Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

A proposito di ambienti e spazi didattici

di Antonietta Casano

Leggo l’intervista a Daniele Barca e, nei giorni passati, la mia collega Elisabetta mi ha postato un video del progetto iTech realizzato dal Comprensivo di Cadeo, di cui Barca è il Dirigente. Bellissimo. Lo spazio che viene proposto dalle immagini è quello splendido che abbiamo sperimentato con la ex classe 2E al Salone ABCD di Genova lo scorso anno (Quando lo spazio insegna…): i cuscinoni, le librerie di legno alle pareti, spazi non scolastici, mobili… quelli che ognuno di noi sogna; gli alunni con i loro iPad su cui esercitare manualità e virtualità in un mix stimolante e coinvolgente.

Mentre guardo il video (qui sopra), come quello che ho postato lo scorso anno della scuola danese …mi lascio andare a considerazioni che prendono strade contrastanti quasi in opposizione.

Primo sentimento: sana invidia (e anche un po’ di rabbia?!), perché la mia classe, la mia scuola non è così; perché tutte le scuole dovrebbero essere così, perché come dice il mio DS la vera “rivoluzione è la ‘sperimentazione’ fatta sistema”.

Secondo sentimento: orgoglio per il lavoro svolto fino ad ora … Guardo le attività e penso che, a parte il contesto, sono simili a quelle che si svolgono in parecchie classi della mia scuola, con i banchi vecchi e bucati. Allora mi dico che quello che vado predicando da anni ha un senso: l’ambiente (in questo caso, per fortuna) non è solo necessariamente quello che ti circonda realmente.

I pensieri si rincorrono: penso ad un altro video che ho visto tempo fa e ho parcheggiato nell’area delle riflessioni. Un video che, al di là dell’interessanti attività proposte, mi ha colpito per la solita, ricorrente ‘necessità’ di giustificarsi per l’uso della tecnologia. Rassicurare tutti che i libri non moriranno, che i bambini lavorano anche in modo tradizionale. Io penso che, finché sentiamo il bisogno di chiedere scusa per l’uso delle tecnologie nella didattica, non ci siamo; significa che abbiamo paura, che non ci crediamo fino in fondo.

Chi lavora con le tecnologie sente anche un altro impulso terribile: il bisogno quasi catartico di mostrare un prodotto finito. Io non sono d’accordo: la maggior parte del nostro lavoro “da insegnanti” è solo un tassello di un quadro/percorso generale fatto spesso di piccole cose: esercizi semplici e banali, schemi, ricerche, catalogazioni…mi piacerebbe riuscire a mostrare questo: il famoso 2.0 nella testa.

Ritengo il vero successo dell’apprendimento quando i ragazzi iniziano a non essere più preoccupati del voto ma iniziano a fare domande, a chiedere di percorrere strade personali, a non accontentarsi. La rivoluzione tecnologica ci permette di avere tutto a portata di mano, anche nella più tetra e brutta aula. Cosa fa la vera differenza? Avere le risorse economiche per poter dare a ciascun ragazzo (soprattutto a chi non può) una porta sulla rete, connessione gratuita e illimitata, che gli permetta di avere sempre a disposizione un ambiente condiviso e uno o più compagni di viaggio (docenti, amici, compagni, genitori…). Poi i ragazzi si organizzano e disseminano anche da soli.

L’altro giorno un bambino di prima che era stato coinvolto da due vicine di casa di terza per reggere il cellulare mentre registravano un tutorial di grammatica, mi ha detto: “divertente quel compito, ci abbiamo impiegato un pomeriggio ma è stato forte.” Sì, ho pensato, forte, stanno scrivendo il loro personale libro di grammatica e si inventano pure gli esercizi….anche se la mia aula fa un po’ schifo.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 gennaio 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .
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