Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Immaginare l’interazione (parte seconda)

di Mario Pireddu

Questo è il secondo (e il più lungo, molto più lungo: forse il più lungo della storia del nostro blog, e me ne scuso) di due post che trattano – in forma di appunti e di spunti di riflessione – di filosofia, media, educazione, immaginazione, interattività e creatività a partire dal convegno “Interactive Imagination” svoltosi a Roma il 6, 7 e 8 giugno 2016 presso l’Istituto Svizzero (qui lo Storify realizzato da “il lavoro culturale”).

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Narcisismi

L’intervento di Gert Lovink sull’immaginazione interattiva è iniziato con un resoconto delle attività del centro di ricerca Institute of Network Cultures di Amsterdam da lui diretto, ed è proseguito con alcune riflessioni rapide su temi come la cultura del selfie, il “narcisismo” digitale, la Post-Snowden Internet Culture. L’approccio di Lovink si è confermato come sempre “critico” (lui è tra i principali studiosi di riferimento per chi si interessa di “teoria critica” dei media) ma in parte anche venato di un marcato (pre)giudizio negativo sui comportamenti sociali connessi alla condivisione di immagini in rete.  Lo studioso olandese ha citato l’ermeneutica del sé di Michel Foucault e le intimità fredde di Eva Illouz, ma nel suo intervento si è ripetutamente soffermato sulla cosiddetta “cultura del narcisismo” (Cristopher Lasch). La lettura edonistica delle pratiche di condivisione degli autoscatti – così amata da non pochi intellettuali (si veda come esempio italiano paradigmatico Roberto Cotroneo), ma che tanto successo riscuote anche sui giornali e nei dibattiti televisivi – non pare però teoricamente in grado di spiegare la complessa realtà antropologica che si cela dietro i selfie.

Il senso sociale delle pratiche connesse alla produzione di scatti pensati per la pubblicazione online (selfie, wefie, etc.) ha che fare infatti con processi di creazione, conferma e rinforzo di legami sociali, creazione di immaginari condivisi (tra l’altro con differenze interessanti a seconda della fascia di età, dei gruppi sociali di riferimento etc.: si veda questo intervento di MaryMcGill su selfie e relazioni tra giovani donne) piuttosto che con il mero “narcisismo”. L’uso del termine è stato ripreso da Fabbri in un intervento successivo, per far notare la differenza tra Narciso (non consapevole della propria immagine riflessa, tanto da innamorarsi dell’immagine dell’altro percepito) e l’utente che consapevolmente produce immagini di sé per gli altri.

President Barack Obama poses for a selfie with Bill Nye and Neil DeGrasse Tyson

L’evocazione dell’accusa di narcisismo come fondamento di una teoria capace di interpretare il mutamento, se a poco è servita già in passato, appare oggi sempre meno utile (si veda qui), così come poco utile è anche il concetto di conformismo se connotato in senso unicamente negativo. I processi di conformismo e devianza, infatti, danno forma da sempre al nostro essere insieme come esseri umani, e non è pensabile un mondo sociale in cui tutti siano diversi. La socializzazione (primaria, secondaria, etc.) lavora proprio su processi di identificazione, appartenenza e condivisione di orizzonti non sempre necessariamente negativi. Ci si conforma a gruppi di riferimento nel vestire, nel parlare, nel cibo che si acquista e mangia, nel votare, nel marcare la propria distanza da questo o quel fenomeno, etc.: esistono poi casi di conformismo eccessivo (che può portare all’annullamento del sé), e casi di devianza radicale (che può portare a isolamento sociale, emarginazione etc.). Ma queste son cose risapute. Piuttosto, appare ancora attuale l’invito di Edgar Morin a utilizzare il metodo autocritico: spesso gli intellettuali dimenticano di condividere anch’essi con i propri pari tanti valori, visioni del mondo e orizzonti di senso che li rendono conformi all’identità di gruppo (e spesso di ceto), e costruiscono teorie e modelli interpretativi in base a ciò che già apprezzano o disprezzano.  Serve quindi una osservazione di se stessi nell’atto di osservare, per ricordare anche il McLuhan che scrisse “da troppo tempo si permette ai giudizi di valore di creare una nebbia morale intorno ai mutamenti tecnologici e sociali che impedisce la loro comprensione“.

