Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Il valore di una storia

di Francesca Carabini

L’IMPORTANZA DELLE STORIE

A cosa servono le storie? Che ruolo hanno nella vita dell’uomo? Considerate spesso come un trastullo per perditempo potrebbero avere in realtà un peso molto maggiore di quello che gli viene riconosciuto. Diverse ricerche suggeriscono che ci sia qualcosa di più profondo che lega l’essere umano alla narrazione.
In un articolo dell’Atlantic di qualche tempo fa (Like Keeps Changing’: Why Stories, Not Science, Explain the World) Joe Fassler scriveva:

«Io non credo che i rapporti umani siano completamente comprensibili. Possono essere chiari per piccoli, bei momenti, ma poi cambiano. Al contrario degli esperimenti scientifici con rigorosi, controllati parametri, le nostre vite sono sconfinate e in continuo movimento. E non c’è mai fine alla storia. Abbiamo bisogna di qualcosa di più della scienza – abbiamo bisogno della narrazione per catturare questo tipo di complessità, questo tipo di incomprensibilità.»

Forse però non si tratta solo di questo. In molti hanno cercato di scoprire perché la narrazione accompagna l’uomo sin dalla sua comparsa sulla terra. Un percorso particolarmente interessante è quello di Jonathan Gottschall in L’istinto di narrare.

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LA TRIBÙ DELLE STORIE E LA TRIBÙ DELLA PRATICA

Gottschall ci permette di realizzare un esperimento di fantasia: chiede di proiettarci nella preistoria, e di immaginare due tribù, una a fianco all’altra, la Tribù della Pratica e la Tribù delle Storie. Le due tribù lottano per le stesse risorse e una si estinguerà sull’altra. Sono tribù esattamente identiche eccetto per le differenze indicate nel nome. In entrambe le persone lavorano, cacciano, raccolgono e si cercano un compagno, ma quando arriva la sera i membri della Tribù delle Storie si raccolgono insieme per condividere storie e pettegolezzi, per viaggiare con la fantasia. Mentre la Tribù della Pratica impiega quel tempo continuando a lavorare. Facendo esattamente le stesse cose, ma di più. Lavorano di più. Cacciano di più. Raccolgono di più e passano più tempo con gli amanti.

«Naturalmente – scrive Gottschall – sappiamo qual’è stato il finale di questa storia. La tribù delle Storie ha prevalso. La Tribù delle Storie siamo noi. […] Ma, senza il senno di poi, la maggior parte di noi non avrebbe forse scommesso sulla sopravvivenza della Tribù della Pratica a spese di quei perdigiorno della Tribù delle Storie?»

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LA MENTE NARRANTE: UN FATTORE EVOLUZIONISTICO

Il punto è che le storie fanno parte della nostra cultura molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Secondo Gottschall le storie rappresentano qualcosa di molto più profondo, che ha a che vedere con il nostro DNA di esseri umani. Se l’evoluzione (che agisce in modo strettamente utilitaristico) ha conservato questo elemento, scrive, le ragioni devono essere ben radicate.

Dal gioco infantile di finzione che si manifesta nei bambini sin dai primi anni; ai sogni, le nostre narrazioni notturne. Dal funzionamento del nostro cervello fino alla memoria e i ricordi. La narrazione si nasconde in ogni meandro della mente e si insinua nella nostra interpretazione della realtà.

Scrive: «Il nostro cervello ha una naturale predisposizione non solo ad amare le narrazioni e imparare da esse ma anche a crearle. Nello stesso modo in cui la nostra mente vede uno schema astratto e vi individua un volto, la nostra immaginazione vede uno schema di eventi e vi individua una storia.»

