Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La crisi dell’educazione e la morte di un filosofo

di Roberto Maragliano

Premetto che questo mio post sarà diverso dai soliti.
Un po’ più personale, un po’ più politico, un po’ più lungo.
Si concentra su due temi, uno di attualità ma anche storico, un’altro storico ma anche di attualità.

1. “La mia generazione ha perso su tutti i fronti. C’è chi lo ammette come me e chi no […] Ma la sostanza non cambia”. Così Massimo Cacciari in una breve intervista che compare sul numero 17 di “l’Espresso”, quello in edicola. Ecco, io sono tra coloro che lo ammettono. Di conseguenza, mi sento e sono sentito frequentemente come un estraneo, nel piccolo mondo che frequento, dove (parlo dell’isola universitaria, che poi tanto isola non è, e al suo interno del settore educativo) sono in tanti a credere che le cose stiano in modo assai diverso, e che se non ci fossero in atto le maligne forze del male, che hanno prodotto l’attuale carenza di risorse economiche ed umane, tutto andrebbe benissimo e si vivrebbe davvero nel migliore dei mondi possibili. Non condividendo questa visione, negli anni immediatamente scorsi ho ritagliato per me la figura di quello che fa vedere il “re nudo”, poi ho via via cercato di deporre una parte, quella di Cassandra, che oltre che risultare operativamente inutile veniva vissuta come jettatoria. Ma, intimamente, sono convinto del fallimento di un’idea globale di intendere il mondo e la possibilità di cambiarlo. Vogliamo chiamarlo progressismo? Sia pure. L’idea, per intenderci, che il meglio debba ancora venire, che l’età dell’oro sia nel futuro e che noi si lavori positivamente per costruirlo. Ecco, per anni ci ho creduto. Poi, sono andato ravvedendomi, sulla base di quel che mi toccava vedere fuori, e però anche dentro di me. Ognuno fa la storia di tutti anche sulla base di quella sua personale. E io non mi sento di fare eccezione. Penso alla scuola, per esempio. Per decenni ho creduto e lottato perché si affermasse una pedagogia progressista, centrata sul ruolo di emancipazione svolto da una buona formazione scolastica (e universitaria). Personalmente la vivevo, quella prospettiva, all’interno della sinistra politica e culturale. Poi ho vissuto il suo venir meno, anzi: il suo rapidissimo sfarinamento. Come se, stando a teatro, tutto lo scenario venisse rapidamente a mutare, e cambiasse pure il senso della recita, ma gli attori principali, almeno alcuni, continuassero imperterriti a recitare la parte di prima, e il pubblico ad applaudire. Perché quel progetto è fallito? Perché il suo culmine, che io vedo nel  ministero Berlinguer, è stato anche il suo crollo? Perché non si è mai voluto affrontare, per esempio in sede accademica, un ragionamento serio, profondo, sulle ragioni anche interne, anche ideologiche, anche politiche di quel fallimento e perché, invece, tanti hanno perso tanto tempo ed energie ad illudersi ed illudere che tutto dipendesse dal male personificato in Berlusconi e nelle sue comparse di settore come la Moratti o la Gelmini? Tra l’altro, Cacciari fa quella osservazione a proposito di un tema particolarmente esposto proprio sul piano dell’educazione: “Noi non volevamo egualitarismo, ma eguaglianza: sono due cose ben diverse”. Ecco, chiedo: perché non discuterne? Che cosa era voluto nel progetto progressista? Quale delle due anime l’ha portato all’evanescenza permettendo che venisse platealmente battuto sul campo, l’egualitaria e l’egualitaristica? Insomma, la questione della crisi dell’educazione scolastica e universitaria è attuale, ma ha una sua storia. Vediamo dunque di farla, questa storia, e per bene. Altrimenti, si stia zitti.

Mecacci bis2. Certo, non è che andare alla storia vuol dire avere tutto chiaro. Al contrario. Vuol dire entrare nel campo della complessità, significa abbandonare l’illusione che ci siano racconti lineari e morali che mettono tutto a posto, come in un film dei tempi classici, dove il buono e il cattivo sono perfettamente distinguibili anche da come si atteggiano e vestono e parlano. Ci ho ragionato a margine di una lettura appassionante e angosciante che ho appena completato, il voluminoso saggio di Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, appena uscito da Adelphi. Angosciante per chi come me, nato a ridosso di quell’avvenimento (aprile ’44, io sono del ’46), l’ha vissuto sempre, o quasi, come remoto, distante anni luce, e comunque chiuso, lineare, chiaro: un fatto di guerra, un atto di giustizia. Ed è poi via via andato a ritrovarselo nella forma del  groviglio, e a riconoscerlo ora, con questa lettura, nell’immagine di paradigma dei tanti grovigli del nostro travagliato dopoguerra (penso alla morte di Aldo Moro). Ma angosciante anche perché, per le personali vicende accademiche e politiche (ho insegnato qualche anno nell’Ateneo fiorentino, proprio a Lettere, e comunque per due decenni ho preso parte dentro la politica scolastica ed editoriale che faceva capo al PCI), sono passato accanto ad un gran numero delle figure che l’impegnativa ricostruzione di Mecacci (500 pagine, un terzo delle quali di note) chiama direttamente e indirettamente in causa. Un delitto, quello di Gentile, di cui l’unico dato certo è la morte, tutto il resto (moventi, esecutori, mandanti, appropriazioni, indagini) resta in buona parte avvolto in una densa zona grigia, o meglio, come dice Mecacci, è riconducibile alla metafora dei cerchi nell’acqua, dove il primo, quello certo (nel caso: il mandante), ne genera tanti altri periferici. La cosa che più mi colpisce e addolora, in tutto questo, è l’intreccio tra politica e università e al suo interno l’ambiguità trasformistica di una figura di intellettuale, quello nazionale, che meriterebbe maggiore attenzione critica. Per quel che mi riguarda, si potrebbe ripartire dal primo tema.

 

 

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “La crisi dell’educazione e la morte di un filosofo

  1. Maria Antonella Galanti
    28 aprile 2014

    Grazie per questo post che ho letto con piacere e nelle cui parole mi riconosco in gran parte.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

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