Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Fumetti al rogo! Critica e contrasto ai fumetti tra Italia e Stati Uniti negli anni Cinquanta

Yuk_Andrea

Qualche giorno fa, per questa rubrica, ho provato a sintetizzare alcuni momenti del dibattito italiano negli anni Cinquanta attorno la pericolosità dei fumetti. L’opinione diffusa in quegli anni imputava i fumetti come uno dei principali responsabili della criminalità giovanile. Il nesso era facile e appetibile ai sostenitori della minaccia dei fumetti: i giovani imitavano le storie che leggevano sugli albi intrisi di violenza. Il consumo crescente dei fumetti da parte dei più giovani mosse uno stuolo di critiche.  Vennero organizzate diverse iniziative a sostegno della censura e del controllo dell’editoria a fumetti rivolta ai giovani lettori in Italia. Era esplicita la matrice cattolica delle diverse realtà che presero parte a tali iniziative. Oltre all’azione politica – già citata nel precedente post – della parlamentare democristiana Maria Federici, erano diverse le associazioni religiose che intrapresero la battaglia contro quei fumetti reputati dannosi alla crescita dei giovani lettori.

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In quel periodo storico non fu solo l’Italia lo scenario di accesi confronti sul fumetto. Il fenomeno di contrasto nel nostro paese fu sì esplicito e marcato, ma non raggiunse il livello di tensione percepito negli Stati Uniti. Negli stessi anni, infatti, anche dall’altra parte dell’oceano il dibattito sui comic books si era concentrato sulla validità educativa di quella forma di intrattenimento. Il mercato dei fumetti americano era senza dubbio più maturo di quello italiano, lo stesso pubblico aveva già da tempo aggiunto nei propri consumi mediatici il linguaggio dei comics. Erano per lo più i supereroi a far da padroni nell’immaginario dei lettori, ma qualcosa cambiò a partire dal secondo dopo guerra. Emersero nuove narrazioni, pubblicazioni orientate a raccontare temi come la criminalità, l’orrore, il grottesco e il vizio. Temi spesso nutriti dallo stesso romanzo popolare dell’epoca e dalla crescente narrativa noir. Iniziò a maturare un’attenzione per quei fumetti che offrivano storie irriverenti, eccessive, senza dubbio diverse per toni e contenuti dalla chiarezza dei ruoli di eroi ed eroine. Il successo di queste pubblicazioni non è un caso – come indica David Hajdu, autore del saggio Maledetti fumetti! dedicato alla grande paura attorno ai comics nell’America degli anni Cinquanta – ma è frutto della libertà d’azione che godevano queste opere. A differenza del cinema, il fumetto negli Stati Uniti non era sottoposto a nessun meccanismo di autocensura e non doveva attenersi agli standard sui contenuti ammissibili. I comic books potevano sperimentare liberamente senza alcun vincolo e, soprattutto, erano rivolti ad un pubblico ben preciso: bambini e ragazzini. Come ricorda Hajdu il linguaggio dei comics, le loro storie agli occhi degli adulti dell’epoca rappresentavano una provocazione, un attacco alla loro sensibilità. Se non si tratta di frattura generazionale, è di sicuro interessante – per chi si occupa di tecnologie ed educazione – analizzare il confronto attorno ai fumetti e le posizioni assunte da chi consumava fumetti (i giovani) e chi li criticava (gli adulti).

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La critica a quel linguaggio reputato violento e offensivo vedeva diversi soggetti coinvolti e si diffuse in realtà differenti. Il saggio di Hajdu ricostruisce nel dettaglio il fronte che si oppose alla lettura dei fumetti, ne illustra le modalità, le idee di fondo, i luoghi e le vicende storiche. Uno dei maggiori sostenitori fu senza dubbio lo psichiatra Federic Wertham che pubblicò nel 1954 il libro Seduction of innocent, dove tentò di camuffare semplici opinioni personali in ricerche scientifiche riguardo il pericolo dei fumetti per i giovani. Wertham non trovò mai adesione scientifica riguardo il suo lavoro. Anzi, il libro, nella sua sostanza, non presentava alcuna ricerca accurata, nessun elemento di analisi di stampo scientifico, ma conteneva esclusivamente le esperienze condotte dallo psichiatra e le sue idee a riguardo. Lo psichiatra riuscì comunque a trovare seguito in quelle realtà dove la posizione critica verso i fumetti era già in fermento. Il terreno era fertile. Prima ancora che uscisse il libro di Wertham il dibattito sulla validità dei fumetti era già da diverso tempo alimentato.

