Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La zia di Umberto

di Roberto Maragliano

Da quando, in quella che ormai mi sembra un’alta vita, un compagno di scuola mi mostrò sottobanco, appunto, uno dei pezzi de “Il Caffè” che presto sarebbero stati raccolti nel Diario Minimo, posso dirmi  lettore di Umberto Eco. Da lui ho imparato tante cose, non ultima ciò che distingue l’essere lettore di un romanzo (“testo narrativo”, come dicono le grammatiche scolastiche) dall’essere lettore di un saggio (“testo argomentativo”, per non discostarsi dal linguaggio scolastico).
Non la faccio troppo lunga, anzi provo a dirlo in modo diretto e forse un po’ rozzo. Se, come lettore immediato, dunque non specialistico, decido di andare avanti con un romanzo è perché questo mi piace e mi prende, comunque mi coinvolge. Se invece vado avanti con la lettura di un saggio è perché quello mi convince o si propone di farlo e io accetto la proposta. Nella prima esperienza sono attratto da una storia e dal modo di presentarla, nella seconda a sollecitarmi sono soprattutto delle idee, anche se il modo con cui sono presentate fa parte del gioco. Comunque, qui, nel saggio, come lettore sono portato a ragionare, là, invece, nella storia, sono indotto a vivere.

Così va il mondo, o meglio così andrebbe se fosse conforme agli schemi scolastici, e alla logica dei test, che tali schemi tendono ad assolutizzare. Di fatto, e fortunatamente, aggiungo, il mondo è ben più vario ed attraente. Anche questo l’ho imparato da Umberto Eco. Posso dunque leggere un testo narrativo in chiave argomentativa, come avviene se mi atteggio da critico letterario, o leggere un testo argomentativo come un testo narrativo, se, atteggiandomi da critico filosofico, nell’interrogarmi su alcune pagine di un determinato autore vado alla ricerca di spie delle personali vicende che l’hanno interessato.

moby dick emileLa questione si complica ulteriormente se mi metto dal punto di vista dell’autore e dell’oggetto: ci sono romanzi filosofici (Moby Dick, ad esempio) e trattati filosofici sviluppati in chiave narrativa (l’Emilio, ad esempio).

Questo, sempre per stare dentro un approccio scolastico,  volgendo dunque lo sguardo al passato, soprattutto, e volendo portare ordine in esso. Perché, se invece guardo all’oggi, ma non solo, se guardo anche a buona parte del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, la possibilità di mantenere su tutta la faccenda idee chiare e distinte, al pari di quelle che ho abbozzato prima, necessariamente svanisce: è normale che mi imbatta, infatti, in filosofi che narrano, in narratori che filosofeggiano, in giornalisti attratti dalla narrazione e in narratori attratti dal giornalismo (non chiedetemi esempi, certo ognuno di voi sarà in grado di proporne, e se proprio vi manca la fantasia, prendete Alessandro Baricco che è tutte queste figure assieme).

Conclusione: il povero libraio non saprà più dove mettere certe novità, in quale scomparto collocarle e i giornali che ne parlano troveranno difficoltà a individuare la sezione giusta dove ospitare la critica (ammesso che il pezzo che pubblicano sia effettivamente critico, cosa di cui è lecito dubitare, da qualche tempo). E, soprattutto, io lettore non sarò più pienamente padrone dei miei giudizi: non mi è piaciuta, quella lettura, perché era poco avvincente o perché era poco convincente la tesi sottostante?
Attenzione, però, ciò non vuol dire che siano impossibili distinzioni e che i colori così come i giudizi, oggi come oggi, siano tutti mescolati. Alcuni discrimini di fondo comunque permangono. Un romanzo è altra cosa da un saggio. Del primo posso dire se mi ha soddisfatto o no, anche se le idee in esso trattate non sono proprio le mie, del secondo posso dire se mi ha convinto per come una determinata tesi è lì sostenuta, e pure se quella non è la mia tesi. Posso leggere e immedesimarmi in un thriller in cui viene uccisa la zia, e vivere pienamente questa esperienza, ma non per questo sarei disposto a sostenere che tutte le zie vanno uccise, e se anche leggessi un saggio antropologico sull’usanza della tribù dei Vattelapesca di uccidere la zia potrei sì trovare convincente quell’analisi ma non per questo sarei portato a condividere la tesi sulla necessità di far fuori la congiunta.

A tutto questo ho pensato nel mettere a raffronto tre recenti letture. A scanso di equivoci, in gioco ci sono tre romanzi, uno del tipo classico gli altri due del tipo misto (narrativo/argomentativo, come dice il prof di lettere): comunque sempre romanzi, dunque oggetti di lettura per i quali è legittimo ch’io faccia valere, in sede di giudizio, in primo luogo la dimensione del gusto, del mio gusto personale. E, tanto per non farvi stare in pena, dico subito che il primo m’è piaciuto, eccome, il secondo abbastanza, il terzo quasi per niente. I titoli? Eccoli, sono: Il cardellino di Donna Tartt, 1960 di Leonardo Colombati, Numero zero di Umberto Eco.

