Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Università, editoria, scuola. E una parolaccia

di Roberto Maragliano

Lo dico subito, la parolaccia cui alludo nel titolo è disruption. Intraducibile nella nostra lingua (per cui già circolano neologismi, soprattutto in forma di aggettivo, tipo l’orrido ‘disruptivo’) sta ad indicare, soprattutto in ambito aziendale, l’effetto di rottura, sconvolgimento, scompiglio, disorientamento prodotto da una nuova tecnologia. Ovvio che in questione ci siano la tecnologia digitale e ciò che sta provocando in numerosi settori, non ultimo quello che complessivamente si potrebbe etichettare come ‘azienda educazione’.

Se ne parlo qui è per due ragioni, una oggettiva e l’altra soggettiva. Quella oggettiva è che il settore dell’editoria e quello dell’istruzione superiore stanno attraversando, qui da noi ma non solo, una fase di crisi, che non è detto sia di crescita, tutt’altro: messi assieme i due fenomeni esercitano un’influenza certo non positiva, checché se ne dica, sul comparto della scuola. La ragione soggettiva è che fra una quindicina di giorni io andrò in pensione. Di conseguenza, è per me tempo di bilanci. Per la parte pubblica di questi, che non è marginale (del resto ci hanno insegnato che il personale è politico), voglio dire qualcosa qui. Soprattutto considerando che: esattamente mezzo secolo fa sono entrato nel mondo accademico, come studente, e da allora non ne sono uscito, passando da studente a borsista CNR, incaricato di insegnamento, professore di ruolo in cinque diverse università; lungo questi decenni mi sono costantemente occupato anche di editoria, a vari livelli di responsabilità, in quanto consulente, redattore e direttore di riviste, responsabile di collane librarie e ovviamente autore con un buon numero di aziende; questo mio duplice interesse (che mi ha permesso di non identificarmi completamente e passivamente con uno solo dei due ambiti di impegno) ha trovato frequentemente convergenza sull’ambito della scuola e delle sue politiche. A questo ci sarebbe, anzi c’è da aggiungere che più volte, anche in tempi non sospetti, mi è capitato di fronteggiare i sintomi di quella crisi generale (‘disruptiva’) la cui responsabilità piace oggi attribuire alla tecnologia e che quel tanto o quel poco di coscienza politica di cui sono portatore me la sono formata soprattutto agendo in quei settori e proprio misurandomi con quelle disfunzioni. Così, se da studente sono stato ‘contestatore’ è perché non mi piaceva, come non mi piace adesso, un impianto didattico che subordina ad un’idea rigida e disciplinata di insegnamento (appunto disciplinare) le forme e le dinamiche dell’apprendimento reale, né mi piaceva, come non mi piace adesso, che da questa scelta discenda un’idea di studio quasi tutta centrata sulla lettura eterodiretta di libro (almeno dalla fine della primaria in poi), inevitabilmente lontana dalla presa in carico, come ambito da gestire pedagogicamente, degli elementi che caratterizzano il significato originario, di derivazione latina, del termine studio, dove stanno ‘simpatia’, ‘passione’, ‘cura’, ‘interesse’.

Se si muove da queste considerazioni è inevitabile, almeno per me, riconoscere che i limiti dell’università di allora non sono scomparsi, anzi si sono aggravati, non fosse altro perché nel frattempo l’utenza è diventata di massa, senza che questo abbia comportato una revisione radicale dell’impianto disciplinare e didattico né una presa in considerazione di quanto nel frattempo stava mutando a livello di società, economia, mondo. Ecco da dove, da quale chiusura mentale hanno origine per un verso  il meccanismo accademico, che considero perverso, di lezione frontale, manuale, testing, oggi dominante in ambito umanistico (per non dire della sterilità di una ricerca totalmente burocratizzata), e per un altro una politica editoriale che, per il settore educativo (università e scuola), quello meno soggetto a crisi, perché fortemente e rigidamente istituzionalizzato, non riesce e nemmeno vuole andare al di là di una sterile e sempre più grigia produzione manualistica. Ecco allora da dove deriva, tra gli altri fattori, la pochezza del confronto attuale sull’identità della scuola, con le sempre più uggiose italiche discussioni sulle sorti del liceo classico.

Mi sono battuto contro questi malanni (che forse sono endemici) e continuo a farlo, identificando nel digitale, almeno per la sua parte positiva, la messa in evidenza della loro origine in quanto malanni e l’indicazione di una possibile reazione costruttiva. Riguardo a questo impegno ‘politico’ non ho nessuna intenzione di andare in pensione, lavorando invece perché, almeno settorialmente e sperimentalmente, si affermino modelli didattici ed editoriali più attenti ai diritti di partecipazione, coinvolgimento, interesse di chi apprende ed è disposto a farlo tramite incroci virtuosi di lettura, visione, ascolto, operatività. Il mio interesse (per riprendere lo spunto di Antonio Tombolini, da ascoltare qui dopo il trentesimo minuto) è la proiezione su quel che potrebbe avvenire non nel futuro più prossimo ma in quello a medio termine, quando inevitabilmente, non fosse altro per ragioni economiche, sulla considerazione dell’effetto disruptivo del digitale si sarà indotti a far prevalere la seria presa in carico della sua funzione costruttiva.

disruption-2

Chiudo dunque questa partita annunciando che ho intenzione di mettere a libera disposizione dei cittadini della rete, di quanti siano interessati a misurarsi con uno spezzato personale di una cinquantennale storia politica del settore educativo, un’ampia dose della mia personale produzione. A giorni fornirò indicazioni in proposito. Per ora mi piace riportare qualche citazione, non mia, che nel raccogliere i testi di cui ho appena detto m’è capitata tra le mani. Cose di trent’anni fa e più. Ma angosciosamente attuali.

“L’editoria italiana è spesso genericamente speculativa, e poi municipale, casalinga, polverosa; più di traduzioni che di intuizioni; e dalle nuove tecnologie è stata non coinvolta, ma travolta”. Così Roberto Roversi nel 1984, trentadue anni fa.

“Battiti contro la selezione universitaria fondata esclusivamente sui titoli. Essa era già discutibile nella vecchia università perché favoriva la produzione di quei libri vacui contro cui si scagliano giustamente i logotecnocrati (ma almeno allora c’era la garanzia dell’esame di libera docenza). Oggi favorisce i logotecnocrati e la loro ‘crisi di sovraproduzione permanente’; riduce e sterilizza gli orizzonti culturali dei giovani, inducendoli a cercare la salvezza nell’applicazione meccanica di un metodo; e siccome i metodi si moltiplicano quotidianamente e bisogna rincorrerli come Achille la tartaruga, ecco che l’università si riempie di cavalieri dalla trista figura, ricercatori di nulla ricerca”. Così Cesare Cases nel 1979, trentasette anni fa.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

3 commenti su “Università, editoria, scuola. E una parolaccia

  1. Elena Ferro
    18 ottobre 2016

    Prima di tutto, buona pensione. Vuoi dire che l’industria 4.0 arriverà anche nella scuola?

  2. Pingback: Scaffale Maragliano | Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

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Questa voce è stata pubblicata il 18 ottobre 2016 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , .

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