Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

L’immagine separata

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Nastagio degli Onesti, secondo episodio, Sandro Botticelli, 1483

di Andrea Patassini

Ho sempre trovato affascinante il ruolo dell’immagine nella comunicazione, nei significati che muove, in ciò che nasconde e che merita di essere aperto, scoperto. Ci etichettiamo come società dell’immagine, lo facciamo intendendo naturalmente quei media che sostengono maggiormente tale definizione: il cinema, la televisione e il produttore, frullatore e rimediatore di immagini che è oggi il web. Prima di essi la stampa, l’incisione, la pittura. Nella nostra cultura questa attenzione per l’immagine mostra radici profonde, alimentate da forti contrasti. Nel saggio L’immagine aperta. Motivi dell’incarnazione nelle arti visive, il filosofo e storico dell’arte Georges Didi-Huberman tenta di ricostruire le radici di questo nostro desiderio di immagini. Lo fa descrivendo questo doppio movimento: di attrazione – appunto – e di resistenza attraverso i pensieri degli apologeti cristiani dei primi secoli impegnati a contrastare l’antichità pagana e il suo approccio al visibile.

Il visibile è il mondo dell’idolatria, mondo in cui l’immagine si esibisce ovunque, inserendosi in rappresentazioni, in spettacoli ignobili, in soddisfatte concupiscenze. Il visivo, al contrario, è ciò che si vede al di là, nell’aldilà.

L’intenzione è evidente: scindere ciò che il visibile mostra, da ciò che il visivo cela e che quindi necessita di una ricerca di altro, di un significato più profondo. Probabilmente grazie a questo contrasto l’Occidente ha prodotto una quantità immensa di immagini, una vastità tale da rendersi capace di accogliere scopi e significati differenti. Questo meccanismo di desiderio e rifiuto è risultato terreno fertile sul quale far crescere forme espressive che vedano l’immagine come strumento di comunicazione se non di mediazione nel caso della sua funzione religiosa. Come scrive Didi-Huberman, le iconoclastie e le distruzioni di tutti i generi (tempo fa ho provato a trattare il caso dei fumetti) non sono riuscite a scalfire la forza delle immagini e il loro peso nella cultura occidentale.

falcinelli

Un particolare del saggio di Riccardo Falcinelli

Sempre a proposito di separazioni, non possiamo non considerare i netti confini tra scrittura e immagine. Riccardo Falcinelli nel suo saggio Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network costruisce un bellissimo sentiero attraverso il cosiddetto visual design, provando a fornire elementi utili a definirlo e ad inquadrarlo nei codici e nei linguaggi. È un percorso sulle e nelle immagini, interessante e stimolante, suddiviso in modo tale da far approfondire il nostro rapporto con il visivo. C’è un passaggio che vorrei riportare:

La cultura greca, a partire da Aristotele, ha considerato figure e scritture come ambiti non comunicanti: le figure sono segni che intrattengono rapporti privilegiati con le cose reali, la scrittura è la trascrizione del linguaggio verbale. La pittura è, dunque, il ricalco del visibile, mentre la scrittura è sentita come il ricalco della parola detta: la prima mostra, la seconda dice.

Come fa presente Falcinelli, ciò ha prodotto nel corso dei secoli una dicotomia forte che non solo ha tenute separate le parole dalle immagini, ma anche ha attribuito loro un differente valore espressivo. È un processo di esclusione reciproca, questo, che ha portato al concretizzarsi di quanto Falcinelli definisce un confine storico, risultato di precise concezioni filosofiche e tecnologiche. Tutto ciò si esprime in molteplici campi, compreso il nostro modo di intendere la scuola. La riflessione che propone Falcinelli a riguardo mi sembra utilissima.

Ancora oggi, fin dalla scuola primaria, le parole e le figure sono tenute separate da rigide distinzioni. Mentre leggere e scrivere sono cose che vanno insegnate, disegnare è ritenuta un’attività ricreativa. I bambini vengono corretti se commettono errori di grammatica o se espongono in maniera non chiara i loro pensieri. Questo non accade con i disegni, per i quali ricevono generici complimenti più o meno partecipati: i disegni non sono trattati come comunicazione, ma come espressione di sé. Non c’è quindi nulla da correggere secondo gli insegnanti.

Ritrovo alcuni elementi della mia personale esperienza, qui, ma anche mi appaiono evidenti i segni di approcci che tradizionalmente la scuola assume nei confronti delle immagini. Il valore espressivo e comunicativo dell’immagine assume, anche e soprattutto nei percorsi di apprendimento che la scuola costruisce, un ruolo secondario o – nei casi più discriminanti – una funzione decorativa al testo, alla scrittura e alla lettura. Le competenze nello scrivere nel leggere sono frutto di un processo di apprendimento ben definito, quelle necessarie ad esprimersi attraverso le immagini sono spesso considerate un dono. Per questo: o sei capace a comunicare con le immagini o non sei capace. Difficile uscirne. Eppure esistono testimonianze di approcci differenti all’immagine, dentro il contesto scolastico. Un’esperienza, ricchissima, quasi sterminata, da conoscere e approfondire è quella che propone Emanuela Pulvirenti, “docente di disegno e storia dell’arte presso le scuole secondarie superiori”. Nel suo blog Didatticarte c’è tutto un mondo da scoprire e praticare: un mondo che supera agilmente quella dicotomia descritta.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Un commento su “L’immagine separata

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Questa voce è stata pubblicata il 24 ottobre 2016 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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