Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

L’università incantata

di Roberto Maragliano

Da tempo sostengo, a proposito dello stato dell’istruzione nazionale, che tutto sommato la scuola, con tutti i suoi problemi sia di cose non fatte sia ahimè di cose fatte, se la passa meglio, o se preferite meno peggio dell’università. O almeno di quella parte dell’università nazionale che credo di conoscere abbastanza bene, per esserci stato ininterrottamente per cinquant’anni (prima da studente, poi da ricercatore e docente): intendo l’ambito umanistico, e al suo interno l’area educativa.

Non è il caso ch’io la faccia troppo lunga. Né che ripeta cose già dette e scritte. Basterà rimandare gli eventuali curiosi ad una mia breve analisi dell’antropologia accademica e della sua matrice cortese, ricalcata su un classico della cultura societaria, e ad un’altra personale riflessione sugli elementi di continuità tra ieri e oggi, almeno per quanto riguarda la rigidità anche umana delle consuetudini didattiche.

Se torno ora su questi argomenti (dopo la quadrilogia di post  per questo stesso blog, prodotta qualche mese fa: uno, duetre  e quattro) è perché c’è chi, non condividendo questo mio giudizio su chi se la passi peggio, tra scuola e università, ne chiede ragione.

Eccolo accontentati.

Quella che abbiamo attorno (e ormai dentro) a noi è quanto resiste dell’antica struttura universitaria di tipo elitaristico, dopo che le esperienze dell’ope legis, dell’irrigidimento dei curricoli,  dell’autonomia finanziaria, del localismo dei concorsi, della riduzione drastica dei finanziamenti, dei meccanismi di governance tutti centrati sul consenso interno, della bucrotazizzazione esasperata di ogni tipo di procedura,  della riduzione della didattica a lezione frontale/manuale/test hanno via via tentato e regolarmente fallito la quadratura del cerchio di dare un assetto contemporaneo a ciò che contemporaneo, per vocazione e impianto, assolutamente non poteva essere. In altri termini, sono sempre più dell’idea che, almeno in ambito umanistico, il passaggio da una formazione superiore di tipo elitaristico ad una di massa (ma democratica) poteva avvenire solo attraverso un drastico ripensamento del che cosa e del come insegnare. Insomma, senza metamorfosi (morte e rinascita), non ci sarebbe stato scampo.

Mi si potrà obiettare che queste considerazioni valgono anche per la scuola, e che dunque non c’è modo di stabilire una supremazia negativa dell’una sull’altra. Scuola e università hanno ambedue fallito l’obiettivo di darsi un assetto di massa coerente con una società plurale e tendenzialmente aperta, certo più di quella cui fa riferimento l’impianto ereditato.

No, ribatto, qualcosa c’è di diverso nelle due vicende, un qualcosa che ha pesato e tuttora pesa in modo fortemente negativo sull’identità dell’accademia. Questo qualcosa ha a che fare con l’autonomia finanziaria. È avvenuto che senza una revisione in senso democratico dei meccanismi interni di governo la vischiosità tipica dei comportamenti economici inerenti al pubblico impiego, associata agli altri aspetti di cui ho detto, ha per molto tempo permesso di far coincidere autonomia con libertà d’azione pressoché piena.

Quando poi hanno cominciato a farsi sentire gli effetti della crisi e spregiudicatamente si è intervenuti a livello governativo col ridurre drasticamente i flussi di finanziamento, fidando comunque sul fatto che questa condizione di separatezza delle strutture universitarie  rispetto al corpo della società non avrebbe innestato pesanti reazioni politiche, come infatti è stato, sull’esigenza di puntare ad una revisione dell’assetto gestionale delle strutture universitarie è prevalsa la scelta, attuata con cinismo, di garantire lo status quo. Tutto ciò ha finito col rendere ancora più profondo il fossato fra società e università. C’è stata, così, una significativa riduzione delle iscrizioni, a livello nazionale, soprattutto negli ambiti umanistici, però è difficilmente contestabile che il mantenimento del valore legale del titolo di studio associato ad un progressivo alleggerimento delle gestione dei curricoli abbia contestualmente creato le condizioni per una sorta di mercato al ribasso. Lo studente che, qualche tempo fa, invitato a presentarsi preparato ad una successivo appello, mi ribatteva il diritto a ricevere comunque una votazione positiva essendo “in regola con i pagamenti delle tasse universitarie” mi ha fatto capire quanto lontano era arrivato questo processo.

Su questa situazione di povertà che è anche della didattica accademica si sono innestate, tardivamente e malamente, le prospettive dell’innovazione tecnologica. Tardivamente rispetto agli altri paesi. Ma anche malamente, come mostra  la vicenda delle università telematiche e della concorrenza a dir poco sleale che è stato loro permesso di attuare. Certo, si è provveduto normativamente a ridimensionarne la propensione alla vendita dei titoli, ma una volta aperta questa via era prevedibile che anche le altre università, sempre più bisognose di sostentamento, avrebbero seguito la via. Di modo che, frequentemente, oggi, e a dispetto dell’impulso alla trasparenza che il digitale dovrebbe garantire, capita di constatare che tecnologia e malaffare vanno perfettamente a braccetto.

universitaly
Malgrado ciò, e malgrado che, arrivato alla fine della mia esperienza universitaria non possa non riconoscermi nelle analisi e negli accenti di  Federico Bortoni e del suo Universitaly, recentemente pubblicato da Laterza (basti questo:  “siamo parte di una grande corporation burocratica in cui non importano le cose che facciamo ma solo le procedure che eseguiamo, in cui gli studenti non sono persone che reclamano il diritto al sapere ma clienti da soddisfare, consumatori di beni e servizi, acquirenti di un prodotto che dovranno vendere a loro volta nel mercato globale”), continuo e continuerò a pensare che la tecnologia, se adeguatamente pensata e attuata, se innervata e sostenuta dalla partecipazione sociale, potrebbe costituire una buona leva sia per dare visibilità alla parte sana dell’attuale assetto, laddove c’è, sia per avviare un processo di revisione dell’impianto culturale e didattico (e dunque anche politico) dell’istituzione universitaria. Insomma, potrebbe portare innovazione positiva, trasformazione progressiva, e non solo razionalizzazione conservativa. Ma perché questo avvenga occorrerebbe uscire da guscio, dall’incantamento che è proprio di chi opera dentro i sistemi chiusi. Parlo di docenti, ma anche di studenti.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 novembre 2016 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

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