Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Web aperto o web chiuso?

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Quando Tim Berners Lee diede vita al progetto che portò alla nascita del World Wide Web (qui il primo sito web al mondo, quello del Cern di Ginevra: http://info.cern.ch/) probabilmente non immaginava quel che sarebbe successo nel quarto di secolo successivo. Come avrebbe potuto, d’altronde, prevedere la nascita di colossi come Facebook o più in generale la diffusione del web 2.0 (termine che non ha mai amato) e dei social media?

128x128-blue2Nel 1994, per rispondere a problemi come l’imposizione di standard proprietari o ai tentativi di appropriazione e controllo dell’evoluzione del web da parte di aziende come Microsoft, Apple, Google etc., fu istituito il World Wide Web Consortium (W3C ), che ad oggi conta più di quattrocentro membri (lista completa qui) tra grandi aziende, istituzioni, organizzazioni no profit. Un consorzio in cui stanno insieme Apple, Intel, Dell, Baidu, Microsoft, Google, Facebook, Twitter, Cisco, IBM, Sony, Netflix, Telecom Italia, American Express, Boeing, eBay, Mozilla Foundation, The Open Group, Electronic Frontier Foundation, diverse istituzioni pubbliche e governative. Cosa fanno tutti questi soggetti all’interno del W3C Consortium? Creano gli standard per il web e per la sua costante evoluzione, lavorando insieme per controllarsi a vicenda. Quando pensiamo all’evoluzione delle tecnologie digitali e di rete, sappiamo di non fare riferimento a mere questioni tecniche: se uno standard – un protocollo, un codec audio o video, un tag di comando, un formato grafico per immagini etc. – si impone su tutti gli altri, è possibile che alcuni soggetti ne traggano più vantaggio. Sappiamo che da tempo ci sono pressioni di vario tipo dietro la diffusione di formati e standard, e che spesso le grandi corporation spingono per l’adozione delle proprie soluzioni tecniche (si pensi alle Microsoft e alla lunga vicenda del browser Explorer, alla Apple con i suoi codec video, o ancora alla Adobe con i suoi pdf e flash). C’è ancora chi pensa che certe scelte, come l’adozione e la diffusione di un formato digitale, siano frutto di valutazioni puramente tecniche (“questo funziona meglio di quello”), ma la realtà è molto differente, e decisamente più prosaica. Alcune grandi aziende possono di fatto contribuire a dare forma al web secondo direzioni non necessariamente coincidenti con soluzioni vantaggiose per tutti.

Il consorzio W3C esiste proprio per far sì che il web possa restare un luogo aperto, dove l’openness è intesa come apertura e trasparenza di linguaggi, codici e formati.

Già nel 2010 Chris Anderson sottolineava su Wired le contraddizioni del passaggio dal web aperto degli anni Novanta a una rete sempre più chiusa fatta di comunicazioni via app proprietarie (il cosiddetto “iPhone model of mobile computing”). Ed è un fatto che sempre più ci connettiamo agli altri e ai contenuti che ci interessano attraverso singole app che installiamo sui nostri dispositivi, utilizzando meno il browser. Gli accordi di Facebook con diverse testate e con vari produttori di contenuti, per esempio, vanno nella direzione di una fruizione sempre più integrata nel modello app: per leggere le notizie non dovrà essere più necessario uscire da Facebook (click + apertura articoli nel proprio browser), ma lo si potrà fare direttamente – e in modo più rapido – all’interno dell’applicazione, con Instant Articles.

Eppure, a dispetto di logiche aziendali che spingono verso la chiusura della rete a interessi di pochi, ci sono alcuni dati che sembrano confermare una certa vitalità della parte di rete che resta e vuol continuare a essere aperta. La notizia è di qualche giorno fa: secondo l’agenzia di ricerca W3Techs circa il 25% dei siti Internet si appoggia alla piattaforma WordPress, open-source content management system su cui è ospitato anche il blog che state leggendo.

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Un sito su quattro utilizza WordPress, dunque, e i numeri relativi all’adozione della piattaforma sono in costante aumento. Nonostante alcuni noti limiti di WordPress, è anche grazie all’utilizzo di software libero se il web può continuare a rimanere un luogo di tutti e aperto a tutti: la scelta di una piattaforma per gestire i propri contenuti (così come di un sistema operativo, di un ecosistema di app, etc.) non è soltanto una questione tecnica, ma è anche una scelta che può contribuire alla forma che diamo al web e alla rete.

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

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Questa voce è stata pubblicata il 12 novembre 2015 da in web-segnali con tag , , , , , .

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