Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Tra La vispa Teresa e Pollicina

di Roberto Maragliano

Se n’è parlato mai tanto e con accenti tanto unanimemente scandalizzati che c’è da sospettare che il caso sia stato costruito ad arte. Dei quattro concorrenti dell’Eredità (badate bene, non imberbi quindicenni, ma ben più grandicelli) tre non sanno collocare nel tempo Hitler e solo l’ultimo ci riesce, ma per mancanza di alternative.
Indubbiamente, questo la dice lunga a proposito dei vuoti della nostra memoria collettiva.
Ma ancora più preoccupante, a mio avviso, è il tipo di discorso che ci hanno imbastito sopra, dopo che un Umberto Eco immemore dei suoi trascorsi è intervenuto a piedi uniti sulla faccenda con una letterina al nipotino per il 2014, pubblicata dall’Espresso, dove, guarda un po’, la scuola è additata come responsabile del misfatto per via del’abbandono da parte sua della propensione a far studiare a memoria. Certo, vi si aggiunge, anche mandare a mente le formazioni delle squadre calcistiche di oggi e di ieri aiuta, come aiutava imparare “La vispa Teresa”, e in questo esercizio di interazione col sapere perfino Internet può essere d’aiuto. Poi, forse un po’ pentito, in una successiva Bustina lo stesso Eco s’industria a correggere il tiro: “Questo appiattimento del passato in una nebulosa indifferenziata si è verificato in molte epoche, e basti pensare a Raffaello che raffigurava il matrimonio della Vergine con personaggi vestiti alla foggia rinascimentale, ma ora questo appiattimento non dovrebbe avere giustificazioni, visto le informazioni che anche l’utente più smandrappato può ricevere su Internet, al cinema o dalla benemerita Rai Storia”.
Ma ormai la frittata è fatta.
E infatti a ruota arriva Eugenio Scalfari:, giusto una settimana dopo, sempre sull’Espresso: no, sostiene, la faute c’est a Internet. “(I giovani) leggono notizie e cultura ridotte a poche parole. Il numero di parole usate è ormai al minimo e poiché tra pensiero e linguaggio, c’è interazione, ne deriva che il pensiero si è anchilosato come il linguaggio”. Sapere che sta tutta lì, in rete, a portata di interrogazione, ti esime dal compito di tenertela dentro, la conoscenza.
Insomma. Ancora una volta la tecnologia viene intesa (e fatta intendere) come un impoverimento e non già come un’amplificazione delle facoltà umane. Non importa che questo sia il medesimo argomento che Platone usa contro la scrittura e qualche dotto rinascimentale contro la stampa, no: importa ribadire che, nelle faccende dell’educazione, l’età dell’oro è sempre dietro di noi, collocata in un passato tanto mitizzato quanto ignorato.
E se, invece, il non dover essere costretti a memorizzare valesse come liberazione della nostra e dell’altrui mente dai vincoli della meccanizzazione? Considerato che provvede la macchina,  che bisogno c’è che vi si dedichi l’uomo? Questi potrebbe intrattenersi con qualcosa di più proficuo, no? E la scuola, potrebbe aiutarlo, e pure sostenerlo, in tutto questo, liberandosi anch’essa di tanto pesanti e così poco pensanti luoghi comuni.
Tutti quelli che parlano e sparlano di perdita di memoria, di snaturamento, di smarrimento, di ignoranza questo passaggio l’hanno mai colto o capito, hanno mai provato a misurarcisi? Temo che la risposta sia negativa.
Dunque, proviamo a battere (e far loro percorrere) altre vie, smettiamola di  perdere e far perdere tempo dietro a simili luoghi comuni.
E allora, se a degli “straparlatori” ottantenni dobbiamo proprio dare ascolto (come ogni domenica, peraltro con affascinanti esiti, ci suggerisce di fare Antonio Gnoli su Repubblica) vediamo di sceglierceli per bene, questi nostri interlocutori. Per esempio, prestiamo orecchio a uno come Michel Serres. “Ci uniamo qui ai piagnoni antichi e moderni, i cui discorsi e testi deplorano la perdita dell’oralità, della memoria, della concettualizzazione e di tante altre cose preziose per i nostri avi. In realtà la perdita della memoria, nell’epoca che seguì quella in cui si declamavano a mente i poemi di Omero, liberò le funzioni cognitive dal carico impietoso di milioni di versi; apparve allora, nella sua semplicità astratta, la geometria, figlia della Scrittura. Allo stesso modo nel Rinascimento una perdita ancora più importante sollevò i saggi dallo schiacciante obbligo della documentazione, che allora si chiamava dossografia, e li riportò bruscamente alla nuda osservazione che fece nascere le scienze sperimentali, figlie della stampa. A bilancio, i vantaggi prevalgono in maniera preponderante sui pregiudizi, poiché in tali circostanze nacquero due altri mondi, che permisero di comprendere questo. Sapere consiste allora non più nel ricordare, ma nell’oggettivare la memoria, nel depositarla negli oggetti, nel farla scivolare dal corpo agli artefatti, lasciando la testa libera per mille scoperte” (Un nuovo Rinascimento dalle nuove tecnologie, su “Vita e Pensiero”, n. 6 2013, anticipato qui).
Tra l’altro, potrebbe essere, questa, l’occasione per andare al prezioso volumetto che il filosofo francese ha pubblicato l’altr’