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Molto più interessanti, nel discorso di Lovink, sono stati i riferimenti alla “post-Snowden Internet Culture“, al fatto cioè che – nonostante siamo ormai tutti più o meno consapevoli delle pratiche di spionaggio, accumulo e utilizzo dei dati che ci riguardano da parte di governi e aziende – non cambiamo di molto le nostre abitudini. “Sappiamo che non è buono ma lo facciamo ugualmente”: Lovink ha ricordato la proposta di Finn Brunton e Helen Nissenbaum contro questo tipo di atteggiamento, contenuta nel loro Obfuscation. Lovink ha evocato anche il concetto di social anxiety e la performance “middlebrow” di Amalia Ulman, per citare poi rapidamente la cosiddetta like economy e l’algoritmo che si cela dietro FindFace, sito russo che consente di risalire all’identità delle persone a partire da fotografie e sfruttando il database della piattaforma di social networking Vkontakte. Un cenno rapido a selfiecity (il progetto coordinato da Lev Manovich per mappare la produzione di selfie in cinque metropoli globali), al concetto di anti-selfie e alle immagini degli smartphone come “soul-sucking tools” dell’artista francese Antoine Geiger.

Media e teste ben fatte

Nella sessione dedicata a Education and Society, Roberto Maragliano ha introdotto una relazione (interamente disponibile qui) co-firmata con Silvano Tagliagambe, assente per motivi personali. Maragliano ha offerto spunti di riflessione a partire dal concetto di “filtro creativo”, visto come “potenziale di conoscenza e azione, di creatività, interazione e immaginazione, caratterizzato da ricchezza e generosità e non invece da quell’appiattimento e quel conformismo di cui tanto si dice, e tanto frequentemente a sproposito”. Gli apporti di Tagliagambe sono chiari nel cercare di sottolineare percorsi elettivi tra ragionamento e dimensione del consumo (intrattenimento). Il dibattito estetico, secondo il filosofo della scienza, spesso si è fermato per mancanza di risposte, mentre – partendo dalla dimensione scientifica – un esperto di relatività come Kip Thorne è riuscito a elaborare un contributo costruttivo nella creazione di un film di successo come Interstellar.

Dal cinema al libro: tecnologie come esternalizzazione e ambienti corporei e cognitivi: da Michel de Montaigne a Michel Serres, e passando naturalmente per Edgar Morin, il discorso sulla testa ben fatta emerge come riflessione sulla capacità di saper porre delle domande, di sapersi muovere in modo adeguato nel mondo esterno. Non una testa piena di cose, ma una testa ben fatta, affermava già Montaigne: non dobbiamo portare dentro tutto, non dobbiamo riempire la testa di cose, ma dobbiamo riuscire a usarla al meglio. Il filosofo, ha fatto notare Maragliano (come fa anche in questo video qui sul nostro blog) si riferiva però principalmente ai docenti, mentre la diffusione del discorso moriniano ha riguardato soprattutto l’applicazione del ragionamento al versante degli allievi.

Michel Serres, dal canto suo, nel suo ultimo testo Il mancino zoppo, riprende Montaigne ricordando che attraverso i libri abbiamo esternalizzato la conoscenza e abbiamo reso la nostra testa libera, capace di muoversi nel mondo e di creare – anche in virtù dell’utilizzo del sapere in essi conservato.  La rivoluzione digitale per Serres ha aumentato il processo di esternalizzazione del sapere: quale migliore condizione di quella attuale, dunque, in cui abbiamo esteriorizzato tutto? Possiamo liberarci di una interpretazione fisica e statica del sapere, e avere la mente sgombra per poter creare, inventare e costruire.  Il sapere lo abbiamo in mano (maintenent): come nel Cinquecento si tenevano in mano i primi libri tascabili, oggi una bambina tiene potenzialmente in mano con lo smartphone tutto il sapere, con tutte le sue stratificazioni. Qui le tecnologie digitali vengono rilette come radicanti e non stranianti, perché intrecciate con l’azione del soggetto e dell’oggetto stesso: si tratta di elaborazione cognitiva incorporata e distribuita.

