Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Spazi digitali per imparare

Facebook-Paper-App

di Andrea Patassini

Recentemente Facebook ha lanciato una applicazione gratuita,  Paper, pensata per visualizzare ed organizzare in modo diverso i contenuti condivisi dentro il social network. L’obiettivo è valorizzare le informazioni che quotidianamente gli utenti di Facebook pubblicano, puntando ad un livello più alto di interazione con le risorse. Grande importanza assumono, lì, le scelte di design. I punti di forza di Paper sono la progettazione degli spazi, la disposizione dei comandi e, ancor più, la qualità dell’interazione con i contenuti: elementi che nell’applicazione tradizionale di Facebook avevano un ruolo secondario.

La questione merita di essere trattata anche in chiave pedagogica. Gli spazi digitali per la didattica necessiterebbero infatti di una pari attenzione per gli aspetti di design. Non si tratta semplicemente di lavorare a rendere uno spazio digitale gradevole (che comunque è scelta legittima e importante), ma di operare perché  risulti adatto ad accogliere pratiche specifiche di apprendimento. Efficacia, efficienza, facilità e sicurezza sono fattori riconducibili alla sfera dell’usabilità, e, soprattutto, della praticabilità didattica.

Ci sono altri due elementi importanti da considerare, in un’attività educativa ambientata dentro l’universo digitale. Sono l’attenzione e l’interazione. Entrambe pongono questioni di design. Per un verso, il tema è come concentrare gli stimoli su un focus, evitando disturbi o sovraccarichi di attenzione; per un altro verso, è invece come stimolare, garantire e soprattutto valorizzare lo scambio tra i soggetti coinvolti: sono questioni alle quali il design degli spazi è sollecitato a dare risposte chiare ed efficaci.

design_didattica

Sempre più frequentemente la progettazione didattica prevede soluzioni multi-ambiente, non più centrate su un unico spazio (come è per gli ambienti canonici di e-learning) ma distribuite su una molteplicità di spazi. Non è detto che simili soluzioni nascano direttamente da un impegno specifico di progettazione per l’attività didattica; in certi casi sono varianti “educational” di realtà già esistenti e legate ad altre attività. Pensiamo ad esempio alle esperienze didattiche con Twitter di Agnese Addone e Luca Piergiovanni, entrambi insegnanti. L’attenzione al design in questi casi risponde ad esigenze se non proprio operative, quantomeno critiche e selettive. Saper scegliere quali ambienti utilizzare per la didattica significa individuarli in base non solo alle loro funzioni, ma anche al grado di usabilità manifestato e alle potenzialità intraviste per l’apprendimento. Attenzione, però: non si deve far tutt’uno di qualità del design e familiarità con gli spazi digitali. Prima di affermare che un ambiente è “brutto” o “poco funzionale” o “inadatto al compito didattico” bisogna viverlo, esplorarlo, conoscerlo a fondo, e pure metterlo alla prova, almeno in parte, per esigenze di apprendimento.

Qualche tempo fa abbiamo parlato degli usi didattici di Google Drive. Ecco, questo è un buon esempio di come il design influisce sullo sviluppo delle pratiche. Si può scrivere, singolarmente o tra più soggetti, si possono aggiungere commenti, si vede quando un altro utente interviene sul testo, i meccanismi per servirsi del clouding sono chiari. Si innescano così pratiche collaborative basate sulla costruzione di un testo e si instaurano relazioni fondate sul raggiungimento di un obiettivo comune. Insomma, si impara agendo insieme. Aspetti per nulla banali che trovano supporto e valorizzazione grazie allo spazio progettato dell’editor. Inoltre Google Drive non si limita a fornire solo un  editor di scrittura, ma propone altri strumenti per la produzione di contenuti testuali, capaci tutti di accogliere e supportare l’interazione tra i soggetti coinvolti.

usability_2

Altro ambiente interessante è Google+, il social network di Mountain View. Anche in questo caso lo strumento realizzato può essere reinterpretato e adattato per progetti di educazione. In particolare l’opzione “Community” credo meriti  attenzione. Se provate ad esplorarla ne vedete subito la versatilità per scopi didattici. Anche qui il design è il fattore determinante. In Community, come il termine fa intendere, è possibile costruire uno spazio di dialogo e interazione tra utenti attraverso la pubblicazione di contenuti. Non solo, è un luogo dove raccogliere e organizzare risorse esterne (tramite link). Per l’attività didattica queste sono funzionalità preziose. Oltretutto Community consente di aggregare tutte le funzioni di Google+ e dedicarle esclusivamente al gruppo di utenti con il quale si opera. Il tutto, poi, è direttamente praticabile, grazie ad un’interfaccia a dir poco intuitiva e piacevole.

Un commento su “Spazi digitali per imparare

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Questa voce è stata pubblicata il 9 aprile 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , .

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