Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Sul self-publishing

Websegnali_Mario

Nelle ultime settimane abbiamo letto in rete la ripresa di un bel dibattito sul self-publishing, argomento che qui sul blog trattiamo da tempo. Dovendo dunque affrontare un tema già sondato e di una evidente complessità, anche per una positiva pedagogia della lettura questo post sarà necessariamente più lungo e articolato del consueto. Insomma, prendetevi almeno un quarto d’ora :)

Gino Roncaglia su Il Libraio (quiqui e qui), Loredana Lipperini su Lipperatura (qui e qui), eFFe su Medium (qui) e altri commentatori hanno discusso a lungo su sviluppo e evoluzione dell’autopubblicazione. Nel suo primo post sull’argomento, Roncaglia si chiedeva se sia realmente un vantaggio saltare la mediazione editoriale rappresentata dalla selezione dei titoli da pubblicare, o in altri termini, se il self publishing serve davvero.

Gli interrogativi sono quelli giusti: il concetto di “qualità” (di un testo, ma il discorso vale anche per la musica, l’audiovisivo, i videogame etc.) è utilizzabile in modo oggettivo? E anche in caso di un consenso su cosa è buono e cosa no, i “titoli spazzatura” appartengono solo al mondo di chi autopubblica le proprie opere, o fanno parte anche dei cataloghi dell’editoria tradizionale? Il professionista (chi per mestiere lavora nell’editoria) fa sempre le scelte migliori? 

trust-me-I-m-a-writerCi si chiede ancora: la selezione garantisce, se non la qualità, almeno l’esistenza di un processo di valutazione del testo e di cura e costruzione professionale del prodotto editoriale? Se il mercato è inflazionato (ovvero se il numero dei testi aumenta esponenzialmente), per i lettori è un vantaggio l’esistenza di queste procedure?

E queste procedure riguardano soltanto l’editoria tradizionale? Un articolo del Guardian riportava nel 2012 alcuni dati interessanti a questo proposito, tra cui il fatto che già allora anche il 40% degli autori di libri autopubblicati ricorreva al proof-reading. Si dirà che a scegliere questi servizi e a valutarne gli esiti è l’autore (che, come ricorda Roncaglia, “non ha necessariamente le competenze necessarie a farlo nel migliore dei modi”), ma va detto anche che è pur sempre l’autore, spesso, a scegliere a quale casa editrice affidarsi, e le case editrici non sono tutte affidabili allo stesso modo o comunque garanzia automatica di qualità.

Nel dibattito sopra citato la maggior parte dei commentatori ha rilevato come in non pochi casi una buona cura editoriale sia carente anche in prodotti venduti da editori blasonati.

Tra i ruoli della buona editoria ci sarebbe poi, quello di consulenza professionale anche indiretta o implicita. Scrive Roncaglia: “anche un giudizio completamente negativo può aiutare: a non coltivare troppe illusioni, e magari a rinunciare a un sogno che si sarebbe altrimenti comunque infranto dopo una perdita di tempo e un investimento economico ed emotivo assai maggiori”. Una visione di questo tipo presuppone però una sorta di “competenza a priori” di qualsiasi editore, o quantomeno una sorta di figura ideale di editore capace, mentre la realtà del mercato è ben più complessa. La celebre vicenda di Amanda Hocking, rifiutata più volte dall’editoria tradizionale e poi da questa rincorsa dopo l’enorme successo avuto con l’autopubblicazione, è solo una delle tante. Si può certo discutere a lungo sulla “qualità” dei testi della Hocking, ma da un punto di vista editoriale e di mercato resta l’enorme errore fatto da chi li ha inizialmente rifiutati: il pubblico di lettori ha trovato interessanti e meritevoli di acquisto dei libri che un sistema professionale (in teoria in grado di capire cosa il pubblico può gradire) avrebbe destinato – in assenza di Internet e del self-publishing – all’oblio. Lo riconosce anche Gino Roncaglia quando scrive: “d’altro canto gli innumerevoli esempi di testi poi divenuti classici ma che hanno faticato a trovare un editore mostrano come lo stesso processo di selezione editoriale non sia certo immune da errori, abbagli, condizionamenti di ogni genere”. Ormai sappiamo che moltissimi autori di successo (non solo in ambito letterario ma anche musicale, attoriale, artistico etc.) sono nati e nascono “in rete”, nel senso che sono riusciti e riescono a costruire fan base in modo autonomo e attraverso una propria platform di riferimento. Non è più solo l’editore – di fatto non lo è mai stato, ma era un filtro obbligato – a riconoscere o a decretare il valore di un autore o dei suoi testi.