st-simplicissimus.it-118737Nel presentare la recente pubblicazione – prima in formato digitale e in seguito anche su cartaceo – del libro di Tagliagambe “Idea di scuola” (per la collana Studio Digitale di Antonio Tombolini Editore), Maragliano ha proposto di pensare l’educazione come un sistema aperto. La logica dell’educazione praticata è infatti ancora troppo simile a quella tipica dei sistemi chiusi. Possiamo invece ragionare sui problemi delle istituzioni educative facendo un discorso che recuperi una quota dell’elaborazione su cui ci si confronta, per introdurla nel mediascape di scuola e università. Istituzioni in cui pensiamo che si apprenda in funzione di un insegnamento, o con le domande di Maragliano: pensiamo che queste cose siano insegnabili? Si può mettere in crisi l’attuale assetto, che ci fa soffrire una condizione di accerchiamento? Il rifiuto della tecnologia aumenta notevolmente i livelli dell’ansia: molti docenti e professori si privano del pharmakon tecnico e dell’esperienza stessa. Vogliamo continuare a essere “puri” come Don Chisciotte, o forse dovremmo trovare una formula per un compromesso più ‘saggio’ (alla Sancho Panza)?

Realtà simulate

Il lavoro di Domenico Parisi presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR, per bocca dello stesso Parisi, consiste nel costruire robot che “non vogliono avere applicazioni pratiche ma vogliono essere strumenti per una nuova scienza degli esseri umani”. Il mondo degli esseri umani oggi è più complesso rispetto al passato, ma gli strumenti che dovrebbero aiutarli a capire i cambiamenti sono gli stessi del passato, tutti basati sul linguaggio verbale (libri, giornali, dibattiti, lezioni a scuola e all’università, ruolo passivo di lettori e ascoltatori). Oggi la scienza – che rimane lo strumento migliore per capire il mondo e per sapere come cambiarlo – ha un nuovo strumento per testare le sue teorie. Fino a oggi, si sono usate formule matematiche o parole; con il computer – da cinquant’anni – le teorie possono essere formulate non più soltanto usando le parole, ma anche simulando al computer la realtà che si intende comprendere. Se i risultati di una simulazione corrispondono ai fatti empirici, allora si può assumere che “la teoria su cui si basa la simulazione individua i meccanismi e i processi che stanno dietro ai fenomeni che lo scienziato vuole studiare”.

Parisi ha affermato di cercare di capire gli esseri umani e le società simulandoli al computer: gli esseri umani però hanno un corpo, e dunque non basta l’Intelligenza Artificiale ma servono i robot costruiti appositamente per costruire società simili a quelle umane. Fino a oggi le simulazioni sono servite soltanto agli scienziati, invece è possibile usare le simulazioni per fare capire a chiunque come è fatta e come funziona la realtà. Ciò è possibile realizzando ambienti digitali (digital environments): simulazioni al computer di qualunque aspetto della realtà, dotate di una interfaccia che permette a tutti di capire quell’aspetto della realtà. L’utente non si limita a interagire con quel che vede sullo schermo, ma interagisce con la simulazione (con il modello simulativo) che sta dietro a quel che si vede sullo schermo. Gli ambienti digitali non sono dunque mere interfacce interattive, come invece accade per le VR e per i videogame. Su questo ultimo punto toccato da Parisi si potrebbe in realtà discutere a lungo, perché anche VR e videogame non di rado sono coinvolti nella creazione di simulazioni e ambienti digitali complessi.

The_Sims_Unleashed_05Le simulazioni non sono verbali: possono essere utili su scala globale, essere utilizzate da policy makers, amministratori, cittadini che vogliono conoscere meglio la realtà in cui vivono e in cui chi li governa prende decisioni etc. Tutti – ripete Parisi – possono capire la realtà interagendo con le simulazioni, che sono chiaramente semplificate, perché non possono riprodurre la realtà. Su questo punto Parisi avrebbe potuto soffermarsi di più, giacché la scelta delle variabili e degli elementi da includere o escludere dalle simulazioni non è un atto neutrale o scarsamente significativo, e può avere conseguenze importanti sui risultati delle simulazioni stesse (sulla cui “oggettività” e “predittibilità” si può discutere). Per Parisi occorre avere più esperti di simulazioni: programmatori, creatori di interfacce digitali, esperti di business model, etc. La scienza rende possibile, attraverso il computer, costruire utopie scientifiche (società e realtà impossibili) e modificare le variabili per osservare quel che lì accade.

