Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La più brutta del reame

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Leggo su “Repubblica” del 19.11.15 quanto sostiene Daniel Pennac in relazione ai tragici fatti di Parigi: “Purtroppo viviamo in una società che adora filmare la propria morte in diretta per farne un oggetto di consumo. Questa spettacolarizzazione sfrutta, nega e desacralizza un dolore che invece dovrebbe essere sacro”. Vi risparmio il resto, dove, com’è prevedibile dalle premesse, si accusano i media di essere agenti di spettacolarizzazione dell’oscenità.
Questo del senso di osceno che si collega all’idea di morte è un tema molto serio. Allora, io credo, non dovrebbe essere affrontato con argomenti atti a confermare quell’insieme di azioni/reazioni che vanno sotto l’etichetta empirica di “sindrome dello specchio” o “della regina di Biancaneve”, e che riflettono e ingigantiscono la propensione rompere o oscurare lo specchio/schermo per non vedere ciò che esso mostra di noi stessi. L’oscenità non è nella tv o nella rete che mettono in scena la morte, piuttosto è la morte stessa che, per un insieme di ragioni che fanno capo alle trasformazioni antropologiche di cui siamo tutti noi ad un tempo attori e vittime, va collocandosi sempre più (e sempre più inconsapevolmente, per quel che ci riguarda) “fuori scena”, fuori soprattutto delle nostre scene personali.
Se questo è vero, si tratta di impegnarsi a capire di che cosa è sintomo la spettacolarizzazione che non si vorrebbe vedere ma che c’è e, difficile negarlo, ha “successo”: ore e ore alla tv e in rete a vedere e rivedere le scene cruente di Parigi, oggi, o di New York nel 2001 (viene da dubitare che Pennac abbia potuto sottrarsene).
Personalmente ho cercato di dare una risposta ad un simile impegnativo interrogativo con l’attraversare i pensieri di Ariès, Elias, Morin sul tema della rimozione del senso di morte e l’associarne l’analisi al tema della rappresentazione cinematografica, secondo un’angolazione che mi ha indotto a cogliere nel cinema un luogo di compensazione di un così drammatico “vuoto”. Per questo ho parlato di una pedagogia attiva della morte, attribuendone il merito, guarda un po’, proprio ai media che così imbarazzano Pennac, nel mio caso il cinema.


Pedagogia della morte è, appunto, il titolo di un mio ebook del 2012, disponibile su IBS e sulle principali librerie di rete. L’ho presentato così: “La pedagogia più importante è quella che affronta le cose che non si possono insegnare. Che non si possono: perché ci sono divieti, ostacoli, resistenze, anche interiori; insegnare: perché la loro esperienza è talmente intima e personale che si tende a crederla indicibile, incomunicabile, oscena. Eppure qualcosa si può fare; qualcosa passa”.
Nel caso vi chiediate perché mai questo saggio non è disponibile su carta non ho che da rispondervi che alla proposta di pubblicazione, trasmessa a suo tempo ad alcuni editori con i quali avevo rapporti di collaborazione, non è mai seguita risposta, nemmeno negativa, nemmeno burocratica (sono tutti scaramantici? o più pennacchiani di Pennac?) e che dunque sono profondamente grato agli amici di Doppiozero: loro non hanno esitato ad accogliere il testo e a suggerire un titolo assai più azzeccato di quello reticente che avevo suggerito.

schermo empaticoInsomma, se si va un po’ più a fondo delle cose non è la rappresentazione della morte a figurare come oscena, piuttosto è la morte stessa, la nostra morte e quella delle persone a noi care, che oggi sentiamo come oscena e cerchiamo di espungere dal nostro campo visivo. Salvo poi partecipare morbosamente a certe celebrazioni mediali di morte ricavandone ulteriore conferma che non è della nostra personale scomparsa che si tratta lì. No, noi siamo immortali. Come lo è la la stupidità che induce ad auspicare schermi oscurati. E meno male, dico io (traendone conferma dalla lettura de Lo schermo empatico), che la “simulazione incarnata” cui siamo costantemente testimoni come spettatori cinematografici ci autoeduca alla morte. Anche alla nostra. Sia pure per simulazione.
Ma, signori miei, la simulazione è cosa estremamente seria! 

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 novembre 2015 da in Incazzature con tag , , , , , , , , , , , .

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