Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Immaginare l’interazione (parte prima)

di Mario Pireddu

Premessa: questo sarà il primo di due post che tratteranno – in forma di appunti e di spunti di riflessione – di filosofia, media, educazione, immaginazione, interattività e creatività a partire dal convegno “Interactive Imagination” svoltosi a Roma il 6, 7 e 8 giugno 2016 presso l’Istituto Svizzero (qui lo Storify realizzato da “il lavoro culturale”).

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Il convegno internazionale Interactive Imagination, organizzato dal gruppo di studio e ricerca coordinato da Pietro Montani, si è chiuso ieri in tarda serata con le riflessioni proposte dallo stesso Montani sul rapporto tra immaginazione e interattività. Gli ospiti erano tanti, anche internazionali, le cose dette molte: ci sarebbe parecchio da dire, ma essendo questo il post di un blog (peraltro molto personale), cercherò di riprendere qui soltanto alcuni degli spunti di indagine proposti dai diversi relatori che si sono succeduti nelle tre giornate.

Algoritmi e realtà

Dell’intervento di Paolo Fabbri sull’immaginazione crittografica mi limito a segnalare il legame tra algoritmo e segreto sottolineato dal semiologo: nel ricordare che l’interesse semiotico per le scritture segrete viene dalla convergenza tra linguistica e scienze della computazione (con riferimento a Roman Jakobson), Fabbri ha sostenuto che gli algoritmi di cui la cultura contemporanea è satura “alimentano il segreto di cui è costituita la comunicazione”. Tra crittografia, sostituzioni e trasposizioni, chiavi pubbliche e chiavi private, la crittoanalisi è stata presentata come una disciplina strategica paragonata a un’arte marziale: sia che si tratti di spionaggio (e fino a quarant’anni fa la crittografia riguardava soltanto quell’ambito), sia che si tratti di violazione di segreti bancari o codici di qualsiasi tipo, occorre conoscere la potenza dell’avversario per districarsi nella “panoplia di maschere numeriche che possiamo attivare”. Il riferimento letterario più importante è stato quello al libro The Circle di Dave Eggers, utile per riflettere sulle utopie/distopie di trasparenza totale legate al social networking e ai social media più in generale. Da qui una riflessione finale su Snowden, Assange e la più generale incertezza sulla realtà della Realtà, quindi sulle teorie del complotto e sul loro successo. Argomenti non più ripresi durante il convegno, se non in qualche riferimento a un presunto “inquinamento mentale” dovuto ai social media (e su questo dirò qualcosa più avanti).

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Richard Grusin

Datamediation

Ero molto incuriosito all’idea di sentire l’intervento di Richard Grusin dedicato alla “datamediation“, perché per chi studia i media – in Italia e non solo – Richard Grusin è anche e inevitabilmente quello del duo Bolter & Grusin e di Remediation, libro sul quale ho studiato, che ho utilizzato con gli studenti, etc. Entrambi gli studiosi hanno pubblicato negli anni diversi testi (Grusin ha curato di recente per la Minnesota University Press un volume dagli echi postumani intitolato “The Nonhuman Turn“), ma di fatto la loro rilettura di alcuni concetti mcluhaniani è ciò per cui vengono ancora ricordati e citati. Con queste premesse e con un titolo che faceva riferimento alla mediazione, mi aspettavo un intervento molto diverso da quello che ho sentito. Partito da una introduzione sui “dati come forma di mediazione”, lo studioso statunitense ha costruito un discorso sul controllo di ogni aspetto della nostra vita a partire dall’utilizzo di app dedicate alla salute e alla gestione del sé (quantified self). Monitoraggio volontario, tracking devices (wearability e implantability), neoliberismo, communicative capitalism e data colonialism: citando di volta in volta gli studi di autori utili ai fini del suo discorso (David Beer sul neoliberismo; Rita Railey su dataveillancecountervaillance; Jodi Dean sul capitalismo comunicativo e i big data; Jim tatcher, David O’Sullivan e Dillon Mahmoudi sul data colonialism), Grusin ha rivelato un graduale passaggio da un approccio vicino al materialismo storico verso strumenti di lettura più chiaramente marxiani. Non è mancata una (facile, per la verità) lettura in chiave critica di uno spot della Apple, volto a suggerire la necessità di caricare in rete dati che ci riguardano (“the need” e quindi “the right to upload all of me”). La parte più interessante dell’intervento, che avrebbe meritato più approfondimento, è per me quella sul ruolo dei dati come veri e propri produttori di realtà: “data are capta”, ha detto Grusin riprendendo alcune riflessioni di Johanna Drucker sui dati costruiti come interpretazioni del funzionamento del mondo. Da questo punto di vista, nessun dato pre-esiste alla propria parametrizzazione e – per dirila con la Riley – “our databodies are repeatedly enacted as a consequence of search procedures”.