cardellinoSul primo vado facile, è stato il romanzo dell’anno 2014 per il Corsera e sono innumerevoli  i lettori che l’hanno apprezzato (capita talvolta di sentirsi bene nel gruppone, e questa è una di quelle, almeno per me). Non ci credete? Vi invito alla pagina delle recensioni su Amazon: sul totale dei giudizi (oltre duecento) i cinque stelle sono quasi la metà e  quelli di quattro e tre stelle coprono quasi interamente l’altra metà. Che dire? È narrazione allo stato puro, una lettura che fai fatica ad interrompere e che alla fine ti lascia in regalo un gran numero di immagini, le stesse che ti trovi a passare e ripassare dentro di te, dopo, come se avessi assistito o stessi ancora assistendo ad un film. Ripeto, qui vado sul facile: non c’è ombra di dubbio sulla collocazione del titolo, e se mai un commesso di libreria un po’ superficiale lo ponesse nello scaffale “arte”, deviato dall’immagine di copertina che fa intravvedere un quadro (che poi è il perno della storia), beh  rischierebbe tanto. Discutendo di questa lettura con amici chiedo loro se l’hanno apprezzata, non se sono d’accordo o no con la tesi che il romanzo propone: questo non lo faccio né potrei mai farlo, visto che non si tratta di un romanzo a tesi.

Diversamente mi muovo sugli altri due. Qui, lo si voglia o no, il confrontare gusti si mescola col ragionare di idee. L’ho già detto, Colombati m’è piaciuto, abbastanza, Eco no, non m’è piaciuto. Ma sono due romanzi a tesi, dove narrazione e argomentazione vanno a braccetto, tanto che in Colombati addirittura compaiono le note esplicative e in Eco certi pezzi interi li si legge come inserti interni, vere e proprie sospensioni della storia. Dunque vanno giudicati per le loro idee, sia pure in seconda battuta.

1960Come richiamato dal titolo e dalla bellissima copertina di un’adolescente Catherine Spaak, 1960 è ambientato nel periodo e nel teatro di svolgimento delle Olimpiadi romane: lì innumerevoli storie si intersecano, chiamando in causa personaggi noti (politici, romanzieri, attori, oltre che sportivi e giornalisti) e altri fittizi, ma sempre lasciandoti il dubbio che i primi siano più fittizi dei secondi (e questi più veri di quelli), come è ad un tempo fittizio e vero l’asse che regge l’intero plot, ossia il piano per rapire il Presidente della Repubblica. A dispetto della lunghezza e della gran quantità di personaggi messi in scena (mi chiedo come facciano gli o(a)doratori della carta a barcamenarcisi, io con il motore digitale non ho incontrato difficoltà alcuna) ho apprezzato storie e immagini e in sostanza l’immaginazione generosa di Colombati, la sua capacità di intrecciare il presunto vero e il presunto falso, facendo vivere a me lettore la dimensione del labirinto. Quanto alla tesi, il bello sta nella sua indeterminatezza: libero il lettore di pensare che Colombati abbia voluto mostrare come l’Italia che ora ci appare così opaca e labirintica sia sempre stata così, pure nel pieno del “trentennio dorato”, o che il suo intento sia di dirci che, fortunatamente, quel mondo lì è scomparso, con tutti i suoi misteri, veri o falsi che fossero. Ma poi, è così importante deciderlo? Se avesse voluto convincerci di qualcosa Colombati, che di professione è giornalista, non avrebbe scritto un romanzo, ma un saggio.

ecoUmberto Eco, come tutti sanno, è scrittore poliedrico: saggista, giornalista, romanziere. I suoi saggi sono tali allo stato puro, e non è fuori luogo attribuire ad essi, ad alcuni almeno, un valore paradigmatico, appunto perché Eco nasce saggista. Ma fin da subito (vedi appunto Diario Minimo) c’è pure la narrazione ad attrarlo, dove si cimenta sia nella forma della parodia, sia nella chiave della rappresentazione giornalistica. Poi, dal 1980 (l’anno de Il nome della rosa) alimenta la sua notorietà, oltre ogni confine, soprattutto come romanziere.  Ovvio che da lui non ci si possano attendere racconti nudi e crudi, alla Donna Tartt. Naturale che le sue narrazioni siano a tesi. Ma altrettanto indubbio è che la narrazione (elemento prioritario in un romanzo) a volte funzioni, e a volte no. In questi casi (e, dispiace riconoscerlo, così è per Numero zero, peraltro di piacevole e a volte pure divertente lettura) la tesi sopravanza il racconto e tu, lettore, quella e non questo ti trovi tra le mani.  Lo dimostra, se mai di questo ci fosse bisogno, anche il tipo di battage pubblicitario che ci è stato costruito attorno: tutti a parlare di giornalismo buono o cattivo, e non di narrazione bella o brutta. Ora non c’è chi non sappia che lì vi si narra di un giornale fantomatico, destinato a non uscire, ma a giocare la sua identità di futura testata presentandosi e autorappresentandosi come arma complottistica e ricattatoria tramite cui fare e condizionare l’azione politica. L’autonomia della storia rispetto alla tesi volta a mostrare che dalla fine della prima Repubblica è in atto, da noi, questo processo è limitatissima. Di polpa narrativa ne ho trovata ben poca. Forse, a dirla tutta, l’unica cosa che mi ha emozionato è l’aver pensato che questa tesi fosse in buona parte applicabile allo stesso quotidiano cui Eco collabora. Insomma, anche lui (involontariamente?) ha ammazzato la zia.

 

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 gennaio 2015 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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