Storia e pedagogia nei media - La Lettura - Corriere della SeraCi sono editori che offrono riconoscibilità ai libri pubblicati, sia attraverso marchi editoriali sia attraverso collane tematiche e curate da esperti: ciò aiuta a collocare meglio i titoli, a rendere maggiormente visibili le linee editoriali, etc.  Collane e riconoscibilità non sono appannaggio della sola editoria tradizionale, ma esistono anche nel self publishing: la nostra collana #graffi (il cui libro di punta Storia e pedagogia nei media, come riportato nell’inserto La Lettura del Corriere della Sera, è risultato a dicembre il più venduto dei libri StreetLib) è un esempio, ma si potrebbe citare anche – in ambito scientifico, laddove cura e rigore sono ancora più rilevanti – l’ascesa delle pubblicazioni in Open Access. Basta osservare le directory degli Open Access Journals di tutto il mondo, infatti, per rendersi conto che sempre più studiosi, ricercatori e istituzioni universitarie lavorano per affrancarsi da sistemi di distribuzione dei contenuti troppo spesso monopolistici e ormai più costosi che utili. I ricercatori di norma pubblicano contenuti su riviste che non pagano per averli, ma che vengono vendute dietro salati abbonamenti alle biblioteche di centri di ricerca di mezzo mondo (la qual cosa costituisce un problema sempre più grave per i budget sempre più risicati delle università). Si tratta di un caso evidente di mantenimento di un sistema che ha sempre meno ragion d’essere: se una volta l’editore era necessario per poter diffondere testi e risultati di ricerche (era colui che deteneva i mezzi di produzione), ora le università – continuando l’opera avviata in tempi di sola stampa cartacea con le university press, e con le stesse garanzie di controllo scientifico – possono ospitare tutti i contenuti sui propri server, rendendoli però liberi e gratuiti per chiunque. Quando si discute di self-publishing vien spesso fuori la figura dello scrittore solitario che carica il proprio romanzo su Kindle Direct Publishing, ma – anche qui – la realtà è più complessa, e in continuo mutamento.

Si ricorda giustamente che self-publisher di successo sono relativamente pochi rispetto al gran numero di opere autopubblicate, e questo sappiamo che non stupisce, perché è la normale distribuzione che ritroviamo in moltissimi altri ambiti, compreso quello dell’editoria tradizionale (gli scrittori che guadagnano realmente dalla propria scrittura sono molto pochi rispetto alla quantità di testi pubblicati). Si può dire anzi che la legge 80/20 vale nell’offline come nell’online, con la differenza che l’online può – non è detto che lo faccia automaticamente, ma può – sfruttare maggiormente la coda lunga. D’altronde, è curioso che non si parli quasi mai dei tempi di permanenza in scaffale o dei dati sul cartaceo invenduto e destinato al macero, che invece sono interessanti: il macero è una componente strutturale del sistema di produzione editoriale su carta, che destina ogni anno milioni di copie alla distruzione (il costo per il mantenimento delle copie di libri invenduti è più alto del costo della loro distruzione). Libri-al-macero

Alcuni editori indipendenti si battono da anni contro questo sistema di produzione, distribuzione e commercializzazione dei libri, denunciandone gli sprechi e le storture (si veda qui per approfondire). Non è qualcosa su cui riflettere, soprattutto in un mondo paradossale fatto anche di editori in possesso di ricchi cataloghi di testi esauriti ma che non vengono digitalizzati e dunque restano non disponibili per i lettori?