Il risvolto di questo discorso sul piano educativo è che alcune delle materie oggi insegnate (almeno parzialmente) dovrebbero essere messe da parte. Perché arrivare a livelli astratti avanzati in matematica e fisica e non lavorare invece sulle banche, sul risparmio, sulla finanza o sui fenomeni di globalizzazione?

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Interoperabilità e futuro

David Weinberger ha iniziato la sua relazione citando Thomas Kuhn per fare riferimento a un cambio di paradigma nella nostra visione del futuro. Solitamente pensiamo al futuro in termini spaziali (come a una mappa), con varie possibilità di percorsi possibili: viaggiamo verso il futuro e scegliamo un percorso (dalle possibilità immaginarie a quelle reali). Qual è il nuovo paradigma emergente che tiene insieme idea di futuro e Internet? Per rispondere a questa domanda dobbiamo capire che non ha senso chiedersi “a cosa serve Internet”. Internet non è come una freccia, come la pressa tipografica o il telefono: Internet non “serve” a qualcosa in particolare, e qui risiedono la sua natura e la sua forza. Weinberger ha costruito il suo intervento intorno al concetto di interoperabilità o, in altri termini, parti di un sistema che funzionano in altri sistemi. Non ha senso parlare degli “effetti di Internet” su qualcosa (tecnodeterminismo), ma occorre concentrarsi sull’interoperabilità come qualcosa che ha a che fare con l’extendend mind teorizzata da Andy Clark e David Chalmers nel 1998. Da questo punto di vista gli oggetti e gli ambienti vanno considerati come parti della nostra mente, elementi di un unico sistema integrato (vale la pena ricordare anche qui che i teorici del postumano hanno lavorato da tempo su ipotesi analoghe).

Per Weinberger ci troviamo davanti a un cambio di paradigma importante: dalla possibilità all’accettazione dell’impossibilità di anticipare gli eventi. Nel caso di diverse open platform che sono state lanciate negli ultimi anni (internet.org, The World Bank, The New York Times, Steam, Marvel etc.), si nota come di fatto gli stessi progettisti non hanno potuto prevedere quel che sarebbe accaduto con il coinvolgimento degli utenti nei processi di produzione di contenuti e interazioni. Le open platform sono importanti per comprendere un mutamento rilevante: non si sa con precisione quel che la gente vuole, per cui non si anticipa l’azione ma si chiede alle persone stesse di creare qualcosa. Internet è costruita in modo da non “servire” a qualcosa di pre-programmato, e lo dimostra il meccanismo del Minimum Viable Product (MVP): rilasciare un prodotto che faccia poche cose per osservare cosa realmente le persone fanno, e solo in seguito aggiungere funzionalità in base a ciò che è emerso. Un altro esempio è quello delle unconference: in questi eventi gli organizzatori non anticipano i temi a cui le persone sono interessate, ma sono i partecipanti stessi a creare i percorsi, i momenti di incontro e dibattito, etc.

La questione dei filtri è qui prepotentemente in gioco (ed è qualcosa su cui già altri studiosi come Clay Shirky e lo stesso Weinberger hanno lavorato in passato): non più filtrare a priori ma includere tutto (include and postpone). Il riferimento è al passaggio dalla scarsità analogica alla cosiddetta abbondanza digitale, per cui da un “prima filtra e poi pubblica” si è passati a un “prima pubblica e poi filtra”. Il risultato? “Keeping the future from being so predictable“.

1203_clockWeinberger si è poi soffermato su quello che ha chiamato il “mondo delle leggi di Newton” (small set, simple laws, the same everywhere, knowable by mortals), ricordando che Newton non credeva all’universo come orologio perché quell’idea non contempla Dio, e aggiungendo che Pierre Simon Laplace invece lo descriveva esattamente così, e dunque interamente prevedibile mediante semplici leggi. Oggi, ha affermato Weinberger, continuiamo a credere di poter prevedere tutto come se l’universo fosse un orologio (è il nostro paradigma, e il computer ha rinforzato la credenza sulla prevedibilità dell’universo): in realtà, però, possiamo prevedere ben poche cose. Unica eccezione le simulazioni, utili per effettuare previsioni step by step (“no skipping ahead”, e il riferimento qui è a Stephen Wolfram e alla sua New Kind of Science).

