Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Buonanotte, buonanotte telefonino

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di Ornella Martini
Scrivo queste righe la prima sera della terza, e ultima settimana, dei campeggi estivi al Fienile delle Avventure, alla loro ottava edizione. Sul tavolo, accanto al computer con il quale sto scrivendo, c’è la cassettina per i pomodori che ho trasformato in un lettino per i telefoni mobili dei ragazzini.

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Questa volta, ed è la prima, abbiamo introdotto una regola che riduce l’utilizzo dei telefoni alla sera dopo cena e per comunicare con i propri genitori. Di questo parlo nel post. Le considerazioni che ne derivano sembrano molto interessanti, seppure non così originali, tanto da farci domandare: ma se è così semplice, perché gli adulti (ancora una volta parlo più di loro che dei ragazzini) non si danno un po’ da fare? Da questo piccolo osservatorio viene fuori anche la risposta a questo interrogativo.

All’inizio dell’avventura dei campeggi al Fienile i telefoni cellulari non erano un problema: i bambini avevano tra gli 8 e i 10 anni e, seppure parliamo di un pugno di anni fa, non era ancora ‘naturale’ portare il telefono con sé, tanto più in campagna e al campeggio; qualche anno dopo, quei bambini avevano tra gli 11 e i 13 anni e tutti consideravano normale avere con sé il telefono; soprattutto per alcuni genitori costituiva l’ombelico da non recidere per mantenere costante il contatto e il controllo, caricando di ansia ogni forma di conversazione.
Non ci piaceva affatto vedere puntellate di luci elettroniche le notti al Fienile e scomparire così sia le lucciole che le stelle ma, ci dicevamo, noi siamo mondani, il mondo in cui viviamo è questo e, anche se siamo qui, in questo buco di mondo che da quello sembra tanto lontano e diverso, dobbiamo comprendere, sforzarci di accogliere e, anzi, valorizzare le esperienze, le conoscenze, i linguaggi, le enciclopedie, che quei display proiettano. Ancora qualche anno e ci siamo resi conto che le cose non erano così semplici, per certi versi neppure così interessanti (avrei molto da dire su questi aspetti ma non ora). In ogni caso non erano più accettabili i grovigli comunicativi che l’interazione senza freni con i genitori produceva ogni giorno, al punto da eliminare dalla scena la nostra fondamentale funzione di mediazione comunicativa e educativa. Parecchi ragazzini se la vedevano direttamente con i genitori per ogni questione: dalla diarrea alle piccole frustrazione che la vita in comune con persone nuove in un contesto diverso possono comportare.
“Mamma ha detto che dovete darmi i fermenti lattici per il mal di pancia”. “Papà vuole sapere perché quel bambino mi ha preso in giro”. Cose così, piccole ma costanti, che ci cadevano addosso come pietrisco fastidioso, facendoci sentire deprivati di parte del nostro ruolo, della nostra libertà di scelta e di argomentazione educativa.
La capacità di vedersela da soli in autonomia, superando la ciambella di salvataggio costante offerta, addirittura in anticipo, e qualche volta resa necessaria dall’onda ansiogena della sollecitudine genitoriale, diventava di fatto impossibile per i ragazzini, nel chiacchiericcio continuo delle chiamate, degli sms e, poi, senza più freni, dei messaggi e delle chat WhatsApp: un filo ininterrotto di cure vocali che esprimevano preoccupazioni dissimulate, interrogatori capziosi, incoraggiamenti tendenziosi,  spiegazioni, suggerimenti, richieste per risolvere contenziosi e difficoltà di adattamento più o meno ingigantiti dai resoconti avventurosi dei figli e dall’immaginazione preoccupata dei genitori.
netInsomma, una ragnatela che imprigionava tutti, noi compresi ovviamente, in comunicazioni private che soffocavano il nostro ruolo ma, in primo luogo, impedivano ai bambini di affrontare da soli, col nostro aiuto, i piccoli disagi dell’avventura della vita in comune senza i genitori.
Poi, l’anno scorso arrivò la goccia che fece traboccare il vaso. Il passaparola portò bambini nuovi con i loro super telefonini: il primo problema di convivenza e di adattamento, il primo giorno dopo l’arrivo, attivò in due di questi un circuito comunicativo, con i loro padri in particolare, che montò quasi subito in una marea gigantesca di recriminazioni nei confronti del luogo, della compagnia, delle nostre competenze, fino al punto di convincere i due padri a venire a riprendersi i figli il terzo giorno. Una situazione incresciosa e offensiva per noi che abbiamo costruito negli anni una credibilità e una fiducia convinta da parte di decine di famiglie. Vedersi fare la lezione da inaccettabili buzzurri pieni di rancore, di luoghi comuni, di idee educative alla romana, della serie “Mo te faccio vede’ io”, risultava francamente insopportabile.
Senza il telefono cellulare ad alimentare l’incatenamento tra genitori e figli, supponenti i genitori, totalmente incapaci di vedersela da soli i figli, tutto questo non sarebbe accaduto. Da questo incidente è scaturita la decisione di stabilire una regola sola: i telefoni cellulari si possono portare a condizione di consegnarli a noi, per usarli la sera dopo cena e, in ogni caso, alzandosi da tavola e allontanandosi per parlare.
Un altro mondo! Un’altra vita! Un’altra libertà!

