Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Dare forma all’apprendimento informale

di Roberto Maragliano

Raggiunta una certa età uno tende a ripetersi, lo si sa. Avendola raggiunta e pure superata, quella ‘certa età’, tendo a ripetermi. L’ho fatto ancora giorni fa quando, invitato a discutere nella sessione dedicata a La fruizione di cultura tra vecchie e nuove tecnologie, all’interno del Convegno Istat La Società italia e la grandi crisi economiche 1929-2016, ho trattato il tema delle metamorfosi in atto negli apprendimenti ricorrendo allo schema formale/informale. Non è la prima volta che lo faccio e del resto, da che ho aperto lo Scaffale, ognuno può verificarlo e giudicare se il tornare su certi assunti è sintomo di rigidità o di impegno elaborativo.

Intendiamoci, come molti degli schemi d’uso anche questo altro non è che un attrezzo concettuale da dover prendere con mille molle e da abbandonare una volta che abbia prodotto una prima, estremistica in quanto univocamente bicolore, mappatura della tematica in gioco. Ma soprattutto se davvero lo si vuole usare, almeno per iniziare un ragionamento, un simile schema, come tanti altri che circolano, sarebbe opportuno accoglierlo come attrezzo e non come giudizio di valore: nei due colori non c’è un bene e un male, ci sono solo le due diverse e contrapposte tonalità. E, tanto per intenderci bene su questo, l’obiettivo nel proseguimento dell’analisi non sarà di tenerle sempre distinte ma invece di individuare il mix di colori interno al campo di forze che da questi due colori estremi viene generato.

Insomma, il mio intento era ed è di presentare formale e informale come schema provvisorio col quale iniziare a far muovere una riflessione attorno alle metamorfosi in atto negli apprendimenti. Non tutti gli apprendimenti sono uguali. Estremizzando si può iniziare a dire che ci sono quelli di tipo formale e quelli di tipo informale. In che senso? Sempre lavorando di accetta, come avviene quando si danno i primi colpi alla materia legnosa da trattare, è legittimo sostenere che la differenza sta nel rapporto con l’insegnamento. E allora, l’apprendimento formale sarà da vedersi come conseguenza di un insegnamento esplicito, umano o meccanico non fa differenza;  la sua identità più o meno riuscita di apprendimento sarà comunque da rapportare e dunque misurare rispetto all’insegnamento fornito. Quello informale invece è un apprendimento apparentemente privo di un insegnamento sovrastante, ma che un insegnamento ce l’ha comunque ed è interno alla sua stessa dinamica di apprendimento, in buona parte aperta.

Giocoforza è a questo punto esemplificare. Niente risulta di più semplice e immediato uso (ma anche di pericoloso!), a questo proposito, che ricorrere al vetusto schema che contrappone scuola (in senso lato, dunque ogni istituzione volta a realizzare istruzione, ivi compresa quella universitaria) e mondo esterno alla scuola. Da una parte gli apprendimenti formali, dall’altra gli apprendimenti informali. Ci siamo? Vado avanti.

Indubbiamente questo schema ha funzionato, per molto tempo. La sua manifestazione più evidente aveva a che fare con la differenza tra l’imparare tramite il libro a scuola, dunque in forma ordinata e controllata e tendenzialmente permanente, e l’imparare esponendosi per esempio al flusso televisivo, intriso di casualità e temporaneità. Scrittura contro immagine in movimento e suono. Profondità contro superficie. E via discettando. Tanta pedagogia spontanea ma anche no ha lucrato su questo assunto, riconoscendogli una funzione ontologica e pure e soprattutto etico/politica.

Ora io ritengo che se vogliamo riutilizzare lo schema formale/informale lo dobbiamo aggiornare, anche nei suoi stessi presupposti concettuali. E dobbiamo farlo alla luce di quanto ci induce a pensare la diffusione delle pratiche di rete. In questo ci può aiutare il riferimento a McLuhan, Ong e quanti altri hanno operato a distinguere una cultura che abbia una sua matrice prevalente nell’ordine della scrittura e una che trovi la sua matrice prevalente nelle dinamiche dell’oralità. Non a caso all’interno di quell’indirizzo di studi si è portati a vedere nel digitale quello che ho etichettato come mix di colori: dunque una cultura che tende ad essere ad un tempo fisica e fluida, visiva e acustica, scrittoria ed orale. Indubbiamente, se lo schema di cui ho detto funziona, lo si può anche applicare al rapporto tra quel che è e continua ad essere la scuola, come regno del formale, e il fuori scuola, come regno di un informale sempre più massicciamente generato dal digitale. Rispetto al prima dell’avvento della rete però c’è un qualcosa di profondamente nuovo: e cioè che il dato di insegnamento inscritto nell’informale del sociale è dentro l’apprendimento sì ma si presenta e configura come più attivamente sostenuto di quanto non fosse prima dalla dimensione del social, appunto, in quanto il singolo e il gruppo di cui è componente sono ugualmente attivi: si impara da un altro o da altri che stanno allo stesso livello, o quasi, e ai quali nessuno riconosce una patente di ‘insegnante’ se non provvisoriamente colui che è impegnato a imparare dal provvisorio insegnante ciò che gli serve di imparare; e tutto questo avviene all’interno di quella logica ‘orizzontale’ di scambio che fa sì che chi sa o sa fare metta questa sua competenza a disposizione dell’altro. Fin qui si potrebbe dire che anche a scuola una simile dinamica di scambio c’è sempre stata, anche se raramente la si è promossa; anzi il più delle volte la si è condannata (‘non si copia’, ‘non si suggerisce’, e così via). Ma c’era e in un qualche modo contribuiva a sostenere (sia pure ‘illegalmente’) l’apprendimento formale.