Chi contrappone in modo rigido il self-publishing e l’editoria tradizionale, quasi a dover trovare un vincitore in una contesa che di fatto non esiste, non si rende conto che i due sistemi coesistono e probabilmente continueranno a farlo per lungo tempo. Vi è chi sottolinea il ruolo “inflattivo” del self-publishing sull’offerta di libri tra cui il lettore può scegliere, cosa che renderebbe “insostenibile” la crescita nel numero di titoli disponibili. Argomentazione per molti efficace, eppure anche qui la storia dei media ci racconta una storia in parte già vista: viene in mente, infatti, quanto detto e scritto già nel Quattrocento a seguito dell’introduzione della stampa a caratteri mobili, laddove si criticava la facilità di pubblicazione e diffusione di ogni sorta di prodotto scritto (si veda ancora una volta questa bella raccolta di testi del periodo, mai troppo citata, edita da Marsilio). L’invenzione di Gutenberg ha reso più semplici, accessibili ed economiche le pratiche di scrittura, diffusione e consumo di testi, di tutti i testi e di tutti i tipi di testi: non è quel che ha fatto e sta continuando a fare Internet – prima con i blog, le varie piattaforme “2.0” e ora anche con il self-publishing?

Innovazioni tecnologiche (caratteri mobili e stampa) sono alla base dell’enorme proliferazione di testi dal Cinquecento in poi, così come innovazioni tecnologiche (web, banda larga, dispositivi e schermi) sono alla base dell’enorme proliferazione di contenuti (compresi testi di vario tipo e libri) disponibili su scala planetaria. Naturalmente, a un nuovo ecosistema mediale corrispondono nuovi problemi e nuove sfide, che però spesso hanno alle spalle storie anche molto antiche. Il problema dei filtri è stato centrale nella lunga storia della produzione culturale umana, lo è ancora oggi e probabilmente lo sarà anche in futuro, come rileva giustamente eFFe in questo post. Oggi il filtraggio non è più unicamente quello bibliotecario (classificazione e catalogazione “verticali”) o quello autoriale/professionale (l’esperto o il critico che ci consiglia cosa leggere, etc.) ai quali eravamo abituati. filtersIl web sociale ha offerto nuove soluzioni al problema del filtraggio, rendendolo anche collaborativo, e al contempo gli algoritmi (ne avevo parlato qui) aiutano sempre più nel reperimento e nella scoperta di testi utili o interessanti (contribuendo ad aggiungere nuove sfumature di senso al concetto di serendipity). A fare da apripista negli ultimi quindici anni è stato il social bookmarking, che rispondeva alla domanda: “dato che ho inserito tra i miei preferiti tutti questi siti interessanti, perché non condividerli con altri?”. Da lì, il web sociale è cresciuto in complessità, si è arricchito di sistemi di etichettamento e di gestione della reputazione, di algoritmi in grado di gestire contemporaneamente scelte umane e analisi software, di ambienti per la gestione del capitale relazionale, etc. Come scrive eFFe, le pratiche collaborative possono garantire pluralismo e allo stesso tempo efficienza, “e mettono al riparo dalla perversione dell’autorevolezza, ossia l’autoreferenzialità”.

