Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Di cosa parliamo quando parliamo di digitale

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In uno dei suoi puntuali articoli su La Stampa di qualche giorno fa, Giuseppe Granieri rifletteva sulla relazione tra crisi dell’industria culturale e uso di Internet, ricordando come la lettura determinista di tale relazione (es.: “è colpa di Internet se l’editoria è in crisi”) sia in realtà nient’altro che una banalizzazione. La complessità dello scenario attuale, suggerisce Granieri, è fatta invece di mutamenti nei comportamenti d’uso, di acquisto, di produzione, che – almeno per chi scrive – sono naturalmente anche legati all’abitare ecosistemi comunicativi in continuo mutamento.

Uno dei link contenuti nell’articolo rimandava a un post sul sito di Business Insider relativo all’evento IGNITION, dedicato agli scenari presenti e futuri dell’industria digitale: il post è interessante perché – al netto delle previsioni, della futurologia e degli slogan da “evangelist” spesso presenti in questi casi – riporta le slide utilizzate da Henry Blodget (CEO di Business Insider), ricchissime di dati sull’industria culturale degli ultimi anni.

Partire dai dati è forse l’unico modo per poter parlare di questi argomenti con cognizione di causa, restando lontani da letture troppo ideologiche della realtà o comunque senza fare troppi voli pindarici. Da anni si parla di crisi e trasformazione dell’editoria (e in Italia lo si fa quasi sempre rimpiangendo nostalgicamente un passato tinto di colorazioni mitiche), di crisi e trasformazione della televisione generalista (non la rimpiange nessuno se non chi vi lavora), di crisi della musica e dell’industria musicale, del cinema, di crisi dei sistemi educativi (e in pochi parlano delle opportunità legate alle nuove piattaforme di distribuzione dei contenuti, delle possibilità di autoformazione e di social learning), etc. Vediamo dunque di capirne di più analizzando qualche dato.

I primi fanno riferimento alla situazione nordamericana, ma – come vederemo tra poco – sono interessanti per avere un quadro più chiaro di scenari più ampi che comprendono anche la nostra porzione di mondo. Un primo dato significativo sull’utilizzo di device digitali, come è intuibile, è lo scarto generazionale:

shift

L’utilizzo di smartphone, raro tra chi è più anziano, è invece la norma per le generazioni più giovani: l’ascesa del mobile computing mostra come la cosiddetta post-pc era sia una realtà già da qualche anno (si veda anche il calo strutturale delle vendite di pc desktop dal 2012 in poi). Se ci concentriamo sull’utilizzo dei soli dispositivi digitali, poi, abbiamo una ulteriore conferma che emerge dai dati sul tempo dedicato all’uso di app e browser su smartphone:

mobile

Dai dati emerge anche un altro aspetto significativo: quasi il 90% dei cosiddetti “millennials” – le persone nate tra gli anni ottanta e i primi duemila, quindi la fascia di popolazione che va dai 15-16 anni fino ai 32-33 – dichiara di non separarsi mai, neanche di notte, dal proprio smartphone, e che la prima cosa da fare al mattino appena svegli è proprio controllare lo smartphone. Nessuno stupore, dato che lo stesso dato viene puntualmente fuori dalle conversazioni con gli studenti dei nostri corsi all’università. Bene, constatato che la situazione è questa, cosa c’è di rilevante in tutto questo per l’industria culturale con cui abbiamo a che fare? I dati mostrano che le iscrizioni ai servizi di streaming video sono in rapida e costante ascesa: in Italia l’arrivo di Netflix è lì a confermare che indietro non si torna (e d’altronde già da anni i più giovani e gli studenti vedono film e serie tv attraverso streaming illegale). In ambito musicale accade la stessa cosa: negli ultimi anni siamo passati – passando anche attraverso l’uso di ambienti non prettamente musicali come YouTube – dai servizi basati sul download a quelli basati sullo streaming (Deezer, Spotify, Amazon, Google Music, etc.).

Gli abbonamenti alle edizioni digitali di quotidiani e riviste sono in ascesa, e il mantra del “digitale inutile” perché “non ripagherà mai le entrate del cartaceo” pare avere sempre meno senso. Lo dimostrano anche i profitti di testate che hanno avuto alle spalle anni non facili, come il New York Times che proprio di recente ha dato conto – attraverso le parole del suo chief executive – di un aumento delle sottoscrizioni e delle entrate pubblicitarie. Anche colossi del web come Google e Facebook devono molto alla crescita nel tempo del digital advertising, e c’è da rilevare come alla crescita della pubblicità online si accompagni la diffusione di comportamenti più smaliziati da parte degli utenti (soprattutto quelli più giovani), come l’uso degli ad blocker:

advertising

adblock

Le nostre relazioni sociali, la gestione dei nostri contatti, passa sempre più dai social network ma anche da servizi di messaggistica non di rado anche più importanti e dai quali spesso non possiamo più prescindere:

messaging

Le vere domande da porsi qui non sono tanto quelle alle quali siamo abituati, per via di un giornalismo e di una classe intellettuale e accademica il cui sguardo è rivolto spesso unicamente al passato (e alla conservazione di rendite di posizione). Non viviamo più in quel mondo, perché perdere tempo con le domande sbagliate, mentre i veri problemi da affrontare li abbiamo sotto il naso? Se crediamo che la risposta alle nuove sfide sia una maggiore consapevolezza, perché condurre un dibattito surreale su non problemi e su domande mal poste? Non “le relazioni via smartphone fanno male?”, dunque, ma “chi controlla la maggior parte delle nostre relazioni?”. Per affrontare i problemi relativi al nuovo ecosistema comunicativo, dobbiamo concentrarci sulla comprensione di quanto abbiamo davanti. Per esempio sul fatto che quattro delle applicazioni più usate (Facebook, Messenger, Whatsapp e Instagram) appartengono a uno stesso soggetto, di cui sappiamo che conduce esperimenti di vario tipo sui propri utenti e che fa profitti persino sui non utenti. Un’altra domanda interessante da porsi è quella che riguarda l’accesso ai nostri dati da parte di soggetti terzi e l’utilizzo che di questi dati viene fatto, sia sul piano governativo che su quello degli interessi privati (entrambi a volte legittimi e altre volte meno). Ancora, domande rilevanti riguardano la natura del diritto d’autore e delle licenze di distribuzione dei contenuti, oggi sempre più in rete e sempre più replicabili, citabili, copiabili, modificabili.

