Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Il self-publishing come media (auto)education

di Roberto Maragliano

Va riconosciuto a Gino Roncaglia il merito di aver avviato con la serie di articoli pubblicati sul periodico Il Libraio (qui) un pubblico confronto sui temi del self-publishing, scelta che appare comunque coraggiosa se la si rapporta ad un paese come il nostro, dove regolarmente prevale un atteggiamento di diffidenza se non di rimozione o svalutazione nei confronti delle questioni collegate alle esperienze di editoria digitale.

Apro subito una parentesi, che può essere di un qualche interesse anche per chi si occupa di questioni educative.
Volete un esempio di questa propensione negativa nei confronti del libro digitale? Eccolo, fresco fresco.
rivoluzioneViene dal rapporto Istat sulla lettura in Italia nel 2015, pubblicato lo scorso 13 gennaio 2016 (scaricabile dal sito), dove, a proposito del dato relativo al quinto grosso modo dei quasi venticinque milioni di lettori di 6 anni e più che hanno scaricato e/o letto e-book nello scorso anno e dell’altro dato che mostra come la quota dei lettori di libri digitali aumenti in proporzione con la quantità di libri non digitali presenti nelle loro abitazioni, si sostiene che “la scelta di libri in formato digitale sembra avere una natura complementare e incrementale, piuttosto che sostitutiva, rispetto ai tradizionali libri cartacei”. È un’ipotesi plausibile, questa, ma non più di quanto potrebbe esserne un’altra (cui personalmente crederei di più, se non altro per esperienza personale), che potrebbe muovere dalla constatazione che ancora oggi molti dei titoli in uscita, da noi (e diversamente da quanto avviene in altri paesi), prevedono solo la versione carta e non anche quella digitale, riducendo dunque le possibilità di scelta da parte dei “lettori forti” (i più propensi ad acquistare e.book). Ben venga allora che, malgrado tanta propaganda (nel senso etimologico di idea da riprodurre), alcuni editori inizino a scrollarsi di dosso simili convinzioni: è un dato incontrovertibile che alcuni titoli recenti di saggistica Einaudi stiano uscendo in versione digitale ad un prezzo assolutamente competitivo (è il caso de La Rivoluzione francese di Jonathan Israel: € 9.99 contro 42!), tale da invogliare il lettore forte, appunto, ad acquisirli se non altro come materiale disponibile per la consultazione. Vedremo allora se il rapporto dell’anno a venire riprodurrà il ritornello.
Questo per la questione generale del libro digitale, argomento su cui del resto mi sono già abbondantemente pronunciato.

Chiudo dunque la parentesi e torno al tema del self-publishing.
Sulla scia della discussione sviluppatasi tra Roncaglia, Lipperini e eFFe, il nostro Mario Pireddu ha prodotto giorni fa un suo post, sviluppando molte considerazioni sulle quale concordo pienamente.
Soltanto, ora, vorrei introdurre tre ulteriori notazioni.

La prima riguarda una necessaria riflessione sulle identità di quanti stanno discutendo del tema, identità che, a mio avviso, sarebbero da intendere al plurale per ciascuno dei partecipanti. Voglio dire, quando uno interviene su questi argomenti non può non chiamare a raccolta esperienze e conoscenze raccolte nell’esercizio di ruoli diversi che abbia potuto esercitare o stia ancora esercitando: certe cose le potrà sostenere in quanto le avrà maturate come lettore/fruitore, ad altre sarà approdato come produttore cioè autore/autoeditore, altre ancora saranno patrimonio della sua esperienza di ricercatore e studioso nel settore. Sarebbe utile che, nei contenuti del confronto, questo aspetto emergesse con maggiore chiarezza, non tanto per limitare la parzialità delle opinioni, cosa pressoché impossibile in una materia ancora allo stato nascente, quanto per garantire utili informazioni sulle matrici di tali inevitabili parzialità.