Certamente gli strumenti devono ancora essere affinati (d’altronde viviamo in tempi di eterne versioni beta) e mai e poi mai raggiungeranno una perfezione ideale (che comunque non è mai esistita neanche in passato), ma gli investimenti nel settore e le scelte dei lettori lasciano pensare che la strada intrapresa sia quella giusta. Per quanto criticabili, gli algoritmi di piattaforme come Amazon funzionano già piuttosto bene nell’indicare testi probabilmente interessanti per il lettore, e l’interesse di chi vende quei prodotti spinge per suggerimenti che abbiano più elevate probabilità di acquisto. In questo ambito come in altri non ci sono certezze matematiche, ma con l’aumentare della complessità dei software sta aumentando anche la loro capacità di proporci contenuti mirati (ancora ci lamentiamo per le spesso grottesche proposte degli annunci che ci vengono propinati su Facebook o da Google, ma forse le lamentele aumenteranno ancora di più quando questi sistemi ci conosceranno davvero per ciò che amiamo consumare). Ai software si affianca poi la componente “social”, o meglio lo sfruttamento delle reti di lettori e del proprio capitale relazionale e sociale su piattaforme dedicate alla lettura come Goodreads o sulle varie piattaforme di social networking.

Self-publishingNon si tratta di un mondo facilmente gestibile in modo automatico, si può anzi dire che oggi all’autore (e spesso anche al lettore) sono richieste anche competenze nuove. In un suo post Loredana Lipperini auspica la scrittura di un On writing (testo di Stephen King sul mestiere di scrivere) ai tempi del self-publishing. In chiusura di articolo, è il caso di segnalare che un testo del genere esiste, meno ambizioso ma utile e in lingua italiana: lo ha scritto Francesca Carabini e ha per titolo Il self-publishing (non) è per tutti: come auto-pubblicarsi nell’era digitale. Se siete interessati al tema (e se siete arrivati alla fine di questo articolo dovete proprio esserlo), spendete 1 euro per comprarlo e leggetelo… buona lettura!

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

3 commenti su “Sul self-publishing

  1. mariopireddu
    15 gennaio 2016

    Riporto qui, affinché non si perda, uno scambio avuto su facebook con Gino Roncaglia:

    [Gino Roncaglia] Bell’articolo! Naturalmente sono d’accordo con molte osservazioni, ma non con questa: “Per quanto criticabili, gli algoritmi di piattaforme come Amazon funzionano già piuttosto bene nell’indicare testi probabilmente interessanti per il lettore”. Nella mia esperienza (e diverse reazioni all’ultimo articolo su Il Libraio mi dicono che non è solo la mia esperienza), questo era vero *prima* che cominciassi a uscire (con acquisti e visualizzazioni di pagine) dall’hortus conclusus dell’editoria tradizionale. Appena lascio un po’ di spazio alla curiosità e appunto alla serendipity (che, concordo, è possibilissima anche on-line), gli algoritmi di filtraggio collaborativo perdono la testa. I suggerimenti che mi forniscono erano sensati all’interno dell’hortus conclusus, sono perfettamente insensati (non lievemente meno buoni: no, proprio perfettamente insensati) fuori. Non è un problema solo di Amazon: dei *buoni*discovery tools che funzionino sull’insieme complesso ed eterogeneo del nuovo panorama editoriale, incluse le molte forme di self publishing, semplicemente non ci sono. Non ce ne sono neanche di ragionevolmente accettabili. O almeno io non ne conosco: ogni suggerimento su nuovi strumenti da provare è bene accetto… ma ne ho già provati tanti. smile emoticon