Continuando con le domande che hanno senso, perché continuare a ripetere che per l’editoria – uno dei pilastri dell’industria culturale – “niente è come il profumo della carta”, quando i dati mostrano anche in Italia un presente che diventa futuro sempre più digitale? Le rilevazioni degli ultimi anni, fatte salve poche nicchie ben consolidate, mostrano un calo sensibile e costante dei consumi e dei profitti dell’editoria cartacea, e una lenta ma costante ascesa di quelli legati all’online:

ebook-italy

Se l’unico canale in reale crescita è quello dell’editoria che passa dalla rete (e in prospettiva quello della trasformazione dell’intera filiera), perché ostinarsi a portare avanti battaglie di retroguardia? Perché continuare a ripetere agli studenti – i quali vivranno nel futuro molti più anni rispetto a chi gli fa lezione, soprattutto in Italia – che libri e riviste digitali sono il male o fanno male? Non sarebbe più utile – e educativo! – invitarli a esplorare la nuova realtà, a fare confronti tra possibilità e opportunità offerte dai diversi ambienti mediali? Non è più laico e formativo lasciare che sia l’esperienza del pluralismo ad aiutarli nella produzione di pensiero autonomo? Infine, perché continuare a tenere in piedi un dibattito stanco e sterile tra “apocalittici” e “integrati”, tra “conservatori” e “innovatori”, tra paladini della carta e evangelisti del digitale? Sembra a volte di risentire le lodi quattrocentesche agli amanuensi dell’abate Giovanni Tritemio, acerrimo nemico della carta a caratteri mobili di Gutenberg (ma che, ironia della sorte, decise di far stampare il proprio De laude scriptorum per giungere a un pubblico più ampio – proprio come oggi i “critici” a senso unico del digitale prosperano anche e soprattutto grazie alla rete).

Semplicemente, a breve non avrà più senso parlare di “musica digitale”, “video digitale”, “editoria digitale”, “apprendimento digitale” o del “digitale” stesso, perché l’intera industria culturale sta diventando digitale. L’intera struttura produttiva e distributiva, così come il consumo e la reputazione stessa dei prodotti culturali, saranno digitali e basati sulla rete. Questo non vuol dire semplicemente che ciò che era di vinile o di carta oggi si regge sul flusso di bit, o che “i vecchi media moriranno”, ma che stanno mutando abitudini e comportamenti, e persino i modi di vedere il mondo.

È quel che intendeva David Weinberger nel suo “La stanza intelligente”, quando scriveva che la conoscenza sta prendendo la forma della rete. Chi si occupa di educazione e formazione può oggi pensare di prescindere dalla presa d’atto di questa semplice verità? Dalla consapevolezza che per generare consapevolezza occorre abitare il mondo e non far finta che sia diverso o immaginandolo unicamente come un palazzo in rovina? A voi le risposte.

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Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

5 commenti su “Di cosa parliamo quando parliamo di digitale

  1. Michela Secchi
    14 dicembre 2015

    Da insegnante ma anche da genitore e perché no da chi usa il computer da più di vent’anni credo fermamente nell’importanza dell’eudacazione ai newmedia e con essi a tutte le tecnologie informatiche. Un tempo era la televisione ad essere incriminata, si parlava di buona o cattiva televisione. C’era chi la proclamava nuova maestra e chi invece la bandiva completamente sbandierando sterili stereotipi. A me gli stereotipi non sono mai piaciuti e anzi, ho sempre cercato di abbatterli. Con l’educazione appunto. Perché allora non imparare a conoscere bene le immagini e i contenuti che veicolano invece di spegnere con troppa facilità un canale comunicativo come la tv? Conoscere per sconfiggere, spirito critico per non aver paura. Paura di cosa? Delle subdole immagini e dei “pericolosi” contenuti della tv ieri (e oggi ugualmente… figuriamoci) e dei contenuti e del nuovo modo di interagire con la realtà, oggi, con le nuove tecnologie. Si tratta appunto di generare consapevolezza, educare allo spirito critico, formare utenti attenti e preparati. Il nuovo fa sempre paura, la storia lo insegna, ma secondo me la paura stessa può essere usata come stimolo per reagire, per proporre, per cercare nuove strategie per superare i nostri limiti. E da insegnanti, formatori, educatori, genitori e cittadini del mondo (reale e virtuale) non possiamo certo far più finta di niente.

  2. Michela Secchi
    14 dicembre 2015

    PS condivido l’articolo nel mio blog. Grazie!

  3. Pingback: Di cosa parliamo quando parliamo di digitale | La finestra sull'albero

  4. mariopireddu
    14 dicembre 2015

    Grazie a te, Michela! Condivido molto di quel che scrivi, e lo ripeto spesso anche ai miei studenti: con la sola paura non si va lontano e si finisce per chiudersi in visioni cupe e distorte. Solo con la curiosità, la pratica, l’esperienza e la riflessione laica si può realmente comprendere il mondo in cui viviamo…per cercare anche di cambiarlo, laddove è possibile.

  5. Pingback: Le dimensioni della vita in rete | Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

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