Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Scrivere a mano

di Antonietta Casano

Spesso mi è capitato, durante viaggi di istruzione o uscite sul territorio di partecipare, con i miei ragazzi, a laboratori di “scrittura medioevale”. Nonostante l’uso del corsivo e la bella grafia di molti, scrivere alla maniera dei monaci non è un’impresa facile per nessuno: la pressione del pennino sulla carta che produce linee più o meno sottili, alzare e poggiare la punta, seguire la direzione delle linee… Certo si tratta di simulazioni, di “giochi” a far finta di…;  a nessuno verrebbe in mente di proporre, visto che si tratta di un’attività così lontana, l’abbandono della biro (che pure ha fatto perdere tante sfumature di manualità, basti pensare all’equilibrio della quantità di inchiostro da catturare nel pennino, alla pressione sulla carta, alla fermezza nell’uso della carta assorbente…) per recuperare l’uso del pennino, magari sulla pergamena. Ma non sono polemica perché le contrapposizioni troppo nette non mi piacciono, gli estremismi delle posizioni rischiano di diventare facili ideologie (un atteggiamento che condivido)

Lo spunto è il dibattito di queste settimane che contrappone la scrittura a mano (in corsivo?) o con tastiera.

Lo scenario: alcuni paesi nordici propongono la scrittura a tastiera fin dalla classe prima elementare abolendo dall’alto la scrittura in corsivo. Il dibattito, acceso e rimbalzato sulla rete, rischia di venire sintetizzato e banalizzato dal contrapporsi di due posizioni riducendosi ad una questione di mezzi tecnologici. In questo contesto si inserisce la giornata di riflessione di “Nulla dies sine linea”, in cui vengono presentati i risultati di un progetto/studio che ha proposto alle classi partecipanti di scrivere in corsivo brevi pensieri ogni giorno.

Per quanto riguarda l’esperimento della scrittura a mano, mi interesserebbe conoscere i risultati di classi di controllo che abbiano fatto un’esperienza simile (prodotto lo stesso tipo di testi, ogni giorno… ) con strumenti digitali. Io penso infatti che abitare ogni giorno la scrittura, scrivere ogni giorno cose diverse, in modi diversi, con qualunque strumento, sia IL metodo per imparare a scrivere. La pratica e l’allenamento quotidiani, migliorano la capacità di esprimere il pensiero attraverso la mediazione della parola scritta. In realtà è quanto succede anche con l’esercizio della lettura (tanto per rimanere nello stesso ambito): la pratica di leggere/ascoltare quotidianamente un pezzo di un buon libro ha fatto sì che in generale, anche se si tratta di una lettura vicariale, negli anni miei alunni abbiano imparato ad apprezzare la narrazione e siano diventati più capaci di concentrarsi sull’ascolto, di discutere e di riflettere. Ciò è successo a mio avviso proprio per la quotidianità, per la familiarità che nel tempo gli alunni hanno preso con il testo scritto/letto.

Penso a lungo, mentre scrivo, a che filo dare alle idee. Non è facile perché sono aggrovigliate e si intrecciano. Allora decido di elencarle qui senza ordine: una libera associazione di pensieri.

In questo periodo studio Ong, di cui conoscevo il pensiero ma che non avevo mai letto in modo esteso e diretto. Mi piace il riferimento a Platone come equilibrista tra oralità e scrittura, mi piace quando mi parla della più concreta e assoluta artificialità degli strumenti musicali (tecnologie complesse), dall’organo tradizionale a quello elettronico perché, come spesso mi accade, riflettere e confrontare campi diversi ma affini fa valutare le cose con più chiarezza. Ha ragione Ong quando mi ricorda che sono talmente immersa nella scrittorialità da non ricordare o avere difficoltà ad immaginare un mondo totalmente orale. Rileggo quanto Bellos racconta a proposito dell’idea di numero partendo dallo studio di popolazioni che non li conoscono (nel suo libro Il meraviglioso mondo dei numeri) e penso a quanto numeri e scritture siano parenti stretti.


Mi ritornano prepotenti alcuni brandelli di studi di Filosofia del linguaggio, in particolare certi studi sulla costruzione del pensiero e l’apprendimento del linguaggio nei bambini sordi. Osservo le misteriose costruzioni di bambini/alunni autistici che usano la scrittura prima della voce.