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Diversa stampa aveva preso parte alla battaglia contro i comic books e, come racconta Hajdu nel suo saggio, si susseguirono in diverse località americane una serie di iniziative di contrasto alla lettura dei fumetti. Iniziative particolarmente violente nei modi e nei significati, fra tutte i roghi organizzati di fumetti. Uno dei più conosciuti, citato anche da Hadju, è quello che avvenne nel 1949 a Binghamton, nello stato di New York presso la St. Patrick School frequentata principalmente dalla comunità cattolica della cittadina. Vennero bruciati centinaia e centinaia di fumetti, risultato di un’iniziativa portata avanti dalla scuola stessa che coinvolse gli studenti in una vera e propria crociata contro le cattive letture, con tanto di promesso boicottaggio di tutti quei negozi favorevoli alla vendita dei fumetti. E non si trattava del primo rogo. Nel 1948 ci fu il caso simile presso la scuola elementare di Spencer, nel West Virginia. Vennero bruciati fumetti davanti tutti i bambini, la notizia del rogo fece il giro dei quotidiani dell’epoca.

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Nonostante toni e azioni differenti per impatto mediatico, il dibattito italiano e quello americano sulla validità educativa dei fumetti trova, soprattutto tra le fila dei critici, diversi elementi in comune da evidenziare. Spesso la critica sui messaggi negativi diffusi dai fumetti era rivolta da adulti verso altri adulti. L’uso dei roghi d’oltre oceano fu invece utile sia a dare risalto mediatico alla battaglia contro i comic books, sia ad imprimere un messaggio forte e violento ai bambini dell’epoca. Anche in Italia vennero sostenute azioni di sensibilizzazione sul pericolo dei fumetti. Come riporta Juri Meda nel suo articolo Vietato ai minori. Censura e fumetto nel secondo dopoguerra tra 1949 e il 1953, furono diverse le operazioni mosse ad arginare o meglio ancora debellare le cattive letture. La già citata mostra organizzata nel 1951 ne è una prova, sorsero comitati e associazioni impegnati a contrastare i fumetti, articoli e pubblicazioni dedicate ad educatori e genitori e infine l’impegno ufficiale dell’ambiente cattolico. Venne indetto un indice delle letture sconsigliate e affisso nelle chiese, l’intento era quello di preservare bambini e bambine dagli influssi negativi dei fumetti. Il tema caldo nel nostro paese era le censura dei fumetti. L’Osservatore Romano nel 1951 si dichiarava a favore di una censura preventiva dei fumetti, in forte contrasto con chi invece difendeva la libertà di stampa da poco ripristinata:

Di fronte a questa alluvione che minaccia adunque di sommergere o, meglio, che già investe la gioventù e non solo in America, siam pieni di questo acre fumo asfissiante dappertutto, si discute sul modo più o meno energico, cioè, più o meno immediato per spazzarlo via. Pro e contro, per esempio, alla censura preventiva. E il ‘contro’, si preoccupa della libertà della stampa e quindi della costituzionalità del più radicale riparo.  Non si vede che così si innalza a dignità di ‘stampa’ a quella del ‘giornalismo’ il ‘fumetto’: un maligno mostricciattolo, una deturpatrice caricatura dell’arte figurativa e di quella letteraria insieme.

Negli stessi anni in cui venivano appiccati fuochi contro i fumetti negli Stati Uniti, anche in Italia vennero promosse iniziative simili, seppur con un impatto e una frequenza minore. È sempre grazie alla ricerca condotta da Juri Meda che è possibile risalire ad un caso avvenuto a Brescia, promosso dalla rivista cattolica Scuola di Vita Familiare. La rivista invitava i suoi lettori a dar fuoco a tutto quello che c’è di velenoso e proseguiva con il racconto di un rogo delle “brutte stampe” presso un istituto femminile durante il sera di quaresima. Nel racconto vennero riportare le testimonianze delle studentesse, entusiaste per quel rogo purificatore. Questo ostracismo nei confronti dei fumetti è un processo facilmente individuabile con altri media e tecnologie. Sono dinamiche che si ripetono con una certe ciclicità e che, tolto il soggetto, possono essere applicate nel tempo. A riguardo, mi sembra interessante quella che Massimo Mantellini chiama sindrome “Signora mia”.

“È la sindrome “Signora mia” che si presenta potentemente in ogni occasione in cui nuove abitudini mediate dalla tecnologia irrompono tanto bruscamente. Dove andremo a finire con questa nuova ossessione planetaria? Perché occupare il proprio tempo con tali stupidaggini infantili?”

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 luglio 2016 da in Yuk con tag , , , , , , .

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