    [Mario Pireddu] Grazie Gino! Nella mia esperienza, invece, posso dire di trovarmi piuttosto bene nell’utilizzo dei servizi di filtraggio. Su Amazon, per esempio, mi muovo diversamente tra i vari livelli: “Chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche”, “I clienti che hanno visto questo articolo hanno visto anche” e “consigliati per te”, oltre che consigli “Basati sulla tua esperienza di navigazione”, “Ricerca articoli simili per categoria”. Ognuno di questi servizi mi offre qualcosa di diverso: i primi due in particolare li trovavo e continuo a trovarli utilissimi. Sapere quali testi vengono spesso comprati insieme, o anche soltanto quali vengono visualizzati dopo la visualizzazione di quello che sto valutando io, è per me utilissimo. Apro la pagina del libro “Promuovere e raccontare i libri sui social network” e vengo a sapere in pochi secondi dell’esistenza di altri titoli potenzialmente interessanti come “Social media ed editoria”, “Quando i libri vanno in rete”, “Promuovere un libro con il social media marketing”, “Self Publishing”, “Come promuovere la lettura attraverso il social reading”, “I book blog”, “Come guadagnare grazie ad Amazon”, “Quando i libri vanno in rete”, etc. Un altro esempio sulla narrativa: apro la pagina di “Moby Dick” (Adelphi), e tra i libri potenzialmente interessanti trovo “Taipi”, “Don Chisciotte della Mancia”, “Delitto e castigo”, “L’uomo in bilico”, “Racconti di Pietroburgo”, David Copperfield”, etc. Ancora, se visualizzo “La notte delle falene” di Riccardo Bruni (self-publisher molto letto) posso sapere dell’esistenza di “Nascosta” di Kendra Elliot (in Italia tradotta da AmazonCrossing) o di “Scarlatto veneziano” di Maria Luisa Minarelli (self-publisher). Posso anzi dire che per certi versi esistono ancora confini rigidi nella classificazione (ma d’altronde non mi aspetto a breve che l’algoritmo mi dica “questo libro autopubblicato è di ottimo livello, quasi un Nabokov”), quel che rilevo è che a volte capita che uno scrittore autopubblicato venda molto di più di scrittori ‘tradizionali’ e affermati (per es.: Riccardo Bruni che per un bel po’ ha venduto più di Grisham, etc.), sta a me poi informarmi e decidere vale la pena leggere quel libro o quell’altro. C’è poi la questione recensioni, che posso leggere criticamente per farmi un’idea (ed è come con TripAdvisor: mai prendere le recensioni per verità, e d’altronde la stessa cosa valeva anche prima, con le recensioni su quotidiani e riviste – non poche volte frutto di accordi o relazioni tra le parti). I consigli basati sull’esperienza di navigazione ci ricordano a volte cose che abbiamo visto per sbaglio, altre volte cose utili che avevamo scordato. Dei “consigliati per te” ho sempre fatto un uso moderato, ma generalmente sono soddisfatto del livello di pertinenza (tra i testi che il mio Kindle ora mostra tra i consigliati circa l’80% sono testi per me interessanti). Amazon non mi ha mai suggerito “L’amore non è mai una cosa semplice” di Anna Premoli, self-publisher tra i più venduti in Italia e ora “autore con editore”, chissà se in futuro farà qualcosa del genere. In ogni caso io trovo l’insieme di questi servizi più che ragionevolmente accettabili (tra l’altro parte di essi è gratuita: io posso utilizzare i discovery tools di piattaforme diverse, sfruttando i diversi algoritmi e i diversi clienti di riferimento, e poi acquistare in una soltanto). Se dunque ci sono livelli algoritmici che funzionano già molto bene, altri livelli per forza di cose hanno bisogno di essere affinati con più costanza. Quel che sappiamo, infatti, è che gli algoritmi (per quanto coperti da riservatezza aziendale) sono in continuo mutamento: le letture su KindleUnlimited, per esempio, oggi influenzano il sales rank in modo diverso rispetto al passato, domani probabilmente il peso relativo cambierà ancora. Le modifiche che Amazon (come Google, Facebook, etc.) apporta – con successi e fallimenti ciclici, probabilmente – sono in ogni caso volte a massimizzare il profitto, ed è per questo che dico che nel tempo saranno sempre meno i titoli “per noi irrilevanti” che ci verranno consigliati. Non è nell’interesse di Amazon utilizzare male l’economia dell’attenzione: ad aziende come quella serve consigliare un prodotto che preveda alta probabilità di acquisto da parte dell’utente, non il contrario. Non è che io sia ottimista (e anzi per certi versi la machine learning technology in continua evoluzione può essere anche molto inquietante), dico che oggettivamente nessun libraio umano può conoscere a fondo gli interessi di ognuno di noi – o i numerosissimi legami che i contenuti e le persone creano – come i software in continua evoluzione di aziende come Amazon. Proprio da poco si è riparlato dell’enorme numero di categorie “nascoste” di Netflix, circa 77.000 (tra cui “film australiani degli anni Ottanta ricchi di suspense”, “commedie irriverenti a sfondo politico”, etc), a dimostrazione di una evoluzione molto rapida dei sistemi di classificazione e della crescita di complessità dei database. La direzione presa mi pare questa (naturalmente tra alti e bassi, successi e qualche fisiologico fallimento), e non credo si tornerà indietro.

