Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Occhio all’immagine

di Roberto Maragliano

“…le immagini che ci giungono dalla tradizione artistica diventano leggibili grazie allo scontro con un presente che le apre e mostra al loro interno ‘sopravvivenze’, fossili di stati precedenti, presenze che contraddicono l’idea della storia come film che si srotola e la configurano piuttosto come come assemblaggio di tempi e modelli visivi eterogenei”.

Trovo questa osservazione, esplicito omaggio a Aby Warburg (e Georges Didi-Huberman), nel saggio che Stefano Chiodi pone a suggello del volumetto Nell’occhio di chi guarda, dove, come esplicita il sottotitolo, i curatori Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti pongono ventitré scrittori e registi di fronte all’immagine, chiedendo loro, dopo averne scelta una tra le infinite, di dirne/scriverne qualcosa. C’è dunque chi ci fa giocare il riflesso interiore, chi decide di esplorarla nei suoi dettagli e di lì far muovere storie o itinerari di analisi, chi direttamente e carnalmente la vive. Ognuno con un suo linguaggio, ognuno con un suo stile e tutti assieme alla ricerca di una impossibile soluzione al problema di decidere se declinare il rapporto fra immagine e parola nella chiave del conflitto o dell’alleanza o della dialettica.

Ne ricavo una stimolo a riprendere, se non altro tra me e me, il discorso avviato anni fa con Parlare le immagini, volutamente costruito in modo da lasciare aperto l’interrogativo di come far convivere immagine e parola, e soprattutto orientato a far includere dentro l’orizzonte di una pedagogia non più iconofoba ogni tipo di immagine, al di là di ogni accademica o burocratica distinzione di tipo estetico, psicologico o mediale.

Conversione particolareMa ne traggo pure una giustificazione del disagio che mi procura l’inveterata abitudine a far coincidere il trattamento scolastico dell’immagine con il ricorso alla disciplina (in tutti i sensi) “storia dell’arte”, ultima occasione quella offerta dal documento del buonismo scolastico.

No, rispetto ad una presunta oggettività manualistica (che poi è la consacrazione di una forzosa supremazia della parola sull’immagine) meglio, molto meglio ricorrere al punto di vista del cavallo, quello, appunto, che induce Vittorio Sgarbi ad usare il Capa o il Pasolini o il Goya che abbiamo negli occhi per dire e soprattutto far vedere il Caravaggio.

E torno, così, alla frase iniziale.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , .

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