Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La civiltà di Aldo

di Roberto Maragliano

Quante volte c’è capitato di leggere e pure di dire e scrivere che i giovani vanno aiutati ad assumere un atteggiamento critico nei confronti degli strumenti della comunicazione? Come una sorta di ritornello questa formula ha accompagnato ieri tanti dei nostri discorsi di stampo educativo a proposito della televisione, ed è la stessa che con una certa frequenza riproponiamo oggi per l’universo digitale. Non ho niente da obiettare in proposito, del resto c’è pure un disciplina (la media education) che da tempo si incarica di fornire a questo fine adeguati strumenti e teorici e pratici, né manca chi sostiene che le si dovrebbe trovar posto nel curricolo scolastico. Ma un’obiezione permettetemi comunque di formularla, ed è questa: perché un simile approccio non è proposto e praticato a proposito dello strumento comunicativo che più massicciamente viene utilizzato a livello scolastico (e pure universitario), cioè il libro? Difficilmente può essere contestato il fatto che nei manuali di educazione ai media, che sono sostanzialmente dei libri, manchi un capitolo dedicato all’analisi e interpretazione critica dello strumento attraverso cui quel tipo di sapere viene mediato. Mettiamo che si sia convinti della superiorità dello strumento libro su tutti gli altri, per il fatto che favorirebbe la riflessione, l’approfondimento, l’organizzazione sistematica delle conoscenze: perché, verrebbe da chiedere, ci si sente autorizzati a privare proprio questa zona più elevata del sapere di una cornice di riflessione?

Storia e pedagogia nei media, il libro digitale mio e di Mario Pireddu che circola ormai da qualche tempo, intende sottrarsi a questa obiezione. La tesi lì proposta, ed è quella sintetizzata nel titolo, è che tramite l’uso di un determinato strumento di comunicazione e conoscenza vengano interiorizzate una particolare sensibilità, una particolare rappresentazione del mondo, una particolare forma mentale e corporea. Ciò vale per la televisione o per il tablet, ma non vale di meno per il libro. Secondo questo approccio, non esiste un sapere unico che i diversi media si incaricano di mediare, ma esistono tante forme di sapere diverse quanto sono diversi gli strumenti che le mediano. In questo senso più “esigente” la media education potrebbe (secondo noi dovrebbe) essere intesa come contributo di analisi della varietà di mediazioni del sapere, ciascuna portatrice di una sua implicita pedagogia e di una sua implicita storia. Educare significherebbe allora portare alla luce, dunque concettualizzare e sottoporre ad analisi critica questi elementi impliciti. Proprio a cominciare dal libro, considerando l’importanza che gli è tuttora riconosciuta dentro gli apparati dell’istruzione.

manuzio catalogo

Sia chiaro, però, questo vizio di rimozione non è solo della nostra scuola, ma caratterizza buona parte dell’intellettualità organizzata che nel manifestare il suo pensiero, perlopiù tramite libri e giornali, contribuisce alla formazione del corrente spirito critico: critico dunque di tutti i media fuorché di quello che lo media. Volete una prova? Eccola. Quanti dei soloni del libro, quelli che ad ogni pie’ sospinto sono lì a farci sapere che il libro digitale ha consumato tutte le sue possibilità di futuro e che la carta s’è rivelata imperitura, hanno dedicato un po’ di attenzione alla mostra Aldo Manuzio. Il Rinascimenti di Venezia, che si tiene alle veneziane Gallerie dell’Accademia fino al prossimo 19 di giugno? Pochissimi, quasi nessuno. Horribile dictu, l’ha fatto egregiamente Topolino  che all’avvenimento ha dedicato ben due storie, la prima con Paperino e Paperoga impegnati a dare una mano (anche maldestra) all’allestimento della mostra attuale (n. 3147), la seconda con Paperino e Paperone alla ricerca del tesoro nascosto dai loro antenati, quelli che nella Venezia del Cinquecento avrebbero svolto rispettivamente il ruolo di mecenate e sguattero della bottega tipografica similaldina (n. 3151). Tutti i motivi dell’esposizione veneziana sono lì scherzosamente presentati. Del resto sempre Topolino organizza dentro la mostra due atelier pedagogici uno dei quali s’è già tenuto. Né va trascurato che, accanto al catalogo, tra le pubblicazioni celebrative di maggior rilievo della ricorrenza (i cinquecento anni dalla morte del grande umanista educatore e tipografo) c’è un altro contributo non saggistico, il romanzo grafico Aldo Manuzio, di Andrea Aprile e Gaspard Njock, uscito mesi fa per Tunué.

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Personalmente mi sono fatto otto ore di treno per passarne due in compagnia di Manuzio e del suo mondo, e vi assicuro che ne valeva la pena. Vi invito dunque a mettere in programma il viaggetto, e, nell’impossibilità a procurarvi l’ottimo catalogo della mostra o comunque a visitarne il sito, ricco e utile, con tanto di guida sonora scaricabile.

Intendiamoci.  Ci sono mostre enciclopediche, dove si sa già prima quello che uno trova, non fosse altro perché riproducono la formula del paragrafo di manuale (tra quelle in corso Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento o Il Simbolismo); ci sono poi mostre “evento”, che di un’idea danno una rappresentazione scenografica e “spiazzante” facendola vivere in primo luogo attraverso i sensi (così Caravaggio Experience o Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi). Ci sono infine le mostre a tesi, la cui idea ispiratrice fa da motivo conduttore all’esposizione. Tra queste esposizioni a-mo’-di-saggio, accanto a Piero della Francesca. Indagine su un mito, dove l’influenza di Piero è vividamente e talora sorprendentemente documentata lungo una sorprendente carrellata di dipinti fino al Novecento, si colloca certamente la mostra su Aldo Manuzio.

mostra

Qual’è la sua tesi ispiratrice? Che Aldo, intellettuale ed educatore prima di tutto, in età matura si fa naturalmente tipografo ed editore, e porta in questa sua esperienza la sensibilità e l’estetica ma anche l’etica che sono proprie dell’ambiente culturale di elezione: operare delle scelte tecniche è per lui una conseguenza delle scelte maturate sul piano culturale. Nelle poche ma ben predisposte sale della mostra è ampiamente documentato come la messa a punto dei caratteri corsivi, l’invenzione del formato tascabile, l’equilibrata disposizione del testo sulla pagina, cioè i tratti che segnano una svolta nella storia del libro inteso non solo come oggetto ma anche come segno di distinzione culturale, riflettano una filosofia di vita prima che una tecnica. In questo senso il parallelismo tra la figura di Aldo e quella di Steve Jobs non è azzardato. Vedere nella pagina azzurrina dei Libri de re rustica, tutte assieme e mirabilmente concentrate, il piacere che viene dal ridar vita alla cultura classica, il gusto connesso alla scoperta di una vita di campagna sia pure idealizzata, il senso di distinzione che si collega all’essere veicoli di oggetti belli e utili, significa capire e apprezzare in che cosa consiste la parte nobile della civiltà del libro, tanto diversa da quella su cui poggiano tanti degli attuali atteggiamenti di difesa feticistica di oggetti commerciali talora brutti e pure poco utili. Alla civiltà del libro di Aldo noi, testimoni della civiltà del tablet di Steve, non dobbiamo né possiamo rinunciare, l’una aiutandoci a capire la storia e la pedagogia dell’altra.

rustica

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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