Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Bassa natalità e diseducazione (nostra)

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di Roberto Maragliano

“Con tutto il rispetto per i pensionati … stiamo diventando, siamo già, un paese a forte trazione pensionistica, e non è che la cosa possa far sprizzare di gioia chi guarda al futuro di questo paese. Rischiamo di diventare un vero e proprio monumento vivente alla lamentazione, al guardarsi indietro, al rimpianto, a quel che era e non è stato. Al rimbrotto, alla colpa è sempre degli altri, al dàgli al politico, ai mangiatori di pane a ufo, al via tutti, al lasciateci in pace e non chiedeteci quattrini. Noi italiani. Già, appunto, ma quali italiani? Quali italiani se è da tempo oramai che ci siamo demograficamente fermati e di conseguenza esistenzialmente parlando, appesantiti e incarogniti? Bisognerebbe fare di tutto per rimettere in movimento l’autobus della demografia italiana. Impresa rispetto alla quale la messa in sicurezza del sistema bancario italiano dopo la Brexit è una passeggiata di salute”.

Così Roberto Volpi su “Il Foglio quotidiano” di sabato 9 luglio 2016. Devi dare atto a lui e al giornale su cui scrive di tenere desta da tempo l’attenzione sul problema della composizione demografica del nostro paese, che vede un tasso di natalità ben inferiore a quello già basso della media europea (8 per mille rispetto a 10 per mille). Tutto questo mentre gli altri fogli nazionali generalmente si limitano a sfiorare il tema le volte che vengono resi noti i dati Istat.

Gustav_Klimt_-_Death_and_Life_-_detail_Google_Art_ProjectQuel che io penso è che non basta segnalare la gravità della questione.
Si tratta, come bene fa Roberto Volpi, di leggerla per gli aspetti di cultura e di antropologia che rivela, i quali hanno a che fare con temi ben più impegnativi, in fatto di politica e pedagogia, di quelli che usualmente vedi trattati.

Non saprei dirlo meglio di lui: “Il fatto paradossale è che gli italiani cambiano moltissimo, caratterialmente e più ancora dal punto di vista umorale, stando demograficamente parlando fermi come paracarri ai lati della strada. Cioè: non si sposano, non fanno figli – come conferma da ultimo l’Istat – e intanto invecchiano. Demograficamente parlando, appunto, stanno fermi. Non c’è stata popolazione al mondo che se ne sia rimasta rigorosamente ferma immobile, al palo proprio, come quella italiana nell’ultima dozzina d’anni. E proprio per questo non c’è stata popolazione al mondo che sia più radicalmente cambiata di quella italiana. Perché è proprio stando fermi che la struttura della popolazione ripiega su se stessa, si accartoccia e incarognisce. Si trasforma in peggio, mette su pancia e rughe, accusa acciacchi e malesseri. Non è tutta una questione di vitalità generazionale. E’ questione anche di semplice voglia e gioia di vivere, oltre che di fare, di provare, di rischiare”.

Per quel che mi riguarda, posso semplicemente aggiungerti che, in condizione di isolamento pressoché totale, scrivo di questo tema da trent’anni: se sei curioso, puoi sincerartene andando al capitolo V di Leggere scrivere e far di conto, qui, un libro che risale appunto al 1986.

Non ti basti. L’immobilismo riguarda sì le intenzioni e gli atti del generare, ma caratterizza pure i modi dell’atteggiarsi e del pensarsi, da adulti, rari genitori o non genitori che noi siamo, a fronte dei rari nati. Qui la questione è, almeno per come io la penso, ancora più drammatica. Infatti, se guardo alla letteratura pediatrica e pedagogica (non ti sorprenda l’associazione: nelle grandi librerie l’etichetta è ormai unica), constato la drammatica assenza di questo tema demografico: il bambino di cui si parla lì è fuori del tempo e dello spazio attuale, non è presente, non è nel presente. Non si riflette, non si fa riflettere, nella letteratura corrente, accademico/scientifico o divulgativa che sia, sulla condizione di isolamento che caratterizza questo “bambino unico” (che tale è anche se ha una sorella o un fratello), sul carico di aspettative di cui si tende a investirlo, su come, a volte, il ricorso alla socializzazione virtuale dei media digitali funga per lui da vitale ancorché drammaticamente ambigua compensazione.

E allora, ben vengano le eccezioni.

Una è rappresentata da Ornella Martini: il saggio digitale Dare corpo, di cui si è detto abbondantemente in questo blog e che anche Silvano Tagliagambe, nel suo Idea di scuola, più volte richiama; i  messaggi che manda qui dal Cucuzzolo.

Per l’altra, mi scuserai se cito una volta ancora il quotidiano da cui sono partito con questa nota: periodico che, al di là dell’orientamento politico che esprime, apprezzo e stimo per le intelligenze di cui dà ampia e sistematica prova. Alludo ad una rubrica che compare lì (en passant, sai perché si chiamano così le ripartizioni ricorrenti di contenuto nelle pubblicazioni? perché agli albori della stampa le notazioni in margine ai testi erano perlopiù in rosso). È la pagina”Il Figlio” (dove la ‘i’ è resa in rosso, appunto) che Annalena Benini cura settimanalmente da due mesi a questa parte. Appunto su “Il Foglio”. Ti invito a leggerla: ci troverai illustrate e discusse, con fare spigliato e leggero, ma coraggiosamente anomalo e controtendenza (che a un vecchietto come me ricorda le migliori performance di una Brunella Gasperini o di una Luciana Peverelli), le nuove condizioni di madre e di padre, a fronte di quest’antropologia “altra” che etichettare come ipermediale corrisponde al trovarsi un alibi per non vedere, e non vedersi.

Che ne sai, dunque, dei pigiama party, dei neuroni specchio, dell’incivile società domestica, dei neo scherzi telefonici, del perfettismo materno e di quello paterno, dell’emergenza vacanze, dei summer camp, dei genitori spiaggiati? Credi a me: tu, e assieme a te tutti quelli che hanno a che fare con la nuova condizione dell’essere figli e allievi, a questi temi e a questo spirito, volenti o nolenti, dovete educarvi.

 

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 luglio 2016 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , .
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