La seconda considerazione riguarda le aree di esercizio dell’editoria tout court, dunque anche di quella self. Vanno introdotte distinzioni. Una cosa è la narrativa, un’altra la saggistica, una terza e ben diversa cosa è la scolastica. Per ciascuno di questi settori il self-publishing può dare o sta già dando qualcosa, e non è detto che sia sempre la stessa cosa. Dei tre settori, quello cui più massicciamente si fa riferimento, anche in forma implicita, è il primo, quello narrativo, dove si mescolano, una a discapito dell’altra, due componenti, quella dell’opera d’ingegno e quella del tim parksprodotto commerciale. Su questo non posso che rimandare alle osservazioni generali di uno che davvero se ne intende: “Da una parte, allora, concedendo il copyright la società dichiara di nutrire un grande rispetto per la creatività individuale – ogni membro della società può sognare, un giorno, di beneficiare del diritto d’autore, di trasformare il suo genio in denaro – dall’altra però trascina l’autore in una mentalità borghese per cui la scrittura è un lavoro che produce un reddito; lo scrittore ormai è interessato a mercati che siano stabili e ben vigilati. Insomma, il diritto d’autore lega lo scrittore alla polis, infatti colpisce quanto pochi siano oggi gli scrittori creativi realmente rivoluzionari, nel senso di impegnati nella ricerca di un modello di società profondamente diverso” (da Tim Parks, Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, Torino, Utet, 2015, lettura godibilissima oltre che altamente istruttiva; n.b. la citazione che avete letto m’è venuta facilmente con l’operazione di esportazione del testo che il software di lettura Kindle garantisce, pressoché unico fra i molti diponibili oggi; ed è anche per questa ragione che nei miei acquisti librari mi trovo costretto a privilegiare il digitale e Amazon). In questa materia, io sono soltanto lettore. Dunque, ho da dire una sola cosa: che ho avuto recentemente altrettante sorprese in positivo e in negativo sia sul versante dell’editoria classica sia su quello del self-publishing. Ragion per cui mi sono via via predisposto, tra social e periodici, un giro di segnalatori ‘fidati’, che fin qui non mi hanno deluso (anche perché non li seguo mai ciecamente).

Restano dunque da prendere in considerazione i due altri ambiti editoriali, saggistica e scolastica. Ne parlo alla terza considerazione.

Qui, relativamente al self-publishing dei settori saggistico e scolastico (in senso lato, includendo anche l’universitario), posso, assieme al gruppo del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive, dire cose che assommano l’esperienza di fruitore e quella di produttore. Sono infatti direttore della collana #graffi i cui titoli, cinque fin qui (di due figuro anche come autore), sono stati prodotti tutti in self-publishing. Inoltre sono condirettore della collana Coll@borare il cui primo titolo adotta la medesima soluzione. Altri del gruppo ne sono stati autori (Mario Pireddu, Andrea Patassini, Ornella Martini) e allestitori (ancora Andrea Patassini).

Le considerazioni che intendo proporre sono essenzialmente due: l’una strettamente personale, l’altra di carattere generale.
Quella personale (ma nemmeno tanto) ha a che fare con le ragioni che mi hanno spinto a provare il self-publishing: curiosità e disperazione. Disperazione e curiosità di chi, avendo trascorso quarant’anni e più dentro l’editoria del settore educativo, nel confrontarsi con i tanti titoli odierni che mostrano di non voler uscire dal recinto della manualistica concorsuale e della diaristica pseudoletteraria, sente il disperato bisogno di proporre temi nuovi (o vecchissimi, se vogliamo), comunque “di battaglia”, che altrimenti l’editore classico rifiuterebbe (o ha già rifiutato con la pratica del silenzio/dissenso); e, parallelamente, ritiene che tali temi potranno crescere, sempre che ci sia chi vorrà contribuire, se sapranno arricchirsi dell’alleanza/convergenza di più codici, dunque delle aperture alla multimedialità digitale che solo una spregiudicata soluzione editoriale permette di attuare. Il self-publishing, non chiedendo particolari investimenti, consente di fare tutto questo. O meglio, ha consentito a me e al gruppo LTA di farlo, con risultati comunque significativi, non fosse altro che per il fatto di essere già dei risultati.

publishing
Per concludere, ecco la considerazione generale. Ritengo essere, quella del self-publishing, un’esperienza estremamente interessante e utile anche nella prospettiva di una didattica scolastica (ma anche universitaria) che integrando due dei temi oggi all’ordine del giorno, l’apertura al digitale e l’attenzione nei confronti del mondo del lavoro, faccia della sequenza scrittura-allestimento-distribuzione-promozione-reinvestimento di un e-book la base di un’esperienza di educazione (in primis di autoeducazione) capace di far maturare e far giocare assieme competenze di settori anche molto diversi: tecnico, semiotico, economico, mediologico. La prospettiva cui invito a pensare è quella di una media education di tipo laboratoriale e, assieme, sociale. Con risorse web come quelle che per esempio mette a disposizione Streetlib idee del tipo di questa diventano oggi praticabili. Ma su questo mi riprometto di tornare.

 

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

3 commenti su “Il self-publishing come media (auto)education

  1. melamela
    18 gennaio 2016

    Come non essere d’accordo?🙂

  2. Pingback: Il self-publishing come media (auto)education | Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)

  3. Elena Ferro
    14 febbraio 2016

    Sono d’accordo. Personalmente utilizzo la piattaforma Streetlib anche per la distribuzione all’estero e sinceramente mi da molte soddisfazioni. Resta però il tema dell’editing del testo che richiede a mio avviso un rapporto più personale tra autrice ed editor stesso. Per il resto la trasparenza e l’affidabilità risolvono molti dei problemi che invece sono presenti con gli editori tradizionali… ne so qualcosa anche di questo…. Buon lavoro e grazie per il contenuto del tuo blog

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