Per questo, continua, se leggiamo fatti presi singolarmente come questi:

A. Anna piange
B. Maria si arrabbia con Luca
C. Maria esce con Anna

La nostra mente tenderà a cercare un filo conduttore tra A, B e C, per tesserli assieme in un gioco di causalità fino a trovare una storia che li tenga uniti (vera o falsa che sia). Ne parla anche Cody C. Delistraty sull’Atlantic in The Psycological Comforts of Storytelling: «Gli esseri umani sono inclini a vedere narrazioni dove non ce ne sono per dare un senso alla vita: sono una soluzione ai problemi dell’esistenza», e continua: «la narrazione potrebbe essere un meccanismo evolutivo che ha contribuito a mantenere in vita i nostri antenati».

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MANIPOLARE CON LE STORIE

Alcuni studi neuroscientifici hanno analizzato la capacità persuasiva della narrazione rispetto alla saggistica, e secondo gli psicologi Melanie Green e Timothy Broke entrare nei mondi di finzione «altera radicalmente il modo in cui le informazioni vengono elaborate.» Le storie possono influenzare il nostro pensiero. Quando entriamo in un mondo di finzione ci immergiamo completamente e abbassiamo le nostre difese critiche, scrive Gottschall: «quando leggiamo opere non finzionali, leggiamo con gli scudi levati. Siamo critici e scettici. ma quando siamo assorbiti da una storia, abbassiamo la nostra guardia intellettuale, siamo toccati emotivamente, e questo pare lasciarci senza difese.»

Detto con parole diverse: nonostante la saggista nasca con lo scopo di convincere attraverso un ragionamento razionale della validità di un’ipotesi, la narrativa sembra avere molta più presa e forza di convincimento sul lettore, perché si affida all’emotività.

Gottschall conclude: «se gli studi sono corretti, la finzione narrativa sarebbe una delle primarie forze di condizionamento di individui e società».

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STORIE, NON SUPPORTI

Le storie rappresentano una costante nella vita dell’uomo, ciò che è cambiato è il modo di raccontarle. Un modo che si è moltiplicato grazie anche alla varietà dei supporti e degli strumenti utilizzati, anche se non bisogna confondere una storia con il supporto che la veicola. Frank Rose in Immersi nelle storie scriveva: «se le storie hanno un carattere universale, il modo di raccontarle cambia a seconda della tecnologia che si ha a disposizione.» Ogni nuovo strumento tecnologico e di comunicazione ha permesso di raccontare storie in modo diverso, di viverle e di fruirle in modi sempre nuovi: dall’oralità alle più diverse forme di scrittura, la poesia, la canzone, la prosa, i romanzi, gli articoli. Il teatro, il cinema, la televisione, le serie TV, i videogiochi, i blog, i social network. Tutti capaci di esperienze narrative differenti, perché, scriveva Alison Flood in Will the Internet Kill the Literary Novel? Depends on Who You Ask «Nessuna forma d’arte esiste indipendentemente dalle condizioni nelle quali viene fruita.»

Così ci si chiede se il libro di carta verrà sostituito dal digitale esattamente come ci si preoccupava dell’avvento della scrittura quando l’unico metodo di trasmissione del sapere era l’oralità. Il punto è che forse non importa quale sarà il prossimo supporto, o la prossima tendenza. Non importa se leggeremo storie attraverso un libro di carta o un blog, se leggeremo romanzi o guarderemo una serie TV. Ma, secondo Jonathan Gottscahll, avremo sempre bisogno di storie perché fanno parte della natura umana.

[se vuoi approfondire ulteriormente vedi anche La stanza intelligenteWill the Internet Kill the Literary Novel?]

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Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

3 commenti su “Il valore di una storia

  1. mailnadia
    8 settembre 2015

    Molto interessante. Grazie  🙂  🙂

    Inviato dal mio dispositivo Samsung

  2. sandroarcais
    8 settembre 2015

    L’ha ribloggato su Pensieri provincialie ha commentato:
    “Detto con parole diverse: nonostante la saggista nasca con lo scopo di convincere attraverso un ragionamento razionale della validità di un’ipotesi, la narrativa sembra avere molta più presa e forza di convincimento sul lettore, perché si affida all’emotività.”

  3. Pingback: Il valore di una storia | Lim e dintorni

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Questa voce è stata pubblicata il 7 settembre 2015 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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