Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

RE-POST. Il lupus della scrittura

di Roberto Maragliano

apocalitticoIl frammento di copertina che avete trovato riprodotto col titolo di questo post è di un libro (Videoscrivere in classe) che ho pubblicato, assieme a Luca Vitali, nel lontano, lontanissimo 1989 per gli Editori Riuniti. E l’immagine posta qui a fianco ne riproduce un piccolo brano. Comunque, lo dico per i curiosi, il testo integrale sta qui.

Ciò che mi interessa mettere in evidenza ora (anzi, rimettere in evidenza trattandosi di un mio vecchio pallino) è che la questione della scrittura presenta notevoli elementi di complessità. Riducendola ad una questione di mezzi tecnologici (la penna al posto del pc, il pc al posto della penna) si elude questa complessità che è concettuale e dunque teorica  e scientifica in primo luogo. L’innovazione ma anche la tradizione didattica non possono ignorare questo aspetto del problema, pena il rischio, appunto, di cadere nel più bieco dei riduzionismi deterministici (basta la penna, o basta il computer; e dunque basta con il computer, o basta con la penna).

Dico, a riprova, una sola cosa. La tecnica materiale incide (e non poco) su ciò che i latini denominavano scriptio, vale a dire l’attività del tracciare segni di scrittura. La tecnologia mentale incide (e non poco) su ciò che i latini denominavano literatura, vale a dire l’attività del costruire testi di scrittura. L’aspetto corporeo e materiale del tracciar segni è una cosa, l’aspetto cognitivo dell’elaborare e modellare testi è un’altra cosa. Posso passare mesi a fare esercizi di calligrafia ma questo non mi garantisce che sarò in grado di mettere un pensiero in forma di testo; allo stesso modo posso esercitarmi a lungo e nel migliore dei modi nel comporre testi, producendoli e riproducendoli in varie modalità, ma la loro fruibilità sarà compromessa se non riuscirò a dar corpo (non a caso si usa questo temine nel settore) e dunque materialità e visibilità alle mie scritture. Ci sono tecniche (e tecnologie) che, allo stato attuale, meglio si prestano alla cura pedagogica della prima funzione, ed altre che meglio si prestano alla cura della seconda. Quel che io vedo, allo stato attuale (dove per stato attuale intendo un periodo che ha inizio trent’anni fa, con l’avvento del digitale come risorsa per la scrittura personale), è che la penna si presta meglio ad introdurre la prima funzione, perché coinvolge il corpo garantendo il rinforzo di una memoria del gesto, mentre il digitale si presta meglio a sviluppare la seconda funzione, per via della sua duttilità, vale a dire per il fatto che sveltisce e alleggerisce le funzioni editoriali di integrazione, modifica, copia, cancellazione che costituiscono il motore della composizione testuale (nelle ricerche documentate dell’antico libro da cui ho preso le mosse per questo post si mostrava come nel passaggio, anche tramite trascrizione, dalla composizione manuale a quella digitale aumentasse la densità e la coesione dei testi).

Molti dei discorsi correnti (anche sui giornali, anche alla radio, persino all’università) danno per automatico il rapporto fra il tracciar segni e il costruire testi e dunque vedono e fanno vedere il digitale come un fattore di disturbo, o di blocco di questo presunto collegamento e nulla dicono del contributo cognitivo che un digitale opportunamente gestito (con leggerezza e gioco) può dare alla pedagogia della composizione testuale. Fa tristezza vedere un argomento così serio e nobile trattato con simile trascuratezza e superficialità. Il meno che si possa dire, a questo proposito, è che argomenti come questi ben poco si prestano ad essere letti in chiave di slogan calcistici, del tipo “sto col digitale” o “sono contro il digitale”.

