Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Un Sogno per una “testa ben fatta”

di Ornella Martini
Il video-post “Teste ben fatte” di Roberto Maragliano mi è piaciuto particolarmente. Ha la forza inequivocabile di un’indagine che fa saltare un alibi ormai accolto e accreditato pubblicamente. La triplice lettura della stessa formula, risalendo al suo primo autore, Montaigne, ne individua la sua lettura e interpretazione originale, posso dire così?
Le “teste ben fatte” dovrebbero essere quelle degli insegnanti.
Byatt Ogni giorno mi domando se io ce l’ho una testa così e, devo dire che, anche quando mi capita di stare male, arrabbiata e/o confusa, mi pare proprio di avercela una testa così; ogni giorno mi domando cosa fare per farla, perché, come scrive Serres nella prima riga del suo più recente Il mancino zoppo, “Pensare vuol dire inventare.”
Il bello è che, ad avercela, non pare gran merito in questa realtà, visto che, come non smetto, non smettiamo, di scrivere in questo blog, il mondo tutto intorno a noi non vuole questo genere di teste; vuole teste ben fatte per essere “ben piene” per tutti. Ci riempiamo la bocca della parola ‘creatività’ ma, per essere creativi davvero, bisogna ROMPERE. In tutti i sensi.
Così, ogni giorno provo a rompere un po’ (a volte esagerando) l’impianto rigido dei nostri saperi, delle nostre relazioni, dei nostri linguaggi, e provo a costruire, con altri, ché da soli non si va da nessuna parte, percorsi che permettano di incrociare saperi, relazioni, linguaggi, in modo aperto, disinvolto, disinibito.
Sì, è proprio quello che provo a fare ogni giorno; spesso ci riesco e, oltre a esserne orgogliosa, quasi incredula penso: ‘Ma se ci riesco in così poco tempo, pensa cosa si potrebbe fare avendone di più a disposizione!’

Il video che trovate qui è uno dei frutti del lavoro di una settimana di campeggio estivo al Fienile con ragazzetti e ragazzette tra i 13 e i 15 anni. Realizzato nel 2014 lo utilizzo ora anche per ricordare l’anniversario shakespeariano a 400 anni dalla sua morte nel 1616. Comunque, a questa esperienza, a metà tra il teatrale e il cinematografico, ho dedicato l’ultima parte, “Conclusioni attive”, del libro Dare corpo.

Una volta raccontata la storia, più o meno accolta da tutti, abbiamo cominciato a fare rimandi, battute, proposte di attribuzione di ruoli, in modo più improvvisato, per poi cominciare in modo più strutturato. Ci riunivamo e discutevamo su cosa raccontare e, successivamente, come mettere in scena ciascuna storia, dopo aver individuato il luogo che avrebbe fatto da teatro all’aperto: il gigantesco mandorlo sul grande prato in lieve discesa davanti al Fienile è stato scelto come deputato ‘naturalmente’ all’impresa (d’altra parte, pur non essendo una grande quercia ma essendo le querce nei boschi tutti intorno, lo stesso albero l’anno precedente aveva ospitato la festa del mondo celtico).
Man mano che la singola storia prendeva forma ciascun membro di ogni gruppo o si proponeva o veniva proposto per ricoprire un ruolo: un personaggio con delle battute decise tutti insieme, e poi i suoi movimenti e azioni sul volutamente sgangherato e pauperistico palcoscenico open air. Ricostruire la ricchezza e le risate di tutte le trovate, le ipotesi fatte, le battute, le descrizioni proposte, è impossibile, ma se si seguono con attenzione i video relativi a ciascun Sogno con in mano o negli occhi il testo shakespeariano si comprende molto bene che lavoro pazzesco i ragazzini hanno fatto: senza sforzo, forse senza neppure rendersene conto del tutto (e qui, allora, penso a quale straordinario laboratorio didattico interdisciplinare si avrebbe a disposizione per continuare senza fine con lingue e letterature italiana e inglese,  storia, geografia  e tutte le arti visive e applicate, danza, musica, scenografia, architettura, come minimo).
Hanno  usato meccanismi complessi di riscrittura come la parodia e la contaminazione, di cui molti sono esperti spettatori come utenti quotidiani di social network come You Tube, Facebook, WhatsApp, e messo in circolo idee e soluzioni che hanno contaminato la storia di partenza, assorbendola nel loro mondo ma senza tradirla: insomma, il
Sogno c’era sempre e tutto ma parlava e si muoveva con parole, gesti e azioni presi da altri immaginari e/o dalla vita quotidiana. La chiave dell’ironia, che sposta continuamente oltre il senso letterale, è la più congeniale a ragazzi e ragazzini, anche perché serve loro per tenere a bada le emozioni, interpretandole senza l’imbarazzo derivante dal dover ammettere di provarle.
Cosa abbiamo fatto noi adulti?
Il nostro ruolo è stato di regia e di coordinamento, di supporto e di stimolo: li abbiamo incoraggiati e aiutati a raccogliere le loro idee e le loro proposte, intrecciandole in modo coerente con la storia originaria; abbiamo lavorato insieme a ciascun gruppo per individuare personaggi azioni e scene e per scegliere il personaggio e il modo di rappresentarlo adatto a ciascuno.

Di solito, a questo punto, c’è sempre qualcuno che sottolinea criticamente il fatto che, trattandosi di teatro, risulta facile rompere gli schemi: vuoi mettere con latino, matematica, fisica?
NON è vero. Quando decidi di rompere è perché il tuo ordine interno è saltato e la tua testa pensa e agisce in modo diverso, quale che sia il suo campo di applicazione. Scommettiamo?
In ogni caso, i ragazzi riescono ad entusiasmarsi anche soltanto avendo a che fare con un adulto credibile, fosse pure con la “testa piena”. Almeno fino a questo obiettivo si può tentare di arrivare.

Informazioni su ornellamartini

Vivo e lavoro tra città e campagna: Roma e Rieti. Insegno all'Università e cucino al Fienile di Orazio. Lavoro la creta, leggo, organizzo attività educative all'insegna dell'emozione per bambini e ragazzi. Adoro stare là da noi in campagna, ascoltare l'Opera, chiacchierare con mio marito e mia figlia. E poi mi piace fare e comprare bigiotteria creativa, camminare, andare a cavallo e tante altre cose che non c'è bisogno di dire tutte qui.

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