Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

No alla scuola telematica, sì alla scuola telemaica

di Roberto Maragliano

C’era una volta la scuola del conflitto: tra insegnante e allievo, vecchio e nuovo, costrizione e libertà. Quella che sognava la rivoluzione. Poi è arrivata la scuola dell’indifferenza: tra i soggetti, tra i saperi, tra i comportamenti. Niente vi si muove e la smuove se non la propensione all’edonismo. Verrà il tempo di una scuola finalmente restituita alla sua funzione più propria, che è quella di umanizzare la vita.
Sono tre figure storiche che raccontano come siamo stati, come siamo e come dovremo/dovremmo essere. Ma sono anche tre condizioni esistenziali che si confrontano sincronicamente nel presente.
Se il passaggio dalla prima alla seconda è assicurato dalla rivolta, a garantire la transizione dalla seconda alla terza c’è l’ora di lezione, evento da preparare con cura e da mettere in atto con adeguata partecipazione corporea e sonora, garanzia, questa, perché si affermi, tramite la sublimazione del conflitto, una dimensione erotica del sapere.
recalcatiMetti alle tre rappresentazioni l’etichetta di complesso, che fa tanto fico, perché permette di associare psicologia, psicoanalisi ed epistemologia, dagli tre diversi nomi di effetto, sia pure non tutti e tre egualmente garantiti da una tradizione consolidata di elaborazione (Edipo, Narciso, Telemaco … Telemaco?), abbi cura di usare sempre l’iniziale maiuscola quando scrivi Scuola e avrai succo e sostanza di L’ora di lezione.  Per un’erotica dell’insegnamento, l’ultima “fatica” (si fa per dire) di Massimo Recalcati, libro uscito, per Einaudi, proprio in coincidenza con la riapertura delle scuole (e delle ormai rituali promesse politiche di cambiamento a venire).
Padronissimo il nostro prolifico autore di credere e sostenere che l’uscita da una situazione così critica come quella di cui siamo tutti testimoni e vittime stia nelle mani del singolo docente e del suo prolungamento simbolico e materiale costituito dal libro, ovviamente cartaceo. Padronissimo il lettore/lettrice di farsi suggestionare da tutto ciò, come lo è stato mesi fa dalla sollecitazione al perdono per la marachella amorosa altrui o per la propria (chi, a questo proposito, voglia partecipare del pathos di una voce in cui “appare l’eros, il corpo, la carne della parola” non ha che da riandare, qui, alla registrazione dell’ora di lezione di  Recalcati titolata “Come l’amore”, lo scorso marzo all’Auditorium della capitale; e chi sa in quante altre occasioni prossime docenti maschi e femmine pretenderanno da quella stessa voce assoluzione e speranza per il loro compito). Padronissimi autore e lettore di fare di questo credo, riducibile a tweet (dal conflitto all’indifferenza alla sublimazione), una sorta di mantra da ripetere e invocare ripetutamente, facendolo rimbalzare da una pagina all’altra.
Ciò che assolutamente contesto (e mi scuso per il vocabolo d’antan) è che a infiorettare il suo discorso Recalcati provveda attingendo a piene mani dal più loro e bieco repertorio dei luoghi comuni sull’educazione. Questo non glielo posso davvero concedere. Al più, invito maestri e insegnanti e curiosi di siffatte tematiche a usare questo libretto come prontuario quantomai aggiornato della bétise sociopedagogica.
Soltanto nel primo capitolo vi troveranno cose del tipo: “separare i nostri figli dall’ipnosi telematica o televisiva” (ovviamente un tutt’uno); “preservare l’importanza dei libri in quanto oggetti irriducibili alle merci” (dalla tribuna di una non merce di centosessantadue pagine per quattordici euro); “la Scuola neoliberale esalta l’acquisizione delle competenze e il primato del fare, e sopprime, o relega in un angolo stretto, ogni forma di sapere non legato con evidenza al domino pragmatico di una produttività concepita in termini solo economicistici” o anche “è il discorso sociale che assomiglia sempre più a un totalitarismo soft, narcotizzante o eccitante, che riduce il pensiero critico sfruttando la funzione ipnotica esercitata dagli oggetti di godimento che hanno invaso le vite dei nostri giovani” (l’aveva detto che i tre complessi agiscono sincronicamente, ed ecco qui, coerentemente, l’attualità del fantasma settantasettino); “l’iperattività eccitatoria e mortifera di un individuo che non conosce più argini simbolici” ovvero il destino gramo di un sapere ridotto a “informazioni da immagazzinare”, in  presenza del quale “le teste funzionano come computer”, secondo il dogma “psicotico” dello “scientismo”,”di cui l’ideologia delle competenze è un’espressione attualissima”, e dove “il sapere anonimo e robotizzato dell’Altro domina senza limiti e riduce il soggetto a un contenitore passivo, da riempire di contenuti”.
