi; questo è il modello (certamente non il miglior modello) di padre che per qualche ora la settimana mia figlia osserva, non certo con felicità. Mettendoci dal suo punto di vista non sono il solo: vede la mamma che chatta con le amiche (quando non è indaffarata nelle mille faccende che gestisce, Sante Mamme!), i nonni che le lasciano prendere il telefono, i nostri amici e parenti che lo hanno sempre in mano, la radio della macchina (che ha uno schermo touch), un mondo davanti uno schermo indaffarato a toccare muovere parlare e guardare, e lei? Anche lei suppongo voglia far parte di quel mondo di toccatori, ascoltatori, guardatori, utilizzatori. E come si può dirle no se lei poi protende la mano a richiederlo?
Parlando dello strumento, che è entrato nelle nostre vite tanto da essere definito come espansione corporea (Rapporti cisco system 2012) o protesi extra-corporea (Michele Cavejari, Lo scandalo della verità, 2016) come si può pensare che un bambino non ne possa essere attratto? Inoltre, molta parte della comunicazione neonatale e infantile passa attraverso il comportamento imitativo, come la dott.sa Linda Savelli dichiara:

L’imitazione infantile è molto di più della mera riproduzione di un gesto o di un movimento: è lo strumento più efficace che il bambino ha a disposizione per comunicare con gli altri. Infatti, attraverso di essa i genitori e le altre figure adulte che si occupano del bambino possono rinforzare certi comportamenti del piccolo che ritengono positivi  oppure non imitandoli quando non lo ritengono opportuno” (in La mente imitativa. Come e perché il nostro comportamento è influenzato dagli altri, di P. Farneti, L. Savelli).

Una comunicazione a due sensi che impone quindi la non imitazione dei comportamenti sgraditi, i due sensi sono intesi sia perché il bambino imita il comportamento del genitore sia perché l’adulto non deve imitare il comportamento errato del bambino. Parlando quindi di smartphone si viene a creare un circolo vizioso di comportamento in cui il bambino vede e vuole imitare e poi imita. Il comportamento è rafforzato dal fatto che il genitore continua ad usare l’apparecchio smart. L’unica via per disinnescare questo processo sarebbe che il genitore si privi dell’accessorio.
Un contributo italiano di una certa rilevanza, sull’utilizzo consapevole dello strumento è stato dato da Mauro Facci, Serena Valorzi e Mauro Berti nel loro Generazione Cloud. Essere genitori al tempo di Smartphone e Tablet.  L’alfabetizzazione digitale, se gestita in modo corretto e consapevole da parte del genitore, è una grande opportunità e una risorsa preziosa. La relazione Bambino Smartphone di per se è errata, infatti questa dovrebbe essere definita come una relazione a tre – Bambino – Adulto(genitore/insegnante) – Smartphone/Tablet.
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Uno dei concetti fondamentali del lavoro Italiano, che rende la relazione funzionante, è nel dominio dello strumento,  che deve essere nelle mani dell’adulto, diventando di fatto un agente mediatore.Il dominio è utile a ridurre l’ambiguità dell’oggetto (proprietà dell’adulto ma che puo essere ceduta) , il bambino lo può usare e toccare ma deve rimanere parte integrante dell’immagine dell’adulto.  Il bambino può selezionare  alcuni contenuti opportunamente selezionati   e adatti all’età e fase di crescita, cercando di creare per un tempo breve (10-20 minuti) un momento felice nel rapporto genitore figlio.
Come ci ricorda Ben Worthen, in un suo articolo del Wall Street Journal non sono ancora chiari gli effetti: i figli della nostra generazione sono delle “cavie”. Quello che è certo è che 30 anni di studi sul rapporto tra tv e bambini potrebbero darci informazioni riguardo la sedentarietà. ma lo strumento è di per sé molto diverso. Gli studi che sono stati eseguiti sui bambini dai 3 anni in su con determinate App, tipo Martha Speaks, hanno evidenziato un miglioramento del linguaggio attraverso arricchimento del vocabolario. Di contro è il fatto che molte di queste applicazioni provocano nel bambino il rilascio di dopamina (neurotrasmettitore associato al piacere) che rende difficile il distacco dall’oggetto/applicazione. Per questo è importante limitarne l’utilizzo ad alcuni momenti. Inoltre, l’utilizzo di queste applicazioni se il bambino non è seguito e guidato, trasportano la coscienza in quello stato detto di “Flusso”  che di per sé non è male, è lo stato di quando si è completamenti immersi in un’attività come il disegnare o le costruzioni, con la differenza che il bambino può decidere quando il disegno o la costruzione è finita mentre nell’App chi può dirlo?
Da genitore 30enne non trovo sia corretto non iniziare mia figlia verso queste tecnologie, è un impegno, farlo nel modo corretto non è facile: ci sono strumenti da configurare, libri e app da valutare prima di darle la possibilità di vederli; ma,  soprattutto, dovrò farle vedere che al mondo c’è anche altro.

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Informazioni su ornellamartini

Vivo e lavoro tra città e campagna: Roma e Rieti. Insegno all'Università e cucino al Fienile di Orazio. Lavoro la creta, leggo, organizzo attività educative all'insegna dell'emozione per bambini e ragazzi. Adoro stare là da noi in campagna, ascoltare l'Opera, chiacchierare con mio marito e mia figlia. E poi mi piace fare e comprare bigiotteria creativa, camminare, andare a cavallo e tante altre cose che non c'è bisogno di dire tutte qui.

2 commenti su “Il bambino e lo smartphone

  1. Pingback: Il bambino e lo smartphone | Laboratorio di Tecnologie Audiovisive | Lim e dintorni

  2. vaccaricarlo
    19 dicembre 2016

    L’ha ribloggato su il blog di Carloe ha commentato:
    Interessanti riflessioni su smartphone e bambini … meditiamo …

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