Se le cose stessero solo a questo livello ci sarebbe da essere fiduciosi nel futuro. Questa parte ‘nascosta’ per così inconscia dell’agire scolastica, grazie all’immissione di rete uscirà allo scoperto e con la promozione delle attività di gruppo troverà sempre più legittimazione. Anche dentro le aule.

Ma c’è un altro aspetto della faccenda che andrà preso in considerazione. Accanto al come il che cosa dell’apprendere. E qui altre dimensioni sono in gioco. Non ultima quella dell’incontro, intreccio, confronto dei codici. Il digitale è per sua stessa natura multimediale, fonde e confonde scrittura, suono e immagine (fissa e in movimento) e lo fa sottraendo a ciascuno di questi codici l’esclusività di quella o quell’altra prerogativa. Così operando sui suoni e sulle immagini si possono sviluppare attività di metacognizione, si possono far crescere e fissare meccanismi di comprensione e dominio delle cose che tradizionalmente si riservavano solo alla lingua scritta. Se ci si pone da questo punto di vista è evidente che il contrasto fra scuola e extrascuola è andato non già diminuendo al contrario aumentando, negli ultimi tempi. Proprio in ragione della rete. E malgrado sia a tutti evidente, ormai, che su certi ambiti, su certe ‘materie’ (per esempio l’uso di determinati attrezzi tecnologici o di una lingua straniera), l’apprendimento informale, ‘in situazione’ (e la situazione anche simulata della rete sociale vale più di quella asettica dell’aula), non trova rivali negli spazi dell’apprendimento formale.

mappa

Per concludere, almeno per ora, questo abbozzo di ragionamento mi servono ancora due passaggi. Il primo ritorna sulla caratteristica multimediale, nel senso della pluralità dei codici differenziati di cui ho appena detto. Il codice prevalente nella scuola (che in questo subisce il peso della sua matrice ottocentesca) è quello scrittorio, e la forma libro ne sta a fondamento. Meglio ancora, è scrittorio/tipografico. Non accoglie il suono né l’immagine se non all’interno delle sue logiche di dominio: in tal modo dà/concede loro significazione. L’autonomia del suono e dell’immagine che invece nel mondo circostante vediamo così feconda ma anche così disponibile ad allearsi e intrecciarsi con l’autonomia della scrittura non alberga dentro la scuola. Per cui viene inevitabile aggiungere all’elenco di sinonimi della coppia formale/informale di cui ho detto un’altra coppia, quella della contrapposizione (sempre provvisoria, sempre a titolo d’inizio di confronto) tra mappa e territorio. La scuola che tuttora pratichiamo (e in cui i più credono) si pensa ed è mappa, sì, ma sempre più lo è di un territorio immaginario. Puoi dire e dirti quel che vuoi e fin che vuoi a proposito della ‘scuola delle competenze’ ma difficilmente ti sottrarrai all’idea, ormai inaccettabile residuo epistemologico, che il suo territorio siano le discipline. E questa ‘restrizione’ inevitabilmente ti porterà a rintrodurre distinzioni di valore tra formale e informale. Ma il mondo, per come ce lo stiamo costruendo e ricostruendo con la multicodicalità (bruttissima parola ma che rende l’idea) non sopporta di essere messo e ‘disciplinato’ nella gabbia della discipline.

Secondo e ultima notazione. Si tratta di lavorare in due direzioni, almeno a livello di consapevolezza. Sono due progetti impegnativi di educazione. E di autoeducazione. Portare elementi ricchi di informale nel formale scolastico, creare condizioni per dar conto anche in termini formali degli esiti dell’informale extrascolastico. Con una battuta che spesso propongo, dobbiamo renderci capaci di ‘valorizzare’ Giuseppe Verdi. Attenzione, non si tratta di riscrivere i programmi scolastici e mettere Verdi (o Raffaello) al posto di Manzoni, ma di impegnarci a costruire una scuola che permetta di comprendere e valorizzare un’anima come la nostra, intrinsecamente e tipicamente multimediale. Oggi le strumentazioni ci sono. Ci sono pure un’attenzione (e un mercato) mondiali che si vanno orientando in quella direzione. Quel che manca è il coraggio di provare a pensare e pensarci in termini nuovi.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

2 commenti su “Dare forma all’apprendimento informale

  1. Pingback: Formale e informale, il parere di Maragliano | Pietroalviti's Weblog

  2. Giuliano Deledda
    28 novembre 2016

    L’ha ribloggato su Scuola 2.0.

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