Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Coding a scuola, oltre le etichette

di Andrea Patassini

Uno dei vantaggi offerti da iniziative come quella de L’ora del codice, che si è conclusa qualche settimana fa, è la possibilità di portare tematiche (solitamente) nuove per la scuola. Per molti studenti e insegnanti rappresenta l’occasione di avvicinarsi a pratiche come quelle del coding. La possibilità di aprire le porte delle aule scolastiche a percorsi di apprendimento differenti credo sia un dato sul quale provare a costruire nuovi approcci alla didattica. La matrice tecnologica, sulla quale le attenzioni solitamente si concentrano soprattutto nella descrizione delle attività di coding a scuola, possiede certamente un suo valore. Comprendere attraverso attività pratiche proposte a scuola (e solitamente divertenti) i principi logici della programmazione è un’opportunità preziosa per costruirsi un proprio bagaglio di conoscenza in una società digitale. Interpretare tali iniziative come un valido spiraglio per introdurre nella scuola un uso pratico e metodologico del digitale, lontano da demonizzazioni o esaltazioni, è un atteggiamento altrettanto valido e sostenibile. Forse sto tralasciando altrettanti argomenti validi, ma vorrei aggiungere o quantomeno soffermarmi su un aspetto, a mio modo di vedere, essenziale.

coding_kids

Non ci trovo niente di male nella semplificazione di concetti complessi attraverso l’uso di “etichette”. È una processo mentale che ci aiuta a sostenere il nostro rapporto con la complessità. Penso, ad esempio, al valore delle tag utili ad orientarci nel mare sterminato di contenuti digitali che quotidianamente consultiamo e produciamo. Anche questo post fa uso di parole chiave per definire un’associazione con altri articoli simili per argomenti trattati. Naturalmente affidarsi esclusivamente alle etichette, sia come condizione mentale che come pratica non ci migliora. Il termine coding associato alla scuola a volte viene interpretato principalmente sotto la sua matrice espressamente tecnica: si imparano i concetti logici alla base della programmazione per poter muovere i primi passi in queste pratiche e, nel tempo, avvicinarsi a sistemi più complessi destinati allo sviluppo di codice.

Proprio su questo aspetto Mitchel Resnick, direttore del Lifelong Kindergarten del MIT e a capo del gruppo di ideatori e sviluppatori di Scratch, tempo fa ha pubblicato un interessante post. Grazie a Andrea Ferraresso e Noelia Di Pretoro (con la revisione di Carmelo Presicce) puoi trovare qui la traduzione italiana del testo. L’approccio didattico al coding – in alcune sue espressioni – tende a concentrarsi sulle competenze tecniche tralasciando l’aspetto più importante, pensare in modo creativo.

I giovani usano Scratch in contesti differenti: a casa, a scuola, in biblioteca, nei centri comunitari. Creando e condividendo i propri progetti, imparano qualcosa che va oltre l’abilità di scrivere codice. Imparano, infatti, a pensare con creatività, a ragionare in modo sistematico e a lavorare in maniera collaborativa. Tutte abilità essenziali nella società d’oggi.

Estraggo un secondo frammento della riflessione di Resnick:

La maggior parte delle iniziative del tipo “learn-to-code” [N.d.T.: impara a programmare] non dà risalto a questo tipo di espressione creativa. In molte attività introduttive al coding viene richiesto agli studenti di programmare i movimenti di un personaggio virtuale affrontando una serie di ostacoli per arrivare all’obiettivo finale. Questo approccio aiuta gli studenti a imparare alcuni concetti base della programmazione, ma non permette loro di esprimersi in maniera creativa — o di sviluppare un interesse duraturo per la programmazione. È come fare una lezione di scrittura che insegna solo grammatica e punteggiatura senza dare agli studenti l’opportunità di scrivere le loro storie.

Il contributo di Resnick articola chiaramente il significato che affida al termine coding e lo fa descrivendo le pratiche che si sviluppano con Scratch. La logica di sviluppo attraverso i blocchi in Scratch è simile a quella presente in altri ambienti e strumenti dello stesso tipo. Ma in questo c’è molto altro. La possibilità per le bambine e i bambini che utilizzano Scratch di ideare, sviluppare e soprattutto condividere con altri i progetti realizzati è un fattore centrale. Si tratta non solo di utilizzare i concetti fondanti della programmazione per sviluppare contenuti, ma di “vedere la possibilità di contribuire attivamente e pienamente alla società” come scrive Resnick, attraverso la condivisione e l’interazione nella community. Imparare cose nuove valorizzando i propri interessi, imparare dagli altri condividendo i propri errori, porsi in modo attivo nella costruzione di idee, sono aspetti del coding che riguardano non solo la programmazione, ma il modo stesso di apprendere e insegnare a scuola.

Progettare Conividere Appassionarsi Giocare

Secondo Resnick l’introduzione alla programmazione dovrebbe seguire questi quattro principi

Lo sforzo da compiere è di superare l’etichettatura del coding a scuola inteso come lezione di programmazione e provare ad accogliere l’idea di un pensiero creativo nella didattica. Ecco, forse, l’ostacolo più grande da superare: se si prova ad affondare le mani in questa idea emerge l’esigenza di riformulare alcuni aspetti più generali del fare didattica a scuola.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

2 commenti su “Coding a scuola, oltre le etichette

  1. Leon
    7 gennaio 2016

    Interessante, quando si è svolta questa attività?

  2. Pingback: Costruire design di apprendimento con Makey Makey | Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

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