Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Che senso ha questa scuola?

di Roberto Maragliano

Riaprono oggi le scuole, con i soliti problemi e il solito modo di girarci attorno.
Perché, almeno per come la vedo io, la questione scolastica attuale è sostanzialmente una sola: la sua plateale inadeguatezza ad una società che cambia, che anzi è già profondamente cambiata rispetto a quella, ormai del tutto scomparsa, che le dava, e ahimè continua forzatamente a darle, identità.
Certo, non voglio negare che occorrerebbe provvedere, e al più presto, a risanare gli edifici, eliminare il precariato, riarticolare la carriera docente, e via elencando il decalogo delle buone azioni/intenzioni.
Ma occorre anche avere il coraggio di ammettere che in gioco c’è il senso di questa scuola, e di questo fare scuola. Se così tanti sono i docenti e gli studenti che provano disagio e se così evidenti sono le manifestazioni di un tale disagio non è solo perché le promesse di cambiamento stentano a farsi azioni, ma anche perché i linguaggi usati dalle (tante) promesse e le (poche) azioni sembrano girare a vuoto, danno l’impressione di sfuggire e non già aggredire la sostanza delle cose.

Rispetto a tutto quel che muta sulla scena del mondo (globalizzazione, trasformazioni demografiche, commistione delle culture, integrazione delle economie, creolizzazione dei comportamenti, pervasività dei meccanismi della comunicazione sociale) ha senso trincerarsi dentro un modello di scuola che, a voler essere realisti, risale, almeno per quanto attiene al suo ordinamento culturale, a due secoli fa e, per quanto riguarda il suo ordinamento didattico, addirittura a sei secoli? Ha senso rifiutarsi di fare i conti sulle sopravvivenze per un verso dell’ordinamento culturale prussiano e per un altro verso del modello tecnico e psicologico della Ratio Studiorum? Ha senso considerare intoccabili la divisione del sapere in discipline e la loro traduzione in manuali, cartacei o no che siano, la superiorità se non l’esclusività del paradigma scrittorio, la supremazia del modello trasmissivo e riproduttivo, il ricorso alla valutazione come agente di normalizzazione, l’idealizzazione dello studio come pratica solitaria ed isolante e della lezione come sapere trasfigurato e trasfigurante, e, di conseguenza, la propensione a marginalizzare tutto quanto sa di operatività, partecipazione, immersione nelle cose? Ha senso continuare a fare della scuola un terreno nostro, di adulti delusi e incattiviti? No, non ha senso. O meglio ce l’ha, e fa male ammetterlo, se nel microcosmo della scuola ci impegniamo a cogliere il riflesso di un macrocosmo in drammatica crisi, che da questa stessa crisi è paralizzato e reso incapace di pensare: soprattutto di pensarsi.

La questione, insomma, non è che circolino idee sbagliate sul modo di cambiare la scuola, è che sulla necessità e soprattutto sulla sostanza di un tale cambiamento qui da noi proprio non circolano idee. Un po’ c’è la responsabilità dell’accademia (la propensione all’autoemarginazione da parte della sua componente pedagogica) un po’ c’è la responsabilità dell’editoria (dei classici della grande elaborazione educativa del Novecento non è dato trovare nulla, in libreria, e da anni ormai). Ma c’è ben più di questo, se il primo giorno di scuola ci troviamo a pensare solo alla nostra e non alla loro scuola.

Non è così dappertutto.
Pensiamo alla Francia. Non se la passa meglio di noi, in fatto di economia e di politica. E pure il suo sistema scolastico, come risulta dalle indagini comparative, denuncia pesanti arretratezze. Ma lì, diversamente che da noi, si discute, ci si confronta, si ha l’ardire di mettere in discussione non questo o quel pezzo dell’immobile, ma l’immobile stesso e il suo destino. Sarà perché l’istituzione ha un fondamento illustre (la rivoluzione, il modello repubblicano, ecc.), sarà perché a quel fondamento ci si è sempre richiamati, fatto sta che la crisi odierna è considerata così grave da rendere legittimi discorsi che ne intacchino gli stessi principi costitutivi.
Ho sotto gli occhi tre esempi di questo bisogno di discontinuità. Sono pubblicazioni di questi giorni.

