Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Scuola regolata e modello umano

di Roberto Maragliano

AA ha studiato con me e il mio gruppo, anni fa. Ora si misura, da madre di BB, con i problemi della scuola. In quanto amica di Facebook mi ha scritto una lettera alla quale ho risposto. Di comune accordo abbiamo deciso di pubblicare i due testi. Li trovate qui sotto.

<Caro Roberto,
eccomi qui a scriverti dopo diversi mesi di scuola e non so da che parte iniziare.
BB continua ad andare con gioia a scuola (cosa importantissima), adora insegnante e compagni, ama stare dentro quelle mura ma (ebbene sì, c’è un “ma” tutto genitoriale) non trova stimoli.
Qualche tempo fa mi ha chiesto perché alla materna si “lavora” più che alle elementari ed io ho capito perfettamente cosa intendeva dirmi. La sua maestra della materna era una sperimentatrice, una donna molto attenta alle peculiarità di ogni alunno e una grande stimolatrice (le domande curiose del bambino venivano sempre soddisfatte e generavano altre domande e altre curiosità. Un bel circolo virtuoso). Con quel “lavorare” lei intendeva proprio che imparava tanto, tantissimo, che ogni sua curiosità veniva soddisfatta e approfondita e generava altri quesiti.
Ora ci troviamo di fronte al tradizionalismo più sfrenato, all’omologazione, all’appiattimento verso il basso, allo “spegnimento” della curiosità, dell’intelligenza, quasi che essere troppo curioso e intelligente possa diventare un problema. Ci sono i programmi ministeriali da rispettare che non ammettono divagazioni e soffocano quindi le domande dei bambini le cui risposte farebbero “perdere tempo”. In poche parole si annichilisce la curiosità, non generando virtuosismi. Quanto ci vorrà perchè mortifichino il desiderio di fare domande di mia figlia? Quanto ci vorrà perchè sia sempre meno curiosa? perchè si omologhi appiattendosi verso il basso? Quanto ci vorrà perché perda l’entusiasmo e l’amore per la scuola?
Mi capita spesso di ripensare alle tue parole, a quando mi dicevi che la scuola è “un’agenzia di socializzazione”. Com’è vero… come mi ci riconosco ora. C’è stato un momento in cui avevo considerato l’home schooling ma l’avevo scartata proprio per l’importanza della socializzazione e sono persuasa di aver fatto la scelta giusta ma… c’è sempre quel ma.
BB legge sempre con grande passione: libri cartacei e libri elettronici. A Natale ha chiesto l’ebook reader e lo adora. Sepulveda è diventato il suo autore preferito e il suo fedele compagno di serate: Storia di una gabbianella e del gatto che non sapeva volare, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza,
Mi chiedo però quanto, col passare del tempo, la scuola e il contesto in cui vive (non familiare ma extrascolastico) influiranno su di lei. Negativamente. Riusciranno a spegnere la sua curiosità?
La sua insegnante la adora: è una bimba che si fa amare da compagni e maestri ed è molto stimata in classe. Aiuta tutti, è molto preparata, rispetta le regole. Ecco, è questo suo TOTALE rispetto delle regole, questo suo conformarsi alla rigidità scolastica che forse mi impensierisce più di ogni altra cosa. Avrei preferito un’altra insegnante fuori dagli schemi, un’ “artista” nel senso mcluhaniano del termine, una meno omologante e più sperimentatrice. Chiedo troppo, vero? Mi ero abituata troppo bene alla materna. So che è difficile andare controcorrente.
Ecco allora un altro dazio che debbo pagare all’omologazione scolastica: sostenere l’insegnante agli occhi dei figli (e non solo) anche se si hanno delle riserve sul suo modus operandi. Superfluo dirti che non voglio danneggiare mia figlia.
Ora ti lascio, con tante domande e poche risposte, con un piccolo rammarico per questa scuola tradizionalista e omologante che mortifica invece di valorizzare, per questa scuola ingessata e arretrata che non riesce a far buon uso delle (poche) risorse che ha a disposizione, per questa scuola col paraocchi, senza apertura mentale, per questa scuola rigida e troppo seria che non riesce ad insegnare in modo ludico facendo appassionare i bimbi. Quando ero una bambina non me ne rendevo conto ma ora la vivo in modo diverso.
Un caro saluto,
AA>
college