Basta? No, non basta.
Non mancheranno, di seguito: la “sirena del godimento autistico”, gli insegnanti “tatuati come i loro allievi, alcuni si danno del tu o diventano loro amici su facebook, nessuno porta più la cravatta”, la “tendenza al ritiro dai legami sociali” che “rafforza un rapporto simbiotico con l’oggetto tecnologico e con la connessione perpetua alla rete”, l'”illusione di un sapere illimitato e disponibile senza fatica”, il “rischio di rendere lo schermo del proprio pc o iPad uno specchio vuoto che, anziché aprire mondi, li rinchiude in un’autoreferenzialità mortifera”, il docente che subisce non solo “un processo di proletarizzazione economica, ma anche di disintegrazione identitaria”.
Tutto questo, lo ripeto, soltanto nel primo dei cinque capitoli.
Intendiamoci bene, non sto criticando la scelta di usare categorie psicoanalitiche nell’interpretazione dei segni della crisi educativa. Altri l’hanno fatto, sia pure con ben diverso impegno di analisi e di proposta (penso alla Sherry Turkle di Insieme ma soli). Né me la sento di criticare, al di là delle mie conoscenze, il ricorso costante a Lacan (anche se riuscire a proporlo pure alle pietre, merito che candidamente egli si attribuisce con l’intermediazione di un vecchio professore, e impegnarsi a chiudere un discorso d’autore che l’autore stesso ha intenzionalmente voluto aperto e irrisolto, mi insospettisce non poco, non fosse altro per quel che personalmente ho tratto dalle conversazioni di Lacan, oggi). Ciò che non accetto è la riduzione della rappresentazione scolastica al rapporto individuo/individuo, dunque singolo docente con singolo allievo. Questo no. Questo è fuori del tempo, o meglio è nel tempo di un tempo, coincidendo maledettamente con il fantasma di una scuola selettiva e disinteressata, autenticamente aristocratica, dove la parola è tutto, o meglio ancora, lo è la voce, tramite la quale (è il caso di sussurrarlo?) si potrà rendere seduttiva la poesia, ma difficilmente si potranno rendere la chimica o l’economia.
Va da sé che Recalcati ignori, o voglia far ignorare, ogni propensione “social” della rete, anche e soprattutto quella che investe, oggi, la natura stessa dell’apprendimento e mette in discussione il suo legame, fin qui stretto e incontestato, con l’insegnamento. Va da sé che tutto il suo dire neghi di fatto la possibilità stessa di formare docenti sprovvisti di sex appeal intellettuale (leggi anche: vocazione, spirito missionario, sacra follia). Va da sé che il ricorso alle chiavi del mistero, dell’impossibilità, dell’andar oltre assolva tutti, nel nome di Telemaco, chi insegna come chi non insegna, chi impara come chi non impara. Va da sé che il rapporto fra sapere e non sapere sia una volta ancora stabilito e presidiato da un principio di autorità.
Ma il superamento di ogni limite di docenza/decenza avviene quando all’ultimo capitolo, preso da vertigine narcisistica, il nostro imbastisce il racconto dei prof della sua vita (per dirla nel modo della recente e altrettanto ambigua iniziativa di Repubblica).
Qui il lacrimevole trapassa nel ridicolo. Aspira a Gozzano, nel rievocare la prof Giulia. Ma è Tony Dallara. Ascolta, si fa Lialacan.

 

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

3 commenti su “No alla scuola telematica, sì alla scuola telemaica

  1. Pingback: Istituto Comprensivo Rudiano – BS » Blog Archive » L’ora di lezione, di Massimo Recalcati

  2. Emanuele
    7 gennaio 2015

    Da ex studente e da insegnante credo che il libro di Recalcalti contenga della buone riflessioni che non escludono, in principio, il ricorso a modalitá di insegnamento diverse dal libro o dalla lezione frontale. Almeno io non ho visto questa esclusione. Chiaramente Recalcati si sente a suo agio con un modello didattico classico fondato sul libro e sul docente che ti fa innamorare ed è questo modello al centro del suo discorso, ma non mi pare che spari a zero sul resto. Invece mi pare che un insegnante che viva maggiormente di Recalcati il rapporto social con la rete, potrá comunque trovare utili e interessanti le suggestioni dell’autore. è evide
    Infine, non ho trovato “ridicolo” il momento intimistico dedicato alla sua insegnante liceale.

  3. Pingback: Vivalascuola. La scuola di Renzi e l’eros che non c’è | La poesia e lo spirito

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