Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

I saperi della scuola, tra balcani e globali

di Roberto Maragliano

“Il villaggio globale da un lato si balcanizza, dall’altro si unifica”. Così Donald Sassoon a conclusione del mastodontico e fondamentale La cultura degli europei, che ormai ha dieci anni di vita e che  Rizzoli ha da tempo pubblicato anche in versione economica. In questi giorni l’autore è in Italia, per l’iniziativa genovese La storia in piazza.  Il Corriere, con l’occasione, pubblica una sintesi dell’intervento, che ricalca il saggio di allora.
In gioco ci sono temi di “cultura” su cui anche personalmente mi sono più volte speso: le tradizioni nazionali di matrice auropea e il loro aspirare in tempi e modi diversi a prospettive di globalizzazione, la svolta novecentesca segnata dalle tecnologie dell’audiovisione, il ruolo centrale svolto dagli Stati Uniti con le industrie del disco, del cinema, della televisione, l’affermarsi di una cultura popolare di respiro mondiale, la rete come agente e specchio ad un tempo dei processi di unificazione e di quelli di frammentazione. Sullo sfondo di tutto ciò, un po’ da supporto un po’ da polo dialettico nel rapporto fra popolare ed aristocratico, fra scrittorio e multimediale, l’istruzione ha giocato e gioca un suo ruolo: lo si vorrebbe centrale e invece lo si vede sempre più come marginale.

sassoon

Ed è appunto di tutto questo che converrebbe parlare, seriamente, prima che sia troppo tardi: di come e perché siamo un po’ tutti restii ad affrontare spregiudicatamente il nodo fondamentale della questione scolastica, che è quello di dare all’istituzione un profilo di sapere all’altezza dei problemi  in gioco; di tutto quanto è in atto sugli scenari locali e globali delle culture, e non da qualche anno, per via del digitale, ma da più di un secolo, per via dei cambiamenti incorsi nei modi di produrre, praticare, usare conoscenza ed esperienza. Se qualcuno (e non sono molti) è oggi disposto a riconoscere che l’istituzione scolastica porta in sé evidenti segni di vecchiaia lo fa pensando all’impianto didattico che le è proprio, sono invece pochissimi (e perlopiù inascoltati) quanti si propongono di mettere sul campo la questione del che cosa insegnare (e perché) e che dunque sollecitano un aperto e sereno confronto sui saperi: quali da accogliere tra i nuovi, quali da ridimensionare tra i tradizionali, quali da ripensare o addirittura da escludere tra quelli correnti. Su tutto ciò domina il più assoluto silenzio, al centro come in periferia; e con inevitabili ripercussioni negative sull’ingresso delle nuove tecnologie, costrette a simulare o comunque ad uniformarsi alla cultura della stampa, tuttora egemonica dentro le classi (e le teste degli addetti).

Galli

A prova di tale reticenza potrei citare uno dei pochi recenti contributi di riflessione sullo stato attuale della nostra scuola e sui modi attraverso cui c’è arrivata, cioè il capitolo L’Italia a scuola che Adolfo Scotto di Luzio scrive per il volume del Mulino Questo diletto almo Paese. Profili del’Unità d’Italia, a cura di Ernesto Galli della Loggia. Su molte delle osservazioni lì formulate concordo, non ultima quella che serenamente sancisce il fallimento della strategia della “grande riforma”, per non dire poi dell’irrisolta questione dell’unificazione scolastica o del conflitto mai sanato fra la matrice popolare dell’istruzione primaria e quella selettiva dell’istruzione secondaria. Ma se è vero che  “unità e molteplicità”, come titola un paragrafo del saggio, è uno dei nodi irrisolti della nostra scuola è anche vero che per chiarirne le ragioni ha poco senso chiamare in causa solo la politica dei ministri o dei pedagogisti. Ci si dovrebbe confrontare invece con un diffuso atteggiamento intellettuale, quello di chi considera come immutabili delle scelte, riguardo alla natura e all’articolazione dei saperi scolastici, che risalgono ad un’età non più riconoscibile come nostra. E sì che nel libro del Mulino subito dopo quello di Scotto di Luzio compare un saggio proprio di Sassoon, nel quale sono messe a raffronto le due anime della cultura nazionale: quella dei libri (dove è in scena un Manzoni “locale”) e quella dell’opera (dove è in scena un Verdi “mondiale”). Ragionare su questi argomenti, anche con lo spirito pragmatico di un Sassoon, servirebbe a capire, io credo, perché in una prospettiva di internazionalizzazione dei processi dell’istruzione una scuola balcanizzata e restia alla globalizzazione sia destinata a perdere e a perdersi.
Diciamocelo, non ha senso rimpiangere il passato.
Chiediamoci piuttosto perché è passato.
E pensiamo al futuro.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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