Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

L’eterna diatriba tra tecnoentusiasti e tecnoscettici

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di Andrea Patassini

Fa senza dubbio notizia nel nostro paese il caso di una scuola, o più precisamente di una classe, che decide di ridurre notevolmente la presenza delle nuove tecnologie nella didattica. L’Italia di certo non può vantare nessun primato nel campo dell’innovazione didattica attraverso le tecnologie digitali, basta analizzare il solo dato relativo alla diffusione della rete: solo il 10% delle scuole italiane garantiscono una connessione internet in tutte le classi. E basta dare un’occhiata alle politiche di innovazione per la scuola di paesi emergenti come Turchia e Uruguay per comprendere quanto il nostro paese sia al palo. Allora perché un caso simile fa notizia? Perché continua inesorabilmente ad alimentare l’ormai atavica diatriba del digitale-sì-digitale-no nella scuola. Un questionare senza fine che vede i soliti due fronti contrapposti: quelli che sono a favore delle nuove tecnologie nella didattica, quelli che al contrario sono sfavorevoli. Un caso come quello poco sopra citato va a nozze con questa logica, alimenta il solito e sterile dibattere dei due fronti contrapposti. L’ostruzionismo di chi reputa il digitale dannoso per la scuola va a braccetto con chi invece pone nella tecnologia una vana dote salvifica, sono entrambi atteggiamenti del tutto inutili ai fini dello sviluppo di un processo serio e complesso di innovazione per la didattica scolastica. In un contesto simile sembra difficile riuscire ad entrare nel merito delle questioni e ancor più difficile cercare un confronto partendo da un concetto che in molte altre realtà europee ed extra europee appare del tutto scontato: è impossibile pensare ad una scuola priva delle tecnologie digitali, semplicemente perché tali tecnologie fanno parte del mondo d’oggi, anzi lo reggono fornendone l’infrastruttura più densa ed estesa, e perché in futuro, per la ragione che ho appena detto, saranno sempre più presenti. Spesso un simile atteggiamento viene etichettato come “tecnoentusiasta”, quando in realtà si tratta di una semplice adesione alla realtà.

Credo sia interessante scorrere alcune delle considerazioni dei protagonisti della vicenda qui sopra citata, idee e atteggiamenti a supporto della tesi “meglio poca tecnologia nelle scuole”. Proviamo a comprenderle più da vicino. Si sostiene che l’utilizzo precoce di tecnologie digitali nei bambini possa avere come conseguenze problemi sullo sviluppo di abilità come attenzione e memoria, danni ai processi emotivi, all’autocontrollo e infine alla socializzazione e all’identità personale. Se prese tutte assieme, sono prospettive decisamente allarmanti che metterebbero in allerta qualsiasi genitore. A sostegno di queste considerazioni quali tesi possono essere indicate? Insomma, un certo numero di esperti favorevoli ad una logica precauzionale riguardo l’adozione delle tecnologie digitali nelle scuole considerano queste risorse materiali molto distraenti sul piano psicologico e culturale, capaci di abbassare notevolmente l’attenzione degli studenti. Ma questo è un atteggiamento per così dire “deterministico”, proprio di chi vede nella sola tecnologia la causa di tutti i possibili effetti positivi e soprattutto negativi sull’uomo, senza prendere in considerazione la qualità dei progetti e delle pratiche che ne possono qualificare o dequalificare l’uso. Ad esempio non si considera l’esperienza della Khan Academy che pone la tecnologia digitale al centro delle strategie didattiche adottate che nel suo libro Salman Khan descrive sottolineando soprattutto i risultati estremamente positivi tra gli studenti (soprattutto quelli che mostrano forti carenze sotto il profilo dell’apprendimento). Come spesso avviene, tutto si riduce alla contrapposizione tra favorevoli e contrari alla macchina. E poi, è il caso di far notare che un simile confronto sarebbe proponibile anche per il libro a stampa, e in particolare per il libro di testo: anni fa il tema era caldo e chi sa perché oggi invece è così tiepido.

Ma andiamo avanti. Un’altra tesi, spesso usata dai “tecnoscettici” è quella che vedrebbe le tecnologie digitali sostitutive dei docenti. Qui quel che manca è l’interiorizzazione delle tecnologie digitali: le si vedono come oggetti esterni perché non si è presa confidenza con il loro uso. Chi ha familiarità con una tecnologia è in grado di fare critiche più mirate, meno totalizzanti. E poi, spesso si dimentica che il libro, la matita, il righello, il quadernone sono risorse tecnologiche. Lo si dimentica perché sono tecnologie assimilate, che fanno tutt’uno con la vita quotidiana del sapere, perché le si è rese in un qualche modo “naturali”, forme legittime di produzione e riproduzione del sapere. Lo si ammetta: nessuna di queste tecnologie ha sostituito il ruolo e la presenza degli insegnanti. Certo, la digitalizzazione comporta nuovi processi di apprendimento e di insegnamento, nuove modalità di approccio ai contenuti e addirittura nuove forme di produzione e interazione con i saperi, ma tutto ciò non ci obbliga a pensare ad una perdita dell’insegnante. Anzi, se solo si provasse ad entrare nel merito di pratiche didattiche che prevedano l’adozione di strumenti digitali si potrebbe notare quanto è fondamentale, lì, il ruolo del docente: certo, sarà diverso da quello previsto dall’adozione della tecnologia della stampa, ma non smetterà di essere importante, cruciale. Far valere lo spauracchio della disattenzione e della perdita di memoria equivale investire sulla scarsa consuetudine di tanti, almeno nel nostro paese, con il digitale e la rete. Ed è curioso, oltreché dannoso, che il tutto si risolva sul piano dell’ìdeologia, e si proponga come soluzione, da parte dei “critici”, quella di attendere un responso dalla teoria prima di fare pratica: c’è dunque una teoria dotata di validità “assoluta”, che anche su temi così concreti e complessi possa dire sempre la sua? E se sì, se quella teoria c’è ed è valida, come mai fin qui non la si è utilizzata per rendere migliore, più efficace e produttiva, la pratica didattica?

Come già accennato, il digitale a scuola comporta cambiamenti sostanziali nel modo di approcciarsi all’insegnamento e prima ancora all’apprendimento da parte degli studenti: di lì dovrebbe partire ogni possibile discorso sull’innovazione dell’insegnamento. Ovvio che il solo strumento non cambia in un batter d’occhio la didattica se a sostenerne l’impiego non c’è progettualità né intenzione di sperimentare e sperimentarsi. Tutto ciò, però, necessita fatica e soprattutto implica mettersi in discussione. Forse l’aspetto più complicato e intricato della questione.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 febbraio 2014 da in Uncategorized.

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