Cara AA,
capisco il tuo disappunto. Ti aspettavi molto di più da quella scuola e ora, di fronte a tale pochezza, per un verso temi di trasmettere la tua personale delusione a BB e per un altro temi che lei si assoggetti
Che fare?
Una mia iniziale risposta non è diversa da quella che ti diedi nel passato, e che tu ricordi. La scuola è prima di tutto un’agenzia di socializzazione. Con tutto quello che ciò comporta. Socializzare e farlo all’interno di un’istituzione significa mediare tra quel che piace e si vorrebbe avere e ciò che comporta stare, assieme ad altri, in una situazione determinata da regole, funzioni, ruoli. In questo non puoi non sostenerla, anzi devi sostenere BB. Ricordo, tantissimi anni fa, che alla mamma stupita che il primo giorno di scuola elementare il figlio, che già sapeva compitare e tracciare parole, fosse stato costretto a riempire una pagina di “o”, fu lui stesso a obiettare: “ma guarda, mamma, che è una cosa complicata!”. Nel difendere l’istituzione salvaguardava e proteggeva da ogni istanza dissipatrice l’impegno che quella situazione fin dall’inizio comportava.
Ecco, socializzare, e dunque entrare nella società, in questa società, non è operazione che si possa compiere senza pagare un qualcosa, e senza che si rinunci per una qualche parte ai propri piaceri e ai propri desideri. Il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola elementare (o primaria come dicono ora) comporta che si salga di un importante e nemmeno tanto sottile gradino nell’ascesa verso quell’istituzionalizzazione della sensibilità, del sapere, del comunicare che è condizione ineliminabile per la conquista degli obiettivi di una positiva socializzazione. In questo senso più delicato forse è ancora attuale la formula del filosofo francese Louis Althusser, che parlava, a proposito della scuola, di Apparato Ideologico di Stato. Allora si pensava, in chiave marxista, che ciò equivalesse a sostenere che la scuola è l’istituzione materiale deputata a trasmettere conoscenze a forte valenza ideologica; per intenderci, quella particolare letteratura, quella particolare storia, ecc. Oggi sarei più propenso a riprendere la formula nella chiave di un impegno che la scuola chiede di accettare e far propria l’ideologia (non la falsa coscienza, ma il sistema positivo di idee) del condividere esperienza, dell’affrontare assieme, tra soggetti diversi, impegni e attività comuni, al limite in forma indipendente dalla loro qualità.
Per questo continuo ad essere contrario all’home schooling. La socializzazione va fatta su terreno neutro dell’istituzione pubblica o pubblicamente riconosciuta, dentro uno spazio che è, o meglio deve essere di tutti.
Detto questo, c’è modo e modo di fare scuola e dunque di contribuire al processo della socializzazione.
Sai come la penso, su questo, non fosse altro perché nel blog LTA #parliamone non l’ho mai nascosto.