  2. mariopireddu
    16 gennaio 2016

    Ancora da facebook:

    [Gino Roncaglia] Ho fatto per anni lezioni sugli algoritmi di filtraggio collaborativo di Amazon in cui dicevo (e constatavo, libro dopo libro) esattamente la stessa cosa che dici tu: guardate come funzionano bene, guardate quanto pertinenti sono i consigli… E tutto continua a funzionare se si resta nell’ambito dell’editoria di qualità o di un self-publishing molto ‘alto’ e in qualche modo pre-selezionato.

    Poi, però, ho cominciato a frequentare i bassifondi: il self-publishing un po’ meno alto, un po’ meno di successo, magari di genere (prevalentemente fantascienza). Finché restavo nei quartieri bene, Amazon mi dava consigli assai raccomandabili. Nei bassifondi, la vita – e il filtraggio collaborativo – hanno altre regole. I collegamenti sono improbabili, i consigli totalmente sballati. Non solo: la frequentazione dei bassifondi inquina anche le mie raccomandazioni ‘alte’. Certo, i collegamenti fra un libro dell’alta società e un altro libro dell’alta società continuano a funzionare. Ma le *mie* raccomandazioni diventano deliranti.

    Colpa mia che ho frequentato i bassifondi? Probabile. Ma come lettore vorrei essere libero di andare dove mi pare, senza perdere identità. Bada bene: il punto non è che Amazon, dopo una visita nei bassifondi, mi consigli un altro libro dei bassifondi: questo è comprensibile. Il punto è che il consiglio è quasi sempre sballato.

    Perché? Perché gli algoritmi si basano su informazioni inaffidabili.

    Ho individuato alcune casistiche. Ad esempio, recensioni fatte in massa da ‘lettori’ assai dubbi, sempre gli stessi: ovviamente recensioni comprate. Chi vende recensioni (diciamo: mr. X) genera il lettore ‘Pincopallino’, il lettore ‘Pincopalla’, il lettore ‘Pinco’ ecc.; questi lettori fittizi devono ‘sembrare’ veri, quindi comprano qualche e-book a basso prezzo più o meno a caso. Poi diventano strumenti di marketing: l’autore Z compra da mr. X 10 recensioni, e gli alias di mr. X (i nostri lettori fittizi ‘Pincopallino’, ‘Pincopalla’, ‘Pinco’…) si affrettano ad acquistare il libro (tanto paga l’autore Z…) e a recensirlo entusiasticamente. Il giorno dopo, l’autore Y (che non ha nulla in comune con Z tranne, probabilmente, l’infima qualità del suo libro) contatta anche lui mr. X, e gli alias di mr. X (sempre gli stessi) comprano in massa e tessono le lodi del libro dell’autore Y.

    Cosa succede agli algoritmi di filtraggio collaborativo di Amazon? Che per loro i libri dell’autore Y e dell’autore Z diventano molto simili: c’è un bel gruppo di lettori che li ha comprati uno dopo l’altro, li ha letti, li ha recensiti con eguale entusiasmo. Ma quei libri non potrebbero essere più diversi: uno è una storia d’amore fra pirati, l’altro una distopia ambientata in un futuro postatomico. I due autori, però, si sono tutti e due rivolti a mr. X, e i lettori fantasma controllati da mr. X li hanno trasformati in due libri gemellati dall’algoritmo.