1. Un nuovo contributo di Edgar Morin, Enseigner à vivreChi conosce i molti scritti ch’egli ha dedicato al tema non vi troverà novità ma, questo sì, la conferma dell’impegno volto a far ripensare non solo la funzione ma l’identità stessa di ciò che viene insegnato, e pure quello di uno stile espositivo tutto particolare, morbido e avvincente, piegato all’esigenza di convincere attraverso pacate argomentazioni. Morin piace a molti, a sinistra come a destra, e molti lo citano. Ma, viene da chiedersi, i suoi ammiratori sono in grado di capire che ipotizzare una scuola che “insegna a vivere”, come lui fa, equivale ad ammettere che va conservato ben poco di quella che oggi è, vuol dire (per riprendere una delle sue mille formule) che la sua vita futura di scuola è un tutt’uno con la sua morte? Due sono i saper vivere che vengono additati dal saggio, e che dovrebbero costituire una sorta di circolo virtuoso: quello che aiuta a capire, affrontare l’incertezza, fare un buon uso dell’errore, conoscere la natura umana, confrontarsi con un mondo globalizzato, valorizzare i principi morali della solidarietà e della responsabilità; quello, poi, che aiuta a cogliere la parte sommersa della nostra istanza di civilizzazione, più importante di quella emersa. Ditemi voi che cosa resta dell’esistente, se ci si mette non tanto a predicare quanto ad attuare queste idee.

2. Appunto, La fin de l’école è il titolo del volume di François Durpaire (storico, educatore, divulgatore) e Béatrice Mabilon-Bonfils (sociologa). L’era del sapere-relazione, che ne è il sottotitolo, dice anche in direzione va un discorso di “rinascita” della scuola. Sì, ho scritto “va”, non “andrà” o “potrebbe andare”. Perché in questo i due sono molto chiari. La realtà-mondo ha messo in forte discussione i principi classici dell’insegnamento scolastico, li ha svuotati di senso. Non è solo un problema di tecnologie o di economie. È pure un problema di elaborazioni e di pratiche educative che vanno in direzioni del tutto diverse da quelle consuete e che fanno della relazione, tra i saperi e tra gli individui, il paradigma con cui e per cui ripensare istruzione ed educazione. Elaborazioni e pratiche coerenti con gli assunti di questa “mutazione” della “forma scuola” ce ne sono in gran quantità, sparse per il mondo attuale, ma anche in ciò che di buono e innovativo il pensiero educativo del Novecento ha prodotto. Questo libro (come buona parte di quelli cui mi rivolgo) l’ho letto in versione digitale. E, ve l’assicuro, farmi distrarre dagli innumerevoli link alle esperienze richiamate dai due è stato un grande arricchimento. Così come è salutare accogliere l’idea di una plurieducazione individuale, fatta dell’integrazione tra relazioni in loco e in rete, centrata su temi transnazionali, e orientata a produrre una sempre più pronunciata disintermediazione dell’apprendimento (leggi: fine dell’insegnamento frontale come garanzia di apprendimento). Utopia? Distopia? No, realtà in atto. Leggere e navigare per credere.

3. Infine il numero speciale del mensile “Sciences Humaines” dedicato a Éduquer au 21e siécle, tutto centrato sul confronto fra le idee, quelle ricevute dalla tradizione e quelle nuove che si stanno affermando. Inevitabili schematismi, ma, qualche volta, il ricorso a idee “chiare e distinte” è salutare.

Può darsi che tutto questo fermento non produca nulla, in termini di realtà. Ma, lasciatemelo dire, la realtà di gente che pensa è meglio del deserto e della diserzione del pensiero.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

5 commenti su “Che senso ha questa scuola?

  1. Adrien Ferro Pro
    15 settembre 2014

    Caro Roberto,

    lei ha ragione, qui in Francia si discute almeno et l’idea di una rifondazione è là, anche se secondo me la struttora ne è incapace.

    Grazie per i link.

    Cordialmente.

    Adriano (Adrien) Ferro

  2. lospaesato
    17 settembre 2014

    Non posso che trovarmi d’accordo, anche se ammetto che è complice la mia debolezza in questo periodo😄

  3. Roberto Maragliano
    17 settembre 2014

    Beh, mi sembra che un po’ tutti oggi siamo spaesati. Pure il paese rischia di esserlo!

  4. Pingback: Che senso ha questa scuola? | Lim e dintorni

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Questa voce è stata pubblicata il 15 settembre 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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