Quel che stiamo fronteggiando è pero un passaggio dalle regole semplici a risultati complessi e imprevedibili: Weinberger ha citato il noto tweet di Chris Messina (di cui ho parlato qui a proposito dei dieci anni di Twitter), ricordando che una funzione oggi imprescindibile come quella dell’hashtag è nata grazie a una proposta – non prevista – degli utenti. La situazione attuale sarebbe dunque questa: massive data, massively connected, massively complex, o in altri termini sintetizzata nella formula from progress to explosion. Un altro esempio fatto da Weinberger è quello di GitHub, piattaforma in cui frammenti di codice aperto vengono usati e riusati per costruire altri codici e altri prodotti non previsti. Internet “funziona” così: from causation to interoperability, dove interoperability is the future’s new causation. In sintesi l’opposizione delineata tra mondo delle leggi di Newton (“things effect things; simple rules; predictable effects; we are born into universal rules”) e Internet (“things effect things; complex rules; unpredictable results; we write the rules”) conduce il ragionamento verso una rete di Nodi, Pagine, Persone, Cose (all interconnected in the same network). Qui l’interoperabilità è tradotta in “un futuro che è aperto a nuove possibilità”, e la relazione di Weinberger si è chiusa con un invito a costruire più futuro (Make. More. Future).

Fabbri ha rilevato come ciò che Weinberger prefigura come luogo di interconnessione coincida con quel che altri studiosi chiamano “Nuovo Parlamento”, che comprende non solo gli uomini ma anche altri enti (attanti, nella terminologia semiotica) come animali o cose. Il semiologo ha anche ricordato, a proposito di “regole”, che alcune di esse si stabilizzano in norme (le quali richiedono approvazione sociale, delibere parlamentari, costruzioni di valori), e le norme sono regole sanzionate. In effetti, e restando in contatto con l’appunto di Fabbri, va detto che l’unico vero problema del discorso di Weinberger è che non sembra funzionare del tutto l’opposizione tra “mondo delle leggi di Newton” e “mondo di Internet”, perché l’imprevedibilità di Internet è dovuta principalmente al fatto che la rete di cui è composta – e gli esempi fatti lo dimostrano – comprende anche le persone. Se i movimenti di Saturno sono prevedibili con simulazioni molto precise, non altrettanto si può dire di quel che accade su Internet (p.e.: quale sarà il prossimo meme di successo? Quando nascerà?) o di quel che poteva accadere nelle trasmissioni in diretta, nelle assemblee di piazza, etc. Non è tanto Internet a essere poco prevedibile, sono le persone e gli aggregati sociali (anche animali, naturalmente) a esserlo. È vero, Internet offre a miliardi di persone la possibilità di pubblicare contenuti, libera potenziale creativo che prima trovava molti più vincoli espressivi, ma di fatto la previsione accurata di quel che può accadere nelle società umane resta un miraggio da sempre e non solo nella società delle reti.

In conclusione

L’intervento di Pietro Montani a chiusura dei lavori del convegno ha ricollegato in una riflessione articolata i molti spunti emersi durante le tre giornate. L’immaginazione è emersa come dispositivo complesso: un insieme di schemi grazie ai quali la nostra sfera cognitiva e il nostro fare pratico interagiscono in modo costante, sistematico e creativo (quindi con innovazioni) con il mondo reale e con gli altri esseri umani. A emergere come necessaria è stata anche una ridefinizione del concetto di interattività: di solito si lavora con una interpretazione molto riduttiva di interattività, spesso fuorviante, che impedisce di cogliere gli aspetti innovativi e le opportunità inavvertite. L’interattività comporta di regola e da sempre diverse forme di esternalizzazione tecnica. La prestazione interattiva dell’immaginazione può essere intesa e indagata in modo adeguato solo alla luce del paradigma secondo cui i supporti esternalizzati dell’attività immaginativa (linguaggio, scrittura, immagini, artefatti, media ambientali etc.) esercitano un feedback costante sul modo in cui l’immaginazione stessa funge da sistematica interfaccia tra schemi cognitivi, procedure pratiche, processi comunicativi e cooperativi, e ambiente reale.