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Julien Mauve – Lonely Window

Mediascape

Francesco Casetti, nel proporre un discorso più strettamente mediologico, ha offerto un ragionamento sul concetto di ambienti mediali (media environments). Lo studioso di cinema e media audiovisivi (nominato l’anno scorso Donnelley Professor of Humanities and Film and Media Studies presso la Yale University) ha definito così il termine mediascape: “spazio o ambiente che facilita la mediazione grazie e artefatti che prendono posto in esso”. Ha parlato di componenti che innervano lo spazio, e di infrastrutture (non mere tecnologie) che assicurano gli strumenti per la messa in opera di quello che McLuhan definiva “sistema nervoso centrale” elettronico. Un mediascape sarebbe caratterizzato da una profonda interazione tra tecnologie della comunicazione, pratiche umane, e physical milieu. Qui il riferimento è a Gilbert Simondon e alle sue analisi sulla tecnica come milieu per l’essere umano, ma non sono poche le connessioni con alcune delle più celebri riflessioni mediologiche (pensiamo anche soltanto a Régis Debray): qualunque cosa può diventare un medium, se inserita in “un mediascape che aiuta un processo di mediazione”. Sul tema dell’immaginazione di ambienti mediali, Casetti ha evocato le distopie sulla scomparsa del corpo (facendo un collegamento a mio parere forzato con il concetto di amputazione di McLuhan) e sulla scomparsa del tempo. Queste distopie sarebbero funzionali alle ansie contemporanee: il progresso tecnologico che si rovescia in uno scacco e nella nostra scomparsa come esseri umani. Lo studioso ha giustamente ricordato che l’immaginazione legata al progresso e alle tecnologie vive da sempre di distopie: prendendo come esempio il cinema, Casetti ha rievocato la descrizione di Pirandello dell’operatore cinematografico come uomo-automizzato al servizio del nuovo dispositivo. Più proficuo, invece, è ragionare sulla apertura di possibilità: riflettere sull’immaginazione che rovescia la distopia, appoggiandosi sulla metafora della finestra come possibilità.

Tre le lezioni conclusive proposte da Casetti:

1) la funzione primaria di un mediascape emerge come rovesciamento di immaginazioni distopiche (la costruzione dell’ansia è un elemento politico-economico fondamentale per la costituzione di un mediascape);

2) nessun mediascape funziona in modo univoco, ma su regimi contraddittori in continuo conflitto (“actual and possible always coexist“): un po’ come con le biforcazioni di Borges, e questo è evidente se pensiamo al cinema (inventato come strumento scientifico e usato poi per l’intrattenimento) e ai raggi X (inventati per l’intrattenimento e usati in seguito come strumento scientifico);

3) i mediascape ospitano il paradosso e l’ambiguità.

[nel prossimo post: robot, esternalizzazione della conoscenza e educazione, interoperabilità e futuro]

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

Un commento su “Immaginare l’interazione (parte prima)

  1. soudaz
    10 giugno 2016

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Questa voce è stata pubblicata il 9 giugno 2016 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , .

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