    E’ uno dei casi possibili, non l’unico.

    Questo *NON* vuol dire che gli algoritmi di filtraggio collaborativo siano una ciofeca: vuol dire che gli algoritmi (e in generale i discovery tools) che abbiamo oggi funzionano ragionevolmente bene nell’alta società, ma toppano clamorosamente nei bassifondi, che hanno regole diverse (e una buona dose di inquinamento). E che la frequentazione eccessiva di bassifondi porta a contrarre una malattia infettiva, che si trasmette all’insieme delle raccomandazioni personali.

    [A scanso di equivoci: ovviamente uso l’espressione ‘bassifondi’ senza voler dare giudizi di valore assoluti e preconcetti: anzi, è proprio perché mi interessa capire se anche nei ‘bassifondi’ si nascondano libri interessanti che li frequento con curiosità – e mi ritrovo con algoritmi infetti].

    [Mario Pireddu] Ok, non c’è equivoco sulla chiusa finale, anche se non amo termini come ‘bassifondi’ o metafore alto/basso. Anche in altri ambiti, come quello musicale, ho da tempo soddisfazioni nello scoprire artisti nuovi grazie ai servizi a disposizione, e ascolto indifferentemente musica che alcuni definirebbero ‘alta’ (classica, jazz, etc.), come anche musica più da ‘bassifondi’, rock, pop etc. (è che non mi ritrovo più da tempo nel discorso cultura alta/cultura bassa, neanche nel linguaggio, e la penso più o meno come GG: http://web.archive.org/…//www.bookcafe.net/manifesto.htm). Sulle recensioni comprate: esistono, sono un problema (esattamente come sono un problema le recensioni del giornalista amico, o della trasmissione tv vicina alla casa editrice, etc.), e gli algoritmi saranno sempre più costretti a farci i conti, in primis perché ad aziende come Amazon non conviene ospitarne troppe e in secondo luogo perché non conviene suggerire troppi prodotti distanti dai gusti del lettore. Intendiamoci: io non credo e non ho mai creduto che gli algoritmi siano mai stati perfetti, dico soltanto che a mio parere, e naturalmente con margini di miglioramento, funzionano. A me pare soltanto che gli algoritmi siano in costante fase evolutiva e che si stiano aggiustando, in parte per modifiche costanti che vengono apportate (l’algoritmo di ieri non è quello di oggi o di domani, etc.) e in parte per meccanismi strutturali di machine learning che sono progettati affinché i software imparino meglio – e da soli – a commettere meno errori. Ad oggi non ho alcun altro servizio “non social” o non algoritmico che funzioni meglio o che sia per me utile allo stesso modo (e quindi che possa essere utilizzato in maniera puntuale, precisa, sempre disponibile quando mi serve, etc.). Anche io posso dire a questo proposito che ogni suggerimento su nuovi strumenti da provare è bene accetto… ma ne ho già provati tanti smile emoticon

    [Gino Roncaglia] Che siano in fase evolutiva è indubbio, solo che nella mia esperienza con la frequentazione abbastanza intensiva del self-publishing diciamo “non di successo” sono peggiorati moltissimo, non solo perché mi consigliano altro self-publishing “non di successo” (cosa naturale), ma perché me ne consigliano – a carrettate – con titoli del tutto eterogenei e apparentemente casuali. Mi aspetterei e mi aspettavo una evoluzione in meglio, mentre negli ultimi due anni sono molto peggiorati (tanto da diventare, da utilissimi che erano, inutili e fastidiosi)

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Questa voce è stata pubblicata il 14 gennaio 2016 da in web-segnali con tag , , , , , , , , , , .

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