Certo è che se gli apocalittici, cui i mass media italici danno grande visibilità, fossero minimamente disposti a discutere si potrebbero imbastire degli utili confronti. Non tanto sulla tecnologia materiale quanto sulla scrittura come tecnologia mentale e sociale e sulle tradizioni nostrane (ahimè limitate) in fatto di didattica della scrittura. E, a proposito di quest’ultimo aspetto, di cui ben poco si parla, non posso non far notare che, gratta gratta, la pedagogia immediata, immediatamente pensata da tanti, fuori e dentro la scuola, è quella pseudoidealistica che rifiuta ogni sorta di modellizzazione delle pratiche e che, facendo tabula rasa delle esperienze personali, mira a far maturare immaginari apprendimenti puliti, puri e buoni: un atteggiamento, questo, che predispone al rifiuto di ogni istanza in odore di meccanizzazione. Che poi il digitale si ponga su un altro universo rispetto a quello della meccanizzazione o che si voglia ignorare l’aspetto di meccanizzazione dei comportamenti che può passare attraverso la penna sono altre questioni che sarebbe il caso di tirare in ballo.

Comunque stiano le cose, è nella logica degli apocalittici, che poi sono gli integrati di un mondo che non c’è più (o che forse non c’è mai stato), il non accettare dialoghi. Haec propter illos scripta est homines fabula, qui fictis causis innocentes opprimunt. Cfr. Lupus et agnus

Questo post è stato pubblicato la prima volta il 2 di dicembre del 2014

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

3 commenti su “RE-POST. Il lupus della scrittura

  1. soudaz
    2 dicembre 2014

    L’ha ribloggato su Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)e ha commentato:
    Bello!

  2. Augusto Chioccariello
    2 dicembre 2014

    Le critiche violente alla cultura del computer e dei suoi possibili effetti negativi sull’educazione sono presenti a varie latitudini e sponde degli oceani. Da google ci rende stupidi, alla scomparsa della lettura sequenziale e della pratica della scrittura corsiva. (vedi, per esempio, questo post di Larry Cuban http://larrycuban.wordpress.com/2014/05/18/cursive-writing-and-coding-conflicts-over-school-goals-part-1/).

    Eppure, mentre l’informatica ha rivoluzionato la società non ha cambiato la scuola. Non ci sono automatismi e non c’è una sola cultura informatica. Pregi e difetti, occasioni e rischi vanno contestualizzati. Poiché parli di vecchi libri, riporto una citazione da Mindstorms di Papert sui “critici”.

    ” … i critici hanno messo in evidenza l’influenza che potrebbero avere sui nostri modi di pensare le procedure di lavoro altamente meccanizzate dei computer. L’affermazione di Marshall McLuhan che “il mezzo è il messaggio” potrebbe applicarsi qui: se il mezzo è un sistema interattivo che capisce le parole e risponde come un essere umano, è facile concludere che le macchine sono come gli uomini e gli uomini come le macchine. Quale effetto potrebbe avere una simile estrapolazione sullo sviluppo dei valori nei bambini e dell’immagine che si fanno di se stessi? È difficile dirlo, ma c’è di che preoccuparsi. Nonostante tutto, io sono ottimista—qualcuno direbbe utopista—sugli effetti dei computer nella società. Io non rifiuto gli argomenti dei critici. Al contrario, come loro io ritengo che il computer avrà una profonda influenza sulla mente umana. Sono pienamente consapevole del fascino che può esercitare un computer interattivo, e del fatto che il prendere il computer come modello influenzerà la concezione di noi stessi. Infatti, il lavoro su LOGO, al quale ho dedicato una gran parte del mio tempo durante i dieci anni passati, consiste precisamente nell’aver cercato di sviluppare tali forze in direzioni positive …”

    Ciao,
    Augusto

  3. Roberto Maragliano
    2 dicembre 2014

    Pienamente d’accordo, Augusto. E infatti, a proposito di scrittura, non mi sono collocato su una curva (o una gradinata) contro l’altra. La mia idea è che dobbiamo capire meglio le regole del gioco. E per capirle non c’è che la testimonianza della storia. Nessuna tecnologia importante ha totalmente cancellato le precedenti, piuttosto le ha integrate al suo interno. In questa fase il nostro compito individuale e sociale, culturale e tecnico, è lavorare a far sì che l’integrazione dei media comunicativi all’interno dell’infrastruttura digitale avvenga nel migliore dei modi, dunque con la minima dispersione del buono che sta prima e la massima valorizzazione di ciò che di buono si prepara per il dopo. Che poi è l’insegnamento di chi, come Papert, non vede l’educazione solo in una chiave tecnologica ma soprattutto in una prospettiva epistemologica.

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