Frog_eye_closeupIl feedback evidenzia che le tecniche non consistono affatto nell’esternalizzare delle competenze di cui saremmo dotati geneticamente (o a priori), quanto nell’implementarle (o nello scoprirle) e nel riorganizzare. Il riferimento è qui anche all’autopoiesi e ai processi di individuazione. Sull’embodiment e i suoi effetti di feedback, ha sottolineato Montani, i lavori del convegno hanno registrato ampia e significativa convergenza, fornendo molti spunti e sviluppi possibili.

Una distinzione importante: nel parlare di esternalizzazione e di feedback, si deve fare riferimento a un processo che coinvolge una considerazione ampia dell’embodiment (mente estesa, etc.), dunque non solo il corpo vivente ma anche gli ambienti in cui il corpo si muove e fa esperienza. Grusin ha ricollegato questo punto al concetto di milieu associé di Simondon. Pennisi ha insistito sul rapporto determinante dei percorsi di embodiment con i processi che caratterizzano l’evoluzione di homo sapiens e i vincoli entro i quali l’evoluzione può realizzarsi. Casetti li ha ricondotti all’interno del concetto indispensabile di mediascape, e Fabbri, Diodato e Weinberger hanno presentato altre caratterizzazioni efficaci. Questi processi di embodiment hanno assunto un tasso di esternalizzazione mai registrato nella storia dell’essere umano. Se si segue André Leroi-Gourhan ciò non dovrebbe sorprendere, perché accade sistematicamente nell’evoluzione dell’uomo (l’evoluzione di homo sapiens si svolge sempre più marcatamente all’infuori di lui). Montani non cita il post-umanesimo, ma i temi da lui richiamati sono molto vicini alle riflessioni di non pochi studiosi che si sono occupati del tema (sul versante italiano si veda l’antologia che ho curato insieme a Antonio Tursi ormai dieci anni fa per Guerini).

post-umanoMontani ha invitato ad abbandonare l’uso di categorie vecchie per analizzare fenomeni nuovi (come per esempio quello del selfie). Serve un rovesciamento, nel senso di capire se rovesciando si possono trarre vantaggi (prospettiva farmacologica: il pharmakon è tossico ma può aiutare). Il feedback sarà positivo (evolutivamente vantaggioso) a condizione di implementare nuove competenze (o scoprirle), sincronizzando in modo complementare l’ergonomia cognitiva e corporea – a condizione che l’ambiente associato sia arricchito di complessità e non impoverito.

Attenzione particolare va riservata alla neghentropia, ridefinita da Stiegler come negantropia (qualcosa che può salvare l’uomo dall’entropia dalla minaccia che l’individuo venga assorbito dagli ambienti associati alle nuove tecnologie: big data, processi di automazione e negazione radicale connessi ai big data, processi che risolvono in modo algoritmico ciò che hanno pre-mediato). Forma radicalmente disumanizzante, snaturante – se mai esiste una “natura umana”- di uno scenario degli ambienti mediali [qui Montani ha fatto un gradito riferimento al chiasma: ambienti mediali e media ambientali] che Casetti ha opportunamente presentato, secondo una declinazione aperta a un ampio range di riscoperta di pratiche antiche. Ospitalità, attesa, intimità allargata. Maragliano non a caso ha parlato di strategie radicanti in un sistema aperto.

Per Montani dal convegno è emersa una declinazione largamente aperta alla progettualità di linee di intervento anche molto pragmatiche, a riprova del fatto che l’approccio più adeguato all’assunzione pratica e politica degli ambienti associati alle tecnologie digitali è quello di imparare a sentirli come territori ricchi di opportunità per una immaginazione interattiva (ambienti striati, riprendendo Deleuze e Guattari).

