Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Scuola in (video)gioco

di Roberto Maragliano

Dicono i testimoni e le gazzette che Alessandro Baricco, intervenendo alla festa genovese de “La Repubblica” lo scorso week end, abbia osato, nel parlare di scuola buona o no che sia o possa essere, introdurre il tema del videogioco: e questo non già per farne, come usava un tempo, il capro espiatorio della diffusa inappetenza conoscitiva dell’allievo standard, che allora tutti si sarebbero rallegrati, quanto per additarlo ad esempio di un “pensare complesso”. Apriti cielo. Sono giorni che non faccio che leggere scandolezzate prese di posizione nei confronti del torinese “scrittore, saggista, critico musicale, conduttore televisivo, pianista, sceneggiatore e regista italiano, fra i più noti esponenti della narrativa italiana contemporanea” (come da fonte autorevole). La più compiuta è questa che vi linko, dove al cattivo e consumistico e ovviamente neoliberista Baricco è contrapposto il nobile e consapevole e pedagogicamente attento Pennac, e dove a far tacere ogni possibile obiezione è chiamato, secondo il consueto, il Carr dell’Internet che ci rende stupidi (su questo mi sono già espresso qui).

stregataTre considerazioni vale la pena di fare, a tal proposito.

La prima è che, malgrado siano passati anni, l’associazione tra videogioco e cognizione è giudicata ancora come intollerabile. Chi fosse curioso di quel che generalmente si vi accompagna può rifarsi a questa mia esperienza. Eppure, basterebbe chiedersi se sia legittimo pensare ad una intelligenza che prescinda dalla verbalizzazione. Già partire da una risposta positiva a tale interrogativo (del resto, Giotto e Vivaldi saprebbero dire tutto ciò che sanno fare?) sarebbe ottima cosa. A quel punto si potrebbe discutere se sia legittimo pensare ad azioni ed operazioni “logiche” poste al di fuori dei meccanismi di controllo garantiti dalla mediazione verbale. Procedendo in questa direzione verrebbe poi giusto chiedersi se non ci sia un sommerso dell’educazione di cui la scuola ignori l’esistenza (o che forse larvatamente tema) e se tra le ragioni di una crisi, quella scolastica, da cui si fa fatica ad uscire non ci sia proprio il fatto che quest’intelligenza “altra”, che il mondo d’oggi massicciamente fa esercitare, anche e soprattutto nelle dimensioni del loisir, si sottrae alla comprensione dell’istituzione cui più fiduciosamente attribuiamo il compito di far comprendere il mondo. A che serve un sapere “profondo e attento” che si ferma alla superficie delle cose (e che dà del superficiale a ciò che non riesce ad afferrare)?

La seconda è che nel videogioco, così come nelle dinamiche di rete che tanto scandalizzano o impauriscono gli attuali benpensati della pedagogia, ci sono cose che la scuola standard (ma non quella sottoposta a discussione per quasi un secolo dai diversi filoni dell’attivismo) fa difficoltà a concepire, e cioè che si apprenda interagendo con l’altro e con l’oggetto stesso dell’apprendere. Queste cose fanno parte dell’abc del digitale e segnano un diverso modo di fare esperienza. Comunque vadano le nostre vicende scolastiche con quell’abc e quel tipo di esperienza la didattica dovrà quanto prima fare i conti. Se questo è il quadro c’è da essere poco ottimisti.

Infine, il multimediale, componente ineliminabile dell’universo digitale. Non si sfugge a questo, al fatto che il verbale non è l’inizio e la fine del sapere, non lo è più, se mai lo è stato; anche se continua ad esserlo dentro la scuola. “Non insegniamo ai ragazzi la lirica”, dice Baricco: cioè non sappiamo raccontare loro che molto sapere e molta conoscenza, nell’Ottocento, passava attraverso la musica e il teatro. Se lo volessimo e lo sapessimo fare, aggiungo, e aggiungo che il digitale e la rete in questo molto ci potrebbero aiutare, allora capiremmo  e faremmo capire che come cambia la storia cambia nel tempo anche la sensibilità della gente: oggi, come due secoli fa, torniamo ad essere fortemente multimediali. Se è vero che Verdi aveva venerazione per Manzoni (anzi “il Manzoni”: contenti?), è altrettanto vero che le  illustrazione volute da quest’ultimo per il suo romanzo sono fortemente impregnate degli umori e degli stilemi visivi del teatro lirico. Sarà per questo che la scuola le ha espunte? Beh, è ora di recuperarle. Videogiocandoci, casomai (in senso nobile). E provando a promuovere anche tramite la scuola (che un giorno avrà da essere davvero “buona”, o no?) quel carattere intrinsecamente multimediale della nostra cultura nazionale, e del suo modo di essere intesa a livello internazionale, che oggi colpevolmente si tende ad espungere.

Si tratta insomma di accettare che la presunta dialettica fra Pennac e Baricco non veda un vincitore ma sia l’occasione per ripensare la scuola nella sua stessa identità e per ripensare noi stessi lì dentro. Senza santi né demoni.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “Scuola in (video)gioco

  1. Maurizio Tiriticco
    19 giugno 2015

    Carissimo! Sono d’accordo con te! Comunque, la prova di matematica per il liceo scientifico verteva sul cellulare!!!! MIRACOLO!!!

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