Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Le formule e la vita

di Roberto Maragliano

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A distanza di qualche mese (vedi il post dello scorso febbraio: Scuola regolata e modello umano ) AA mi scrive e questa volta gli accenti sono più che positivi. Gioiamo assieme a lei.

 

<Caro Roberto,
come sempre ti scrivo per aggiornarti su mia figlia. Ho aspettato finora per avere un quadro più completo e adesso, dopo quasi tre mesi dall’inizio della scuola, posso dare conto con cognizione di causa dello splendido lavoro che stanno facendo queste insegnanti.
Le sue due maestre (A. e L.) sono assolutamente fuori dagli schemi, delle “artiste” nel senso mcluhaniano del termine: creative, sperimentatrici, ludiche, ricettive al cambiamento, curiose, volitive, aggiornatissime e, last but not least, piene di entusiasmo e passione, una passione che trasuda da ogni singola iniziativa.
Sfoglio i quaderni di mia figlia, ascolto i suoi racconti, guardo i suoi libri e vedo delle maestre che la stanno stimolando a porsi delle domande, a guardare il mondo con occhi diversi: stanno sviluppando il suo senso critico. E lo fanno in tantissimi modi, primo fra tutti l’abitudine a leggere un testo e a formulare delle domande su di esso.
L’approccio ludico emerge in ogni iniziativa didattica: filastrocche, canzoni, rime, spoonerismo, domino sillabico, teatralizzazione dei testi letti in classe e così via. Tutto questo significa meno tedio per i bambini, più divertimento e, nel complesso, un processo di apprendimento facilitato. Insegnare in modo divertente e appassionante è possibile.
Il primo compito assegnato dalla maestra L. è stato ricercare su Internet cos’erano il ciclone e la prateria (stanno leggendo Il mago di Oz). La gioia di mia figlia è stata immensa. Lei che è avvezza all’uso del computer ha fatto le sue ricerche in autonomia mettendo a frutto (per la prima volta) le sue competenze tecnologiche per un compito scolastico. Stessa cosa avviene ogni volta che A. le chiede di ricercare delle immagini da stampare, immagini che poi saranno oggetto di studio in classe.
L., la sua maestra di italiano, fa lezione anche in inglese (è madrelingua) e spiega le quattro stagioni attraverso i quadri (La Primavera di Botticelli, Alberi autunnali di Schiele,…) raccontando ai bambini la storia di quei dipinti e facendoglieli disegnare; legge Il mago di Oz scegliendo accuratamente un’edizione con delle illustrazioni accattivanti e facendo collegamenti con quadri (i personaggi di American Gothic di Grant Wood diventano lo zio Henry e la zia Em), canzoni (La casa di Sergio Endrigo) e quant’altro e, dulcis in fundo, costruendo mappe mentali che riassumano quanto fatto. Gli intrecci… E il metodo di studio…
Descriverti il loro lavoro così mi sembra davvero riduttivo. Dovresti vedere i quaderni per comprenderne appieno la metodologia ma, soprattutto, sentire i racconti di mia figlia perché molto di ciò che fanno è orale ed è puro divertimento.
Uno degli ultimi lavori che stanno facendo è su un libro di narrativa di Magritte (Questo non è un libro) che l’insegnante sta dettando ai bimbi, i quali non solo lo illustrano ma fanno esercizi correlati tipo: “Invento frasi surreali”. Mia figlia è tornata a casa e mi ha fornito un racconto spassosissimo delle frasi che si sono inventati i bambini. Mentre me le citava non riusciva a trattenere le risate.
A., la sua insegnante di matematica, geografia e scienze, stimola i bambini a descrivere ciò che vedono attraverso l’uso di foto, fa costruire diagrammi di flusso (per la gioia di mio marito), usa il metodo analogico di Camillo Bortolato (metodo intuitivo che facilita il bambino nella comprensione della matematica), spiega la geografia usando la rivista Bell’Italia (stupendo mensile che descrive con parole e immagini le bellezze italiche) e facendo creare ai bimbi delle guide turistiche, introduce i tempi verbali (passato, presente e futuro) costruendo una linea del tempo basata sulla storia di ogni bimbo (certificato di nascita, foto da neonato e così via), fa scoprire le meraviglie della natura attraverso l’esperienza dell’orto o portandoli in pineta ad osservare ciò che li circonda e costruendo poi un erbolario.
E’ un duetto affiatato, appassionato e perfettamente in sintonia, che sceglie con cura e creatività testi, uscite didattiche, attività e metodologie d’insegnamento. Si contaminano a vicenda condividendo le reciproche passioni non solo tra di loro ma anche e soprattutto con i bambini, e intrecciando sapientemente le loro materie. Ciò genera un circolo virtuoso che ricade su tutti i bimbi e che crea un gruppo classe affiatato e stimolato in cui l’attenzione è rivolta tanto all’entità singola quanto all’unione delle diverse entità.
Questa non è una scuola omologante, questa è la scuola delle pari opportunità, una scuola in cui ad ogni bimbo, indipendentemente dagli stimoli che riceve al di fuori di essa, viene data la possibilità di crescere e migliorarsi. E’ certamente una best practice di cui bisognerebbe dar conto perché nella scuola esistono anche delle sperimentatrici. Perché riempire quaderni e quaderni di formule ed esercizi non serve a nulla se poi non si riesce ad insegnare come applicarle alla vita reale. Qui non siamo di fronte alla classica lezione frontale, qui siamo di fronte a due insegnanti che tirano maieuticamente fuori dai bimbi ciò che è dentro di loro: la parola educazione in mano loro si riappropria del suo significato etimologico. Il bambino NON è un contenitore in cui riversare informazioni ma un attore protagonista della lezione, un attore a cui viene chiesto e sviluppato il senso critico, un attore che autovaluta il proprio operato. In tutto questo vi è un progetto ambizioso e cioè quello di crescere un individuo autonomo e responsabile, dotato di capacità critica, che rispetti gli altri e le regole ma che, all’occorrenza, sappia anche capire che può uscire dagli schemi o che può subire una sconfitta (magari un brutto voto o una critica) e può trasformarla in un momento di crescita e di miglioramento personale, può essere il giusto stimolo a dare il meglio di sé. Perché si può cadere ma si deve anche trovare dentro di sé la forza di lottare e rialzarsi. Io credo che queste maestre stiano dando a mia figlia tutto questo e lo fanno ogni giorno anche e soprattutto quando le scrivono sul quaderno o le spiegano a voce dove ha sbagliato e in che modo può migliorare. Questa è una scuola dell’ESSERE, non dell’apparire.
Un caro saluto,
AA>

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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