La scuola nazionale non è riuscita a scrollarsi di dosso un originario impianto elitario e la sua antica vocazione liceale: due caratteristiche che possono iniziare a farsi sentire fin dai primi passi dentro l’elementare. Ho detto “possono”, perché non sempre è così. Se c’è una scuola, infatti, che si mostra in un qualche modo sensibile alle suggestioni del gioco, della curiosità, della partecipazione, beh è proprio l’elementare. Ed è difficile negare, ahimè, che questa dimensione che chiamerei “cromatica” scompare, il più delle volte improvvisamente all’ingresso della media (usare altre dizioni anche per questi discorsi è segno di un’assoggettazione ideologica, appunto, cui cerco di sottrarmi). Dai colori si passa al bianco e nero, talvolta al solo nero. E questo avviene in una fase di crescita fisica e psicologica delle ragazze e dei ragazzi che ben altro richiederebbe che l’isolamento forzato degli apprendimenti, la riduzione del sapere a disciplina manualistica, l’assoggettamento pressoché totale dei corpi e delle menti. Né le cose migliorano al terzo livello, che anzi lì il sistema disciplinare e didattico trova la sua massima espressione. Insomma, siamo tuttora in presenza di una scuola appesantita da un impianto disciplinare che risale a due secoli fa e da un’organizzazione didattica vecchia di cinque secoli.
Come è riuscita questa scuola elitaria e rigida a reggere l’impatto con i processi sociali in atto nella seconda metà del secolo scorso che comunque hanno comportato una crescita collettiva del sapere e della democrazia? L’ha fatto ricorrendo allo strumento più deleterio; quello della burocratizzazione. Tutto, o quasi è diventato adempimento formale, su tutti i fronti: quello del docente e del dirigente, come quello dello studente e del genitore.
Non nego che ci siano stati e tuttora siano in atto tentativi generosi per mettere in crisi un simile assetto, ma va anche riconosciuto che la triplice alleanza di amministrazione, editoria, università (ciascuno interessato al mantenimento dello status quo) ha lavorato assiduamente perché lo status quo della scuola non venisse scalfito.
So che molti insegnanti non accettano questa mia analisi, che se ne sentono offesi. Ma, credimi, ho sufficientemente frequentato i tre spazi di cui sopra (amministrazione, editoria, università) per non riuscire più a trovare ragioni tali da indurmi a considerarla sballata o improponibile.
Torno al che fare.
All’insegnante farei presente solo questo, che più che il sapere che si propone o il modo con cui lo si fa, vale l’esempio che si dà, vale il suo essere comunque, nel bene come nel male, un modello di uomo o di donna (direi pure “di intellettuale”, ma temo di chiedere troppo). Se vuole curiosità dai suoi allievi deve lui/lei per primo/a mostrarsi curioso/a. Tutto qui. E non è poco. Dei pochi insegnanti positivi che m’è capitato di incontrare, a scuola come all’università, mi è rimasto il modello umano, esistenziale, l’atteggiamento di piena disponibilità nei confronti del sapere e del fare. Non saprei dire se erano “colti”, so che facevano venir voglia di “coltivare”.
A te e a tua figlia auguro che nella comune storia scolastica capiti d’incontrare due o tre di questi esempi. Credimi, sarebbero sufficienti.
Per il resto, si tratta di prendere atto, coraggiosamente, che dentro queste società sempre più descolarizzate e globalizzate una cosa almeno la stiamo imparando: niente potremo ottenere se non mettendoci costantemente in gioco; e impegnandoci a fare rete, ognuno svolgendo la sua parte ma anche contribuendo tutti assieme a porre in discussione l’idea che ci siano soluzioni a portata di mano per problemi così complessi come quelli che te AA e la tua BB state iniziando ad affrontare.
Un caro saluto,
Roberto

