Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Mi par d’esser in un’orrida fucina

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“Mi par d’esser con la testa
in un’orrida fucina
dove cresce e mai non resta
delle incudini sonore
l’importuno strepitar.

Alternando questo e quello
pesantissimo martello
fa con barbara armonia
muri e volte rimbombar.

E il cervello poverello
già stordito sbalordito
non ragiona, si confonde,
si riduce ad impazzar.”

C’è e ci sarà Rossini a sostenermi e allo stesso tempo alleggerirmi in questo abbozzo di ragionamento sulla condizione universitaria: l’ho iniziato con un post di qualche giorno fa e penso di esaurirlo nel giro di due o tre interventi ancora.

la società di corte

La causa prossima di tutto ciò è una sgarberia di cui sono stato oggetto. A bella posta l’ho chiamata “scortesia”. Perché il fatto, di per sé picciol cosa, ma simile a tanti altri che caratterizzano la vita quotidiana delle istituzioni accademiche nazionali, ha, appunto, a che fare con i meccanismi tipici delle società di corte.
Che c’entra questo riferimento?
Norbert Elias lo dice chiaro: “Nelle società di corte troviamo, in forma palese e in grandi dimensioni certi fenomeni che oggi sono assai spesso coperti e mascherati sotto le apparenze di organizzazioni con un elevato grado di burocratizzazione”.

Non ho avuto bisogno di quest’ultimo mio personale fatterello per sviluppare un simile parallelismo.
Anni fa, dunque in tempi non sospetti, come usa dire, scrissi qualcosa a proposito dell’antropologia accademica e della sua matrice cortese. Il testo è in rete e chi vuole può scaricarselo da qui.
Ho qualcosa da aggiungere a quelle paginette?
Sì, che probabilmente, allora, sono stato troppo tenero, non marcando adeguatamente la distinzione che in Elias (e dunque anche nel mondo di cui parlo) è cruciale tra la figura del “capo conquistatore” e quella del “sovrano conservatore”. Il primo “guida personalmente il suo gruppo all’azione e, se gli manca, molto spesso l’attività del gruppo si interrompe”. Il secondo, invece, “viene sostenuto e mantenuto nella sua posizione … dalle gelosie, dai contrasti e dalle tensioni dell’ambito sociale che ha creato la sua funzione: gli basta intervenire nelle tensioni per regolarle e creare certe strutture che mantengono in vita tensioni e divisioni e consentono più facilmente la sorveglianza” (notate bene, il corsivo è di Elias, se fosse per me lo metterei in grassetto).
Converrete che è pleonastico chiedersi perché lì e qui prevalga la seconda sulla prima figura.
Piuttosto, mi si farà notare che non dappertutto è così, dentro il sistema universitario nazionale. Al che mi sarà facile rispondere che questa supremazia del “sovrano conservatore” trova più possibilità di affermarsi là dove, come nel settore umanistico dell’accademia, ci sono da governare non tanto progetti e realizzazioni quanto persone. Non letti ma anime, insomma. E, come Peppino, ho detto tutto.

Prevedo un’altra duplice obiezione, da parte di chi mi farebbe notare: uno, che la mission dell’area umanistica è più centrata sulla formazione, dunque sull’azione didattica, meno, assai meno, sulla ricerca e sulla produzione; due, che se ci sono cose che attualmente non vanno, lì, è perché si è perso il senso di quella funzione, un tempo positivamente e nobilmente esercitata. Ancora una volta, contro-obietto con un mio scritto d’antan, in cui chiamo in causa illustri professori di-prima-del-sessantotto (glorificati allora e ancora più oggi) che con la didattica avevano un rapporto non meno sprezzante di quello di tanti che, oggi, difendono in mille modi il fossato che li separa dallo studente.

Ultima ipotetica reazione a quanto sto sostenendo: le meschinerie del presente sono tutte di superficie, la struttura invece sarebbe sana, come del resto lo era anche ieri. E qui non  ho che da consigliare tre letture molto diverse tra di loro, ma ugualmente istruttive, dove è mostrata, documentata e proiettata sul futuro l’intrinseca debolezza politica e umana della società accademica: le copertine le trovate qui sotto in galleria. Ne riparleremo.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

3 commenti su “Mi par d’esser in un’orrida fucina

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