Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Generi ed opere: un compito di educazione

di Roberto Maragliano

Profittando della pausa estiva con i suoi tempi più rilassati e del tablet che non pone problemi di spazio e peso sono riuscito, il mese scorso, a completare la lettura parallela di due opere di cui molto s’è parlato negli ultimi tempi: la quadrilogia di Elena Ferrante L’amica geniale e il volumone La scuola cattolica di Edoardo Albinati.

Certo, “lettura” è parola impegnativa e probabilmente chi concepisce e riconosce la pratica cui generalmente la si collega soltanto se c’è di mezzo la carta non concorderà con questo mio uso: di fatto l’Albinati me lo sono “consumato” in versione digitale mentre a porgermi i volumi della Ferrante è stata la voce sapiente di Anna Bonaiuto, tramite le versioni in audiolibro Emons per Audible. E, questo almeno me lo si lasci dire in proposito, solo questo però, a fronte della gran quantità di pensieri che al tema della lettura digitale ho dedicato in questo blog: che non saprei proprio come figurarmi un cultore del cartaceo impegnato a portarsi dietro, in spiaggia o ai monti, i tre chili cui assommano le due opere in libro-libro, i sedici etti della Ferrante e i quattordici dell’Albinati; da “convertito” ora non c’è niente che mi sembri più semplice e naturale e umano che queste esperienze di lettura via tablet, tra l’altro associate al “consumo” saltuario di quotidiani, musiche, film. Ma evidentemente è un problema mio, sono fatto proprio male!

Non solo, e qui finisco con le osservazioni preliminari: ho parlato intenzionalmente di “opere” e ho evitato dunque di etichettare i cinque volumi che le costituiscono come “romanzi”, malgrado abbiano ricevuto alti riconoscimenti allo Strega, dunque un premio letterario, L’amica entrando nella cinquina dell’anno passato, La scuola addirittura classificandosi primo quest’anno. Lo faccio perché nell’un caso si tratta di una saga, di una narrazione continua che ricorda molto i feuilleton ottocenteschi o le serie tv dell’oggi, un flusso diviso sì in parti ma non concepibile e praticabile come classico romanzo unitario e “chiuso”, allo stesso modo che la serie tv non è equiparabile a film; nell’altro caso, poi, la narrazione in senso stretto, in cui si raccontano avvenimenti, occupa meno del dieci per cento del testo, e il resto è dedicato a riflessione e commento e ragionamento. Se proprio vogliamo, sono opere romanzo.

Passo ora ad esporre le mie personalissime reazioni. Che sono essenzialmente due, ugualmente legate  o comunque collegabili a considerazioni di tipo educativo.

La prima ha a che fare con le dimensioni del pop, da prendere, almeno per come io la penso, maledettamente sul serio. Intendiamoci. Per la Ferrante è stato scomodato il nome della Morante e per Albinati addirittura quello di Montaigne. A sproposito? Non mi scandalizzo. Soltanto, aggiungerei ai due nomi illustri la specificazione “in salsa pop”, dove l’aggiunta non ha un valore diminutivo, al contrario. “Il puro piacere di raccontare dalla prima all’ultima riga”, come leggo anzi ascolto nel quarto volume della Ferrante, e l’inutilità dell’evadere con storie inventate come nei romanzi “con tanta realtà davanti ancora da conoscere e misurare, con praterie immense di realtà” che quasi si torcono “davanti ai nostri occhi per il desiderio di essere possedute dalle nostre analisi”, come leggo alla parte quinta di Albinati, cioè le due molle, le grandi molle che hanno fatto delle due opere qualcosa di unico, non sono azionate da un’esigenza e dunque da un’energia elitaristica, diversamente la loro carica si espande e diluisce in un raccontare e un ragionare che mai vengono meno ai criteri della massima leggibilità. Ci si potrà annoiare e perdere dentro le cicliche riflessioni della Scuola o la gran quantità di personaggi secondari e di avvenimenti su differenti piani dell’Amica, ma in tutti e due casi raramente ci si trova di fronte a compiacimenti stilistici. Non sono opere destinate prioritariamente ad intellettuali. In tutte e due compaiono artifici intellettuali, certo, ma quando agiscono lo fanno allo scopo di incrementare la leggibilità del testi. Insomma, il codice che rende le due opere “popolari”, nel caso della Ferrante massimamente e anche fuori dei confini nazionali, è sofisticato ma senza che nulla o pochissimo di questa sofisticazione traspaia. Sono opere di industria editoriale? Certo che lo sono, quale opera pubblicata oggi non lo è? Ma con il minimo di compiacimento. E questo è il primo dato pedagogico cui dare ascolto. Si può essere sofisticati senza darlo a vedere, senza mettersi costantemente tra virgolette. Nell’infinito raccontare e raccontarsi della Ferrante e nell’infinito ragionare e ragionarsi di Albinati c’è tanta sofisticazione, ma non è quella che piace ai critici di professione. Se qualcuno ha storto il naso per le scelte dello Strega beh quel qualcuno rischia di capire ben poco di quel che è il mondo e di come questo lo si possa intendere e vivere anche tramite il pop e la sua propensione a intrecciare i generi testuali.

Più impegnativa è l’altra reazione che ho via via maturato alle letture e che mi ha indotto a effettuarne una sorta di montaggio parallelo. L’arco temporale (e anche autoriale) delle vicende narrate corrisponde alla seconda metà del secolo scorso e trova ugualmente un culmine negli anni Settanta, con il buco nero del delitto del Circeo circoscritto più che rappresentato da Albinati e la dialettica tra le due figure napoletane (o lo sdoppiamento di una stessa figura) della Ferrante che proprio nello stesso periodo compiono scelte irreversibili. Lì, in quei frangenti cambiano le storie, anzi la storia tutta cambia, quella di tutti noi. Racconti come questi aiutano anche chi come me tali frangenti abbia vissuto a prendere atto dei movimenti ad essi sottostanti e della traccia che hanno lasciato. Non tanto movimenti politici e/o ideologici, quanto i movimenti profondi, antropologici e in primo luogo sessuali. In questo le due letture sono reciprocamente illuminanti. La Ferrante racconta l’emancipazione femminile, con tutte le sue contraddizioni sì, ma in tutta la sua vitalità. L’Albinati si interroga e si macera coraggiosamente sullo smarrimento maschile. Nell’orizzonte della prima c’è poco spazio per il maschio e quando c’è la sua rappresentazione è di maniera. Nell’orizzonte della seconda la femmina se c’è è nella figura dell’ossessione. Spetta al lettore, io credo, lavorare alla (possibile?) ricomposizione del quadro, imponendosi comunque di fare i conti con la parte di se stesso che era presente al Circeo così come era presente a Napoli.  Ed è, questo, un bel compito pedagogico da svolgere prima di tutto su di noi, sulle nostre identità lacerate di adulti. Non c’è educazione, e massimamente su temi così delicati, che non passi attraverso un lavoro preliminare (necessariamente doloroso) di autoeducazione.

 

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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