 

 

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

4 commenti su “Scuola regolata e modello umano

  1. soudaz
    26 febbraio 2016

    L’ha ribloggato su Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)e ha commentato:
    Grazie a AA, BB e Roberto per l’interessante discussione

  2. Anna Teresa Fiori
    26 febbraio 2016

    Ho letto con molta attenzione la lettera di AA e la risposta di Roberto, che condivido interamente.
    Mi sarebbe piaciuto avere BB tra le mie alunne. Con una mamma come la sua sarebbe stato facile per me far capire agli altri genitori il mio modo di fare scuola. Si può essere insegnanti in molti modi, non siamo tutti uguali e ognuno, nella propria libertà di insegnamento, sceglie il modo che gli è più congeniale, per veicolare dei contenuti.
    Personalmente non ho mai voluto solo riempire di nozioni i bambini che mi vengono affidati, ma voglio dare a questi bambini gli strumenti per comprendere che le conoscenze devono diventare competenze. E c’è una bella differenza. Penso che non serva a niente riempire quaderni interi con esercizi e formulette, se poi non si sa come applicarle nella vita. Ritengo sia un percorso fondamentale quello di aiutare i miei alunni a diventare persone responsabili, capaci di andare incontro all’altro, di essere consapevoli delle proprie capacità, di sapere accettare una sconfitta e anche di saper gioire per i successi dei compagni, di essere autonomi e di sapersela sempre cavare anche nelle situazioni complicate. Insomma, credo in una scuola dell’essere più che dell’apparire. Alla fine del percorso i bambini non devono solo saper fare, ma soprattutto saper essere.
    Lavori come recite, campi scuola, uscite didattiche, giornalino di classe, progetti vari, circle time, momenti di lettura da parte dell’insegnante, veicolano contenuti in un modo più accattivante che non la sterile lezione frontale con annesse schede di lavoro e compiti a casa.
    Ma il sostegno e la fiducia da parte dei genitori sono elementi imprescindibili per avere sempre alti gli stimoli necessari e l’entusiasmo per affrontare giorno dopo giorno il mio lavoro. Lavoro che amo e nel quale credo.

  3. Alessandra Galizzi
    28 febbraio 2016

    Caro Roberto,
    seguo e diffondo i tuoi interventi che sono necessari come l’aria. Sulla tua risposta ad AA mi sono sentita sollecitata ad aggiungere qualcosa, dal momento che tutti i giorni mi trovo ad accogliere genitori con le medesime difficoltà nel Centro Psicopedagogico dove lavoro.
    Penso che BB abbia gli anticorpi necessari per “resistere” al processo di appiattimento che lamenta AA. Se alla materna ha avuto il privilegio di potere sperimentare e coltivarsi ( e ti assicuro che qui dalle mie parti è il privilegio di pochi, pochissimi), tra qualche tempo riemergerà quella che è di sicuro diventata una capacità di “essere curiosa”. Forse in questi primi mesi la novità costituita dall’entrare nella scuola elementare combinata con il bisogno di “essere come tutti” dei bambini di quest’età ha avuto il sopravvento ma piano piano riappariranno i segnali inequivocabili di una mente curiosa.
    I “programmi ministeriale da rispettare” non ci sono più ormai da molti anni, tant’é che ogni Istituto Comprensivo ha il suo Piano dell’Offerta Formativa (ora PTriennaleOF). Ci sono invece le Indicazioni Nazionali del 2012 , scaricabili dal sito del MIUR, che possono aiutare anche un genitore a capire che cosa si potrebbe fare. E come.
    Questo è già una parte del “mettersi in gioco” che solleciti, cui si potrebbe aggiungere la possibilità di interpellare i rappresentanti della propria classe, tutti i rappresentanti delle varie classi dello stesso plesso, le diverse reti di genitori, per provare a porre ad un livello più allargato la questione del come si fa a “resistere alla scuola”.
    Coraggio AA, ce la farete!
    Alessandra Galizzi

  4. Cristina
    5 marzo 2016

    Quante volte negli ultimi anni mi sono ritrovata a fare queste riflessioni, spesso arrabbiata, delusa. Un conforto veniva proprio da quel tuo punto di vista prof: la scuola serve per socializzare.

    Sono 6 anni (5 elementari + 1 medie), che ripeto a Gio’: “se ne incontri uno sei fortunato”.
    Ed è successo. Alle elementari così come alle medie, dove il prof di tecnica che li porta online, su http://www.code.org (ne vogliamo parlare!!! :))). (NB La scuola dell’infanzia rimane un’isola felice).

    Ma questo discorso vale anche per l’università però. Proprio ieri ho seguito la prima lezione (II sem) di editoria libraria (unitoma3). Di che si parlava? Tra le altre cose del fatto che studiare o semplicemente leggere sull’ebook produce scarsi risultati in termini di conoscenza/apprendimento (i vari studi scientifici etc. etc etc).

    Che vado cercando pure io? Il mio prof, il modello d’ispirazione, che contagiava con il virus della curiosità e del dubbio, che faceva di tutto per aprire quelle menti giovani e pigre l’avevo già trovato quando nel 1995 mi ero iscritta a scienze dell’educazione.

    Quindi prof se ti fischiano le orecchie ora sai perché 😉

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