Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Verità e reticenze sul libro

di Roberto Maragliano

Ci sono libri la cui sostanza può essere resa da un tweet, potendo stare tutta in una frase di centoquaranta caratteri: lo sostiene David Weinberger (in La stanza intelligente) a proposito del peraltro citatissimo e ampiamente saccheggiato testo di Nicholas Carr Internet ci rende stupidi?, il cui titolo e sottotitolo, anche nella meno plateale versione inglese, non arriverebbero a coprirne nemmeno la metà, dei caratteri di un tweet, e il cui contenuto, almeno dal punto di vista della qualità e della quantità delle argomentazioni, sembrerebbe spingersi poco al di là di questo limite. Concordo.

libroMa del libro di Gian Arturo Ferrari icasticamente titolato Libro, questo davvero non lo si può dire. Renderlo con un tweet è impresa impossibile. E non solo per i suoi pregi, pure per i suoi difetti.

Intanto, qualche parola sull’autore, almeno per chi non lo conosce. Già docente universitario, di filosofia della scienza, ha fatto carriera, e che carriera! in ambito editoriale. Basti dire che per dodici anni, fino al 2009, è stato direttore generale della divisione Libri di Mondadori, e che da allora a poco tempo fa ha tenuto la presidenza del governativo Centro per il libro e la lettura. Insomma, è uno che ha pieno titolo per sostenere cose, tante cose appunto, sulla questione “libro” e da cui non è dato aspettarsi banalità. Infatti il suo libro sul libro è tutto fuorché convenzionale. Personalmente l’ho trovato ricco e stimolante, ma anche eterogeneo e talora pure reticente. Quel che è certo è che se lo leggiamo in cento e ci chiedono di renderne la tesi in centoquaranta caratteri o rifiutiamo il compito o scriviamo ognuno un pensierino diverso, tanti e tali sono le questioni sollevate dal saggio e gli interessi che muovono coloro che si interessano di quell’argomento. Al punto che c’è chi è arrivato a qualificare il libro di Ferrari come una “lunga giustapposizione di eventi puntiformi dove si fatica a cogliere una tesi”.

Lo dico subito, a scanso di equivoci. Quel che mi disturba in questo lavoro non è che manchi di una tesi, ma al contrario che ne proponga fin troppe, al punto che sembra scritto da tre autori diversi, i quali per di più assai raramente sembrano concordare.

gian-arturo-ferrari-libro-C’è, inizialmente, il Ferrari accademico che scrive il capitolo più sereno e  distaccato e pure concettualmente succoso di tutto il saggio, quello dedicato al libro manoscritto. Lì emerge molto bene sia l’idea, davvero importante, che il libro sia come un “mosaico” di tanti pezzi che vanno componendosi variamente nel tempo e nello spazio, e che danno corpo a differenti figure complessive; sia l’altra idea di rilievo, quella che porta a cogliere nella testualità chiusa (un qualcosa, insomma, che ha un inizio, uno svolgimento e una fine) il tratto che contraddistingue il libro pur all’interno di tale varietà. Quando invece la fase attuale, caratterizzata dal brulichio di testualità che il digitale e la rete incessantemente generano, renderebbe impraticabile l’uso di questa metafora, tutto sommato statica, e chiederebbe un termine più dinamico, come quello, che Ferrari propone, di “caleidoscopio”. E così, se restassimo a questa altezza (o meglio, se Ferrari restasse a questa altezza) l’idea che se ne potrebbe trarre, non dissimile da quella proposta da Ivan Illich (Nella vigna del testo), sarebbe di un’esperienza storica in via di esaurimento, non a caso associata a quella della scuola: fine attuale della testualità lineare e chiusa, e. assieme, fine della forma libro, o, meglio ancora, conclusione annunciata del periodo che vede una piena coincidenza tra forma libro e testualità chiusa. Fine e reinizio in dimensioni nuove, però, secondo gli andamenti delle logiche circolari. Questo, a mio avviso, autorizza a pensare l’accademico autore. E gliene siamo davvero grati, in quanto ci aiuta a uscire dalle secche di discorsi acidi e luttuosi, come quelli di tanti ideologi improvvisati e tant’altri interessati del libro (cartaceo).

Ma col capitolo centrale dedicato al libro a stampa, non a caso il più lungo e minuzioso, soprattutto per la seconda parte centrata sull’industrializzazione (che viene dopo pagine suggestive in cui è in scena l’artigianato tipografico), al Ferrari-uno subentra il Ferrari-due, ossia il manager. Del primo autore si perdono subito  le tracce. Intendiamoci, questo nuovo autore dice cose ineccepibili, ci mancherebbe, che ben ci aiutano a distinguere, anche in termini di strategie aziendali, tra i diversi generi produttivi: l’editoria di conoscenza (dove prevale l’identità dell’editore), l’editoria di evasione (dove in primo luogo sta l’autore, con il romanzo sentimentale per un pubblico femminile e il giallo per quello maschile), senza dimenticare la piramide rimunerativa dell’editoria scolastica (caratterizzata, al di sotto delle belle ma generiche parole tuttora circolanti, “da un business più razionale”). Non solo, è qui che l’anima spregiudicata dello stratega fornisce il meglio di sé: “il libro è il servitore, istituzionale, di due padroni, Dio e Mammona … L’ibridazione di cultura e denaro … è uno dei fascini specifici dell’arte editoriale … Far soldi con l’anima – che non vuol dire vendere la propria anima, casomai quella altrui – è stata l’ispirazione tacita dell’età dell’oro dell’editoria”. Ma, poco, anzi niente il manager dice, per esempio, a proposito della composizione interna del prezzo del libro industriale, perdendo l’occasione di presentare l’ultimo tratto dal discorso, quello dedicato al libro digitale, non già come un sommovimento venuto dal di fuori, ma come un qualcosa che non poteva non maturare all’interno stesso di quel mondo, lo si giudichi pure come intervento di Dio o di Mammona, o di tutti e due assieme. Certo, dopo lo ammette, che più del 60% di quel che paghiamo un libro fisico non è di spettanza di editore e autore, ma finché è in scena il manager questo tipo di considerazioni non ha peso né sostanza.

Fatto sta che per l’ultimo capitolo, dedicato, appunto, al digitale, si cambia una volta ancora di autore. Questa volta tocca al pensionato. La si coglie, questa figura autoriale, in due atteggiamenti. L’una è quella del “ve l’avevo detto”, che sovraintende alla lucida (e amara) presa d’atto di un movimento presentato come inarrestabile: il digitale non darà scampo al libro, sostiene Ferrari, ma nel sostenerlo si dimentica di specificare che in gioco c’è il libro industriale, e non il caleidoscopio testuale di cui aveva parlato all’inizio del suo itinerario. L’altra è quella del “non vale la pena di dedicare troppa attenzione alla questione”: coerentemente con questa nuova anima, la bibliografia di riferimento, così densa, mirata ed elegante per i due capitoli precedenti, si riduce qui a due soli titoli, dei quali uno solo pertinente.

Bene, aggiungo solo che, come pensionato ormai prossimo, mi piacerebbe incontrare il già pensionato (ma non troppo) Gian Arturo Ferrari su una panchina, sia pure telematica, e discutere assieme a proposito di chi, come l’Andrew Piper di Il libro era lì, se non altro per ragioni di età, pensa che il digitale riapra e non già chiuda la questione del libro (e, aggiungo, della scuola).

 

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

2 commenti su “Verità e reticenze sul libro

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