Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Tifare per il romanzo

di Roberto Maragliano

Come Paul Ginsborg, di cui ho già detto qui, Tim Parks appartiene alla specie degli intellettuali di nascita e studi inglesi che hanno scelto di lavorare e vivere in Italia e che dunque si rendono capaci di leggere la nostra cultura con gli occhi della loro d’origine, e viceversa. In particolare, Parks ha messo a frutto questa felice condizione col produrre, nel passato, gustose scorribande nel nostro territorio antropologico mosse, di volta in volta, dall’attenzione per tematiche apparentemente locali come il tifo calcistico o l’educazione dei pargoli.
Il suo titolo più recente, Romanzi pieni di vita, che vi raccomando assolutamente (c’è pure l’edizione in ebook), sembrerebbe sfuggire a questa duplicità di vedute, in quanto tratta un argomento accademico, apparentemente neutro: precisamente, come parlare di romanzi e soprattutto come farli parlare a noi stessi, nel mentre che li leggiamo (o li facciamo leggere), e dopo che li abbiamo letti. Sai che florilegio di pedanteria, se nel presentare e discutere tale faccenda non agisse uno spirito anglosassone positivamente predisposto alla comunicazione piana e colloquiale; e sai che unilateralità se la casistica messa in campo venisse tratta dal canone scolastico nostrano.
Così non è. Provatevi a scorrere, anche solo con i titoli di capitoli, l’elenco degli autori presi in considerazione (Joyce, Pavese, Hardy, Lawrence, Beckett, Moravia e Morante) e intuirete che in questi passaggi tra UK e Italia, sia in termini di contenuto sia in termini di scelte stilistiche, il nostro non vi porta lontani dal racconto delle trasferte con i tifosi del Verona. Non chiedetemi di dirvi perché di questa anomalo giudizio, piuttosto provatevi a leggete parallelamente i due “saggi” e lo capite da soli: non basta, se lo farete con spirito aperto vi troverete a capire qualcosa di più della matrice antropologica del calcio e dei suoi rapporti con quella della letteratura.
Ammetto che un testo come questo, per le tesi che propone e per come le propone, vent’anni fa proprio non l’avrei accettato. Del resto lo stesso Parks chiude la Prefazione sostenendo che un libro così vent’anni fa non avrebbe potuto scriverlo né, forse, potrà o vorrà scriverlo fra una decina.
Questa volta il perché lo devo assolutamente dire.
Il modello di lettura che Parks propone è fortemente contenutistico e partecipante (qualcuno aggiungerebbe “biecamente”). In sintesi è questo che capita a te lettore, che leggendo entri in un campo di tensioni tra poli opposti (del tipo di vincere/ perdere, provare paura/investire sul coraggio, vivere il giusto/soffrire lo sbaglio) dentro il quale l’autore della narrazione e i personaggi narrati cercano una collocazione. E tu con loro. Sei una pedina, certo, ma anche la ragione prima del gioco. Partecipi e dunque ti metti in gioco. Tanto più se, come avviene per tutti gli esempi proposti da Parks, il campo di tensioni ha a che fare con temi come identità, affettività, erotismo, sessualità, per non dire di vita e morte: dunque i valori primi. Lui, autore del romanzo, quell’opera l’ha scritta in un momento particolare della sua “narrazione”, cioè della sua vita, ma anche tu, lettore, non puoi ignorare che ti ci accosti in un momento definito della tua vicenda personale, e che questo fa sì che essa possa risuonare e farti risuonare dentro; sia per le cose che dice, sia per come si serve della lingua per dirle.
Perché vent’anni fa un’idea simile era improponibile in sede scolastica e universitaria? Qui si aprirebbe un interessante discorso sulla “storia” delle ideologie dominanti, sia quelle pedagogiche sia quelle critico/letterarie. Lo faccio in sintesi.
Personalmente ho vissuto, all’inizio, il periodo della supremazia valoriale: altro criterio di giudizio sembrava non esserci al di fuori di quanto faceva del romanzo un magistero sociale o spirituale. Poi, venuta meno l’idea che un’opera fosse oggettivamente buona se portatrice di idee buone per il soggetto, è subentrata l’ideologia dell’oggettività pura, del distacco tra opera e lettore e pure tra opera e autore. Se prima la vicenda personale dell’autore fungeva da chiave per giudicare i suoi romanzi, dopo l’autore era destinato a scomparire, restava solo il romanzo, con tutto il suo senso dentro, e al lettore si chiedeva di disincarnarsi e lavorare solo di analisi. Ora, come ci dice Parks, è tempo di cambiare modulo. Il piacere/dispiacere della lettura entra in sintonia con il piacere/dispiacere della scrittura, dunque della vicenda, intima e non solo, di cui è teatro.
Lui autore ha scritto determinate cose e in un determinato modo perché era preso da quel conflitto originario, suo personale ma anche proprio di un’epoca, di un contesto, di una vicenda collettiva. Tu lettore trai il meglio dall’esperienza di lettura se di quel conflitto riesci a diventare parte. Il meglio, sia ben chiaro, per imparare a vivere. Perché, appunto, i romanzi sono pieni di vita.
Che poi scuola e università sfuggano ad un simile impegno è ben altro e complesso problema. Su cui, del resto, questo blog non smette di interrogarsi e di suggerire vie d’uscita.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 settembre 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , .
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