Ripenso alla innata manualità della scrittura sulla lavagna di gesso e quella artificiale sulla LIM; ai prof che incontro nei corsi che hanno difficoltà a riabituare la mano ad una diversa pressione sulla superficie, ad una diversa fluidità del tratto. Ripenso alla difficoltà di molti, delle generazioni passate, nel leggere i fumetti (e io che ne ero immersa, da giovane, non capivo come fosse possibile). Forse allora i nativi digitali esistono davvero come noi siamo nativi di penna o matita?


Un paio di anni fa avevo preso degli appunti durante una gita a Subiaco dove, proprio in un centro di eccellenza amanuense, approdarono nel 1465 due stampatori di Magonza, i chierici A. Pannartz e C. Sweynheym, e nacque la prima tipografia italiana. Avevo pensato di scrivere qualcosa, ma non l’ho mai fatto. Pensavo che era naturale e sorprendente al tempo stesso che proprio nel regno chiuso dello scriptorium si avesse la mente aperta alle innovazioni, all’apertura verso la diffusione più democratica del sapere. Pensavo alla rivoluzione del libro così “portatile” da poter entrare persino in una tasca!


Ho pensato  al bisogno di trasformare velocemente la parola in scrittura e mi sono arrabbiata davanti alla figura tipicamente femminile (passiva) della “dattilografa”, una specie di appendice umana della macchina da scrivere.
Ho pensato alla quantità di testi prodotti con la macchina da scrivere nella scuola del passato, al piacere che i miei alunni provavano nel costruire testi con gli strumenti veri della scrittura seria; a come riuscivano a mischiare l’a mano con l’a macchina per creare soluzioni miste..(e lo fanno ancora, fotografando quello che costruiscono a mano e rielaborandolo). Nella fig.2 ci sono in collage anche pezzi stampati con i primi PC

Figura 1-2

Figura 1-2

Ho pensato alla morte quasi silenziosa di un tipo di scrittura a mano ormai inutile: la stenografia, morta per tecnologia (eppure se ne è parlato poco). Al sogno che avevo, quando ero giovane, di poter trasformare la voce in parola scritta: oggi è la normalità che mi permette di buttare giù appunti veloci mentre cammino o ovunque mi trovi.

Grafia specchio dell’anima

L’occhio allenato mi permette di seguire e riconoscere nei tratti della grafia alcuni percorsi emozionali. La mia esperienza come prof mi permette di riconoscere abbastanza facilmente grafie femminili o maschili, arrabbiate, aguzze… che, possono anche cambiare nel tempo ma, come una specie di impronta digitale, mi riconducono a chi le ha prodotte. Mi capita di ritrovare addirittura tratti caratteristici familiari nella grafia. La grafologia è un campo molto affascinante (immagine A grafia maschile – immagine B femminile).

Fig_A_B

Figura A-B

Forse per un mancino però la tastiera è molto meno destrorsa di foglio e penna.

Negli anni ‘60 a scuola la mia maestra ci faceva usare il ciclostile: scrittura a mano sulla matrice che diventa stampa. Oggi in una specie di percorso inverso uso la scrittura a mano, sul tablet, magari per prendere veloci appunti su un testo a stampa o su un’immagine.

Mia figlia, che disegna fumetti, mi parla delle difficoltà di tenere sotto controllo con l’occhio sullo schermo la mano che si muove sulla tavoletta grafica, dice che deve imparare un nuovo modo di gestire lo spazio, dissociare la mano dall’occhio… La tecnologia touch ristabilisce gli equilibri.

Quando i ragazzi iniziano ad usare la scrittura digitalizzata si concentrano sulla formattazione. Sono affascinati dalle possibilità di cambiare sfondo, carattere, colori (per non parlare delle animazioni); la forma cattura più del contenuto.

Fig_3_4

Figura 3-4

Dopo la prima fase, questa specie di esaltazione pian piano rientra. Negli ultimi anni dura sempre di meno, a volte è quasi impercettibile. Forse ciò è dovuto alla quotidianità nell’uso di certi strumenti di messaggistica veloce che hanno riportato l’abitudine ad una stampa essenziale che si arricchisce solo grazie a elementi esterni come le emoticon.

