Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Un futuro interattivo tutto da pensare

di Roberto Maragliano

Di tecnologia indossabile, e in particolare degli occhiali di/con realtà aumentata recentemente messi in commercio da Google negli USA, s’è parlato e si continua a parlare anche da noi ma, va riconosciuto, con un’attenzione prevalente per le componenti spettacolari del fenomeno e meno propensione ad affrontare le questioni di fondo che un’eventuale diffusione massiccia di simili dispositivi inevitabilmente porrebbe; questioni che, invece, sarebbe opportuno anticipare, se non altro per attrezzarsi psicologicamente ma anche concettualmente a questo significativo cambio di prospettiva.

google_glass_infographicC’è da rilevare, a questo proposito, che una parte significativa delle attrezzature digitali che tuttora usiamo sono di tipo stanziale, ma che sta progressivamente aumentando l’incidenza materiale, e non solo, delle tecnologie mobili. Le une e le altre richiedono comunque un impiego delle mani: soprattutto le prime, meno le seconde, per le quali iniziano ad entrare in uso le tecniche e le pratiche dei comandi vocali.

Con gli occhiali, o altri dispositivi indossabili, l’utente conquista comunque la libertà d’uso delle mani, senza nulla perdere nel rapporto con il flusso di dati, e si trova, dunque, nelle condizioni migliori per integrare il digitale nel suo spazio di azione, sia quello strettamente personale sia quello interpersonale che condivide con gli altri.

Questo passaggio è particolarmente importante in quanto coinvolge l’interazione, intesa nella sua duplice accezione di intervento trasformativo sugli oggetti e sulle situazioni e, per un altro verso, di scambio comunicativo. Lo si intuisce facilmente se ci si libera dell’idea, tutto sommato ingenua, ma perfettamente coerente con gli interessi della grande industria, che gli occhiali digitali funzionino soprattutto, o esclusivamente come un monitor suppletivo rispetto al mondo esterno, dunque come un terminale cui attingere informazioni e schemi destinati ad aggiungersi alla “realtà reale” (quella, per intenderci, che continuerebbe ad essere contattata ed esperita “ad occhio nudo”) e che ad alimentare tale interfaccia fra l’utente consumatore e il mondo siano le agenzie depositarie dei data base informativi.

Ben diverso si presenta il quadro se si tiene conto, appunto, della dimensione interattiva implicata nel fenomeno e dunque del fatto che l’occhiale e chi lo indossa producono e irradiano dati (immagini, informazioni, schemi) destinati a comporsi con i dati forniti da altri utenti, secondo logiche associative e integrative ancora tutte da definire: questione, questa, di grosso rilievo politico, ed anche pedagogico.
Pensiamo solo, attenendoci all’ambito educativo, a come un’attività di gruppo che preveda una realizzazione di un qualcosa di fisico potrebbe giovarsi per un verso della possibilità, per ciascuno, di integrare dinamicamente schemi e immagini con azioni e, per un altro verso, della possibilità, per tutti, di servirsi, oltre che del proprio, del punto di vista degli altri partecipanti. Va da sé che, in una simile prospettiva, la pratica valutativa, frequentemente vissuta come invasiva perché parziale, astratta, esteriore assumerebbe legittimità e senso all’interno dello sconfinato repertorio di dati emergente dall’attività stessa, e dunque trarrebbe giovamento, dal confronto in atto, in sede politica, oltre che scientifica e tecnica, attorno alla gestione dei Big Data.

Questa è la prima reazione che ho avuto alla lettura del recentissimo saggio di Pietro Montani, Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva. Sono poche pagine, ma molto molto dense, capaci di far pensare seriamente alle prospettive che l’immaginario digitale apre all’azione politica, e dunque anche a quella educativa, e al tipo di impegno necessario al fine di evitare che tale immaginario sia totalmente colonizzato dalla grande industria detentrice ed erogatrice di dati. Sono due tematiche distinte ma ugualmente cruciali per la costruzione di una pedagogia che sia all’altezza dei problemi posti dalla mutazione in atto. Scrollarsi di dosso questi problemi, ritenendoli settoriali, o ritenere di poterli affrontare con schemi di pronto uso, come quelli che piacciono sia ad apocalittici sia ad integrati, equivale a imboccare la via dell’impoverimento del pensiero pedagogico, andando in controtendenza con il processo in atto di arricchimento degli spazi dell’esperienza umana (e di incremento di elementi di realtà).

Di ben altro abbiamo bisogno, e soprattutto di chi, come fa l’autore di questo saggio, richiamando l’insegnamento di Emilio Garroni,  invita a mettere in relazione alcuni irrinunciabili punti fermi: da Kant a Dewey, da Warburg a Benjamin e a costruire, con quelli, una rete di concetti con cui dar conto della complessità dell’immaginazione interattiva.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “Un futuro interattivo tutto da pensare

  1. soudaz
    27 ottobre 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 26 ottobre 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , .

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