Abbiamo incontrato qualche resistenza, non dico di no, perché alcuni di questi ragazzini vivono quotidianamente relazioni di sfida e di costruzione di mondi, giocando in Minecraft o Clash Royale, ad esempio, e dunque hanno l’esigenza di controllare lo stato del gioco, i frutti delle azioni e delle strategie attivate, i risultati delle interazioni con altri giocatori, e così via. A volte, questi bambini sono così ossessionati dal coinvolgimento nel gioco che ne parlano in continuazione: a tavola, durante le camminate, nei passaggi in auto per raggiungere i luoghi delle uscite; a volte al punto da chiedere l’anticipo del rilascio del telefono al pomeriggio in vista dell’uscita notturna per passare la notte sotto le stelle. Non posso evitare di sottolineare che, di solito, si tratta di bambini che, complessivamente, hanno difficoltà di adattamento, di concentrazione, di impegno in tutto ciò che a che fare con lo stare del corpo nelle esperienze emotivamente impegnative: dal contatto diretto con animali alla sopportazione del caldo estivo; dalla realizzazione di un progetto creativo con materiali non digitali al piacere di raccontare storie, e così via. Risulta del tutto evidente proprio come, in particolare in questi casi, il telefono-mondo costituisca pressoché l’unica risorsa per l’azione quando tutto il resto spaventa terribilmente (sarà un caso che l’unico bambino assente dalla fotografia di gruppo è proprio il più dipendente dei video-giocatori?).

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Un altro mondo, un’altra vita, un’altra libertà per noi ma, soprattutto, per i ragazzini, finalmente sciolti dalle invisibili catene del monitoraggio digitale permanente a distanza, attuato dai genitori dentro la catena di Sant’Antonio delle conversazioni in WhatsApp. Mamme Avatar è un libro che racconta, documenta, spiega come i genitori, mamme soprattutto, riorganizzino la loro relazione con il figlio in modo virtuale, in particolare usando i mille ambienti digitali utilizzabili con il telefono cellulare e come, in questo continuo lavorio, si producano nuove forme di dipendenza dei genitori nei confronti dei figli, in questo modo quasi deprivati di un loro mondo riservato, autonomo, indipendente, dalla presenza occhiuta e ansiosa dei genitori che li perlustrano in continuazione con le loro applicazioni digitali.

Tutto bene, dunque, con i bambini e ragazzini fino ai 14 anni; più complicata la regolamentazione dell’uso del telefono cellulare per i ragazzi a partire dai 15: con loro la discussione e anche lo scontro si sono sviluppati intorno al concetto di “opportunità”: sul come quanto e perché ritengano opportuno tenere con sé (non necessariamente usare) il telefono.
Rimando eventualmente il resoconto e la riflessione su questo punto a un altro post. Ora è opportuno che concluda questo.

 

Informazioni su ornellamartini

Vivo e lavoro tra città e campagna: Roma e Rieti. Insegno all'Università e cucino al Fienile di Orazio. Lavoro la creta, leggo, organizzo attività educative all'insegna dell'emozione per bambini e ragazzi. Adoro stare là da noi in campagna, ascoltare l'Opera, chiacchierare con mio marito e mia figlia. E poi mi piace fare e comprare bigiotteria creativa, camminare, andare a cavallo e tante altre cose che non c'è bisogno di dire tutte qui.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 luglio 2016 da in Il cucuzzolo con tag , , , , , , , .

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