Figura 5

Figura 5

Scrivere graficamente bene non corrisponde necessariamente con la capacità di scrivere. Sono andata alla ricerca di grafie sui quaderni e fogli che conservo: la fig. A è il testo di un alunno dislessico che impiega un tempo lunghissimo per scrivere ma lo fa in modo ordinato, anche se poi non sempre il filo del discorso riesce a tener dietro la lentezza e la difficoltà della scrittura; la figura B è invece la grafia velocissima e poco chiara di un alunno abilissimo nel controllo della scrittura e nella costruzione del testo.

Figura 6 e 7

Figura 6 e 7

Fuori dalla scuola la scrittura a mano, il corsivo veloce, ha il ruolo di scrittura per sé, comprensibile e usabile principalmente nell’intimo delle annotazioni, degli appunti. Lo stampato è invece la grafia delle comunicazioni ufficiali, verso l’esterno, verso gli altri.

La grafia scolastica perde gradualmente gli standard rigidi del passato; le grafie pian piano si trasformano con alcuni tratti ricorrenti, per esempio scompaiono le lettere maiuscole corsive  sostituite dalle corrispondenti stampate. Lo stampato minuscolo viene scarsamente utilizzato nella scrittura a mano. Vengono costantemente arrotondate alcune lettere in stampato maiuscolo ad es. la A e vengono tra loro legate.

La qualità della grafia in generale è peggiorata, soprattutto per “colpa” della scuola stessa che ha allentato il controllo rigido sugli aspetti formali (sarebbero anacronistiche le ore di calligrafia come nel passato) a favore della personalizzazione.

Nella scuola, in generale, è peggiorata la manualità. Ma questo fenomeno è di gran lunga anteriore alla digitalizzazione, è un fenomeno che denuncia una scuola ancora troppo legata alla fruizione del sapere. Si anticipano i processi di astrazione ma si ritarda l’acquisizione dell’autonomia, anche quella dei gesti (difficoltà nell’allacciarsi le scarpe, nel ritagliare o piegare la carta, nel gestire lo spazio di un foglio, costruire una tabella ….). Nei paesi nordici in ‘alternativa’ all’abolizione della scrittura a mano si propongono molte attività manuali dalla musica alla pittura alla manipolazione di materiali (dal mio archivio personale: quaderno di geografia di mio nonno, primi del ‘900).

Figura_10

Figura 8

 Inclusione: usare nella quotidianità strumenti “compensativi” per tutti permette di ridurre le distanze e le differenze tra chi ne ha un bisogno indispensabile e chi no, permette attività inclusive ma indifferenziate.

Sulla pagina virtuale la scrittura resta “pulita” e molto più intuitivamente e con naturalezza i ragazzi curano alcuni aspetti “formali” del testo scritto: la divisione in paragrafi, la differenza tra il punto e il punto e a capo, l’evidenziazione delle parole chiave…; si concentrano meglio sulle riscritture e sulle correzioni, spostando paragrafi, o parole, cancellando e aggiungendo parti mancanti o superflue senza alterare la leggibilità del testo, confrontando revisioni. Per una prof questo è, banalmente, un indubbio vantaggio.

Come chiudere? In realtà non si può chiudere. La condizione naturale delle lingue vive (anche quella scritta) è che sono alla deriva. Essere alla deriva oggi, per me significa proprio navigare a vista in uno “spazio linguistico” complesso e liquido (L’atlante di Demos dedicato al rapporto fra “Gli italiani e l’informazione”, descrive, malgrado gli apocalittici, l’affermarsi di un sistema “ibrido” dove il ricorso ai new media non esclude i media tradizionali. Ma si traduce in nuove e diverse forme di integrazione… leggi oltre …È la comunicazione ibrida.)

Mi affascina tenere gli occhi aperti sulla realtà perché complessa e mi interessa.

Ripropongo la lettura di questo post perché ricorda con chiarezza che la creatività, la capacità di andare oltre non si imbriglia in modo così scontato usando materiali diversi da quelli tradizionali.

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Un commento su “Scrivere a mano

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Questa voce è stata pubblicata il 16 dicembre 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .
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