Immaginazione e interattività sono collegate intimamente a effetti di feedback e riorganizzazione (ritorno, rientro) legati al carattere embodied del carattere somatico e ambientale. Linda Palmer, ha continuato Montani, ha suggerito che alcuni aspetti molto importanti di questo insieme di relazioni sono condivisi da altri viventi (p.e. i ratti: il loro comportamento ci aiuta a capire che cosa accadrebbe nel cervello nel momento in cui vengono “immaginati” degli schemi innovativi e delle risposte creative all’interazione con l’ambiente). Nei momenti in cui prendiamo decisioni innovative e creative siamo connessi alla sussistenza di ambienti complessi, molto differenziati e ricchi di stimoli (anche l’immaginazione del ratto lì lavora meglio, anche in assenza di premi e ricompense). Ci si deve chiedere se vi sia, e dove sia, la principale differenza di carattere specie-specifico evidenziabile nel comportamento adattativo di homo sapiens. Sembra che la risposta non possa che essere questa: a differenza di altri viventi, l’essere umano sembra “essenzialmente” (e non ontologicamente perché questa parola crea non pochi problemi) predisposto a interagire con un ambiente complesso e differenziato in una dimensione estetica. Sente una inesauribile quantità di stimoli, a differenza di molti altri viventi e delle macchine. Se questo è vero, l’essere umano sembra singolarmente aperto a incontrare sensibilmente la complessità. Anzi, la sua sensibilità – aisthesis – è talmente aperta da aver avuto bisogno (evolutivamente) di una attività specifica, lo schematismo. Schematismo come precondizione dell’insorgenza del linguaggio – e di altre forme di esternalizzazione tecnica come le immagini. Tecniche di articolazione (fonazione) per un problema estetico. Si apre il campo della riconsiderazione dell’esperienza estetica e della creatività tecnica. Prospettiva abbastanza nuova per ciò che per alcuni secoli abbiamo chiamato opera d’arte.

Street-Art-resistance-growsIn sintesi: prestazioni creative di una immaginazione tecnoestetica interfacciata con la sensibilità e connessa con il linguaggio. Le relazioni del convegno dedicate alle arti hanno toccato questo punto, e secondo Montani hanno consentito di affrontarlo secondo un ultimo ragionamento. Sono emerse due posizioni: l’arte come politica attiva, o l’arte come anticorpo. Silvana Borutti e la sua intensa e inquietante relazione hanno offerto un modo per coniugare le dimensioni affermativa e resistenziale (l’erotica e l’immunitaria), a partire dalla messa in evidenza di un elemento radicalmente discordante o inconciliabile: la relazione tra immagine e linguaggio (Zebald). Questo elemento si presenta come un modo di schematizzare un ordine che ci è incomprensibile perché non corrisponde a nulla che potrebbe promettere un accordo – e anzi cerca e lascia sussistere un disaccordo tra parola e immagine. Si può tentare una lettura in chiave adorniana (sublime, immunitaria), ma se ne profila anche un’altra: in alcuni casi eccezionali – ma lo stato di eccezione forse è la norma per l’essere umano – l’ordinaria messa in fase del rapporto tra parola e immagine dev’essere radicalmente disabilitata. Per inciso, ha chiesto Montani, dato che i riferimenti alla questione del sogno sono stati numerosi, non sarà che il lavoro onirico dell’immaginazione assolva a questa primaria funzione di disaccoppiamento o di essenziale disautomazione? Non si parla molto dell’interpretabilità del sogno, per la quale abbiamo soltanto la teoria di Freud (ed è una teoria). I neuroscienziati non sanno se il sogno ha una funzione o un vantaggio evolutivo. Probabilmente – ed è una ipotesi meramente speculativa – serve a disaccoppiare o comunque a disimpastare dal linguaggio. In alcuni casi, o forse tutte le notti nel sogno REM, la normale messa in fase del normale rapporto tra parola e immagine deve essere interrotta e disabilitata. Non è detto che da questo disaccoppiamento momentaneo tra parola e immagine possa sorgere un effettivo processo di rielaborazione e riorganizzazione, ma sembra di poter dire che qualsiasi processo di rielaborazione e riorganizzazione innovativa e progettuale non potrebbe sorgere se non da un qualche disaccoppiamento.

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

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