Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Chi controlla i controllori? L’Europa, Google e il “diritto all’oblio”

di Mario Pireddu

Le conseguenze della recente decisione della Corte di Giustizia europea sul tema del cosiddetto diritto all’oblio (o digital forgetting) stanno facendo discutere giuristi, filosofi, studiosi e politici di tutto il mondo. Riassunto rapido: in seguito alle richieste dello spagnolo Mario Costeja Gonzalez, da qualche settimana i cittadini europei possono richiedere ai motori di ricerca online di eliminare dai risultati delle ricerche i link che li riguardano e che rimandano verso “contenuti non più rilevanti” o “inadeguati”. Costeja Gonzales si è battuto per ottenere la rimozione di alcuni link che comparivano nella pagina dei risultati di Google dopo aver cercato il suo nome: i link in questione conducevano a pagine di quotidiani che riportano la notizia – vecchia di circa sedici anni – della messa all’asta della sua casa per motivi economici. Dato che nel tempo i suoi problemi economici sono scomparsi, per Costeja Gonzalez le informazioni alle quali rimandava Google oggi non sono più rilevanti (e sarebbero persino una violazione della sua privacy). Sull’argomento segnalo la puntata di Radio Città del Capo in cui sono stato chiamato a dare un parere insieme all’avvocato e blogger Guido Scorza.

Mario Costeja González (photo: Cabalar/EPA)

Il Financial Times rende noto che, dopo la sentenza della Corte (online qui), Google avrebbe già ricevuto – attraverso un apposito modulo – più di 41.000 richieste di rimozione di link (rimozione che partirà dalla metà di giugno). La materia è complessa: il quotidiano La Stampa afferma per esempio che tra le richieste ci sarebbe anche quella di un uomo che in passato ha cercato di uccidere la propria famiglia. Come afferma Luciano Floridi – docente di Filosofia e Etica dell’Informazione a Oxford e unico italiano nel comitato di sette esperti (esterni all’azienda e indipendenti) costituito da Google in seguito alla sentenza della Corte di Giustizia della UE – “le nostre vite sono trascorse e plasmate nell’infosfera”, e da qui bisogna partire. In un articolo del 4 giugno pubblicato sul sito del Guardian, Floridi ci ricorda che siamo davanti a un problema culturale: davanti a situazioni come questa, piuttosto che di piccoli aggiustamenti di tiro abbiamo bisogno di nuove e più coraggiose idee, ma senza scadere nella tipica opposizione dicotomica a somma zero tra nero e bianco. In effetti Floridi fa bene a sottolineare la polarizzazione tra difensori della privacy e difensori della libertà di informazione e di parola (Privacy vs Free Speech), perché è proprio spingere il dibattito sugli estremi della questione a condurre verso una scarsa comprensione del problema. Nessuno sta cercando di “distruggere Internet”, “cancellare la storia”, “indebolire industrie”, o cancellare un diritto umano fondamentale per imporne un altro. Ci sono invece in gioco diversi valori e diritti, diverse visioni e in sostanza diverse filosofie, e non sappiamo come armonizzarle. Viene in mente il ragionamento che fa Weinberger, nel suo La stanza intelligente, sull’impossibilità di avere una e una sola visione di qualsiasi problema, ma restando a quanto dice Floridi la prima cosa da tenere a mente è che non si deve cedere al facile schema sì/no, per quanto sia più semplice da comprendere e applicare. Floridi (in questo su posizioni leggermente diverse da quelle di Weinberger) sostiene che è proprio questa mentalità a impedirci di trovare una soluzione condivisa, e usa esplicitamente il termine “riconciliazione”: quel che dobbiamo fare è cercare di lavorare insieme in un contesto in cui tutti i legittimi interessi, diritti e valori siano rappresentati e possano trovare una “convergenza ottimale”. Si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere, ma – chiede Floridi – “chi ha mai pensato che crescere sarebbe stato soltanto semplice e divertente?”

luciano_floridi

Luciano Floridi

Si chiede a Google di fare il controllore delle informazioni che possono avere o non avere un link, ma a controllare il passaggio delle informazioni non può essere una multinazionale. Qui si tratta in prima istanza di comprendere la profondità delle conseguenze delle nostre decisioni nel dare forma all’infosfera: è necessaria una pausa di riflessione utile a farci ragionare sul complesso scenario che abbiamo davanti, e che vede Google al centro del mondo digitale che conosciamo e viviamo tutti i giorni. La soluzione non è non può essere – anche se molti ancora la promuovono – quella della disconnessione: “we cannot unplug our society anymore”. Siamo davanti al paradosso per cui ogni cosa è “alla distanza di un click”, ma – come in un film di fantascienza – ora ognuno può far rimuovere questa o quella informazione che lo riguarda dalle pagine dei risultati di ricerca, che si tratti di “terribili scheletri nell’armadio” o di “bellissimi vestiti”. Una distopia conosciuta nel mondo della computer science come negation as failure (“not found becomes synonymous with non-existent”), che conduce ancora una volta a una ipersemplificazione estrema che non fa altro che ritardare il momento in cui affrontare seriamente il problema. Tra l’altro con la sentenza della Corte non si interviene sull’esistenza in sé delle informazioni che ci riguardano (si lederebbe il diritto all’informazione), ma sulla loro ricercabilità. Ecco che Google e gli altri proprietari di motori di ricerca diventano i controllori dell’informazione. Lo sono già, si dirà, perché da loro passa la quasi totalità delle ricerche. Vero, ma una cosa è poter ricercare e un’altra è il non poterlo fare perché alcune informazioni vengono sistematicamente rimosse.

Who-Watches-The-Watchmen

Chi controlla i controllori? La domanda di Floridi, che richiama alla mente un dibattito filosofico e politico che dura da millenni (impossibile, tra l’altro, non riandare con la mente allo splendido Watchmen di Alan Moore), serve a riflettere sulle conseguenze della sentenza europea: la difesa della privacy e il diritto all’oblio non possono essere gestiti da multinazionali che agiscono come “unaccountable gatekeepers”. Un liberalismo così radicale rischia di diventare del tutto illiberale: se la rivoluzione informatica ha condotto a risultati eccezionali sotto il profilo commerciale e scientifico, dobbiamo prestare altrettanta se non maggiore attenzione agli obiettivi etici. Dobbiamo cercare di rispettare realmente valori e diritti per noi fondamentali, piuttosto che limitarci a produrre dichiarazioni di principio. In conclusione, quel che suggerisce Floridi è di prenderci il lusso di pensarci due volte prima di prendere decisioni affrettate o fondate su principi astratti. Pensarci due volte comporta anche il rimettere in discussione categorie e schemi che assumiamo quasi come “dati” e scontati: “abbiamo difficoltà con gli strumenti ereditati dal passato, il mondo è cambiato e dobbiamo trovare un bilanciamento di tipo legale e filosofico” (cit.).

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

Un commento su “Chi controlla i controllori? L’Europa, Google e il “diritto all’oblio”

  1. soudaz
    6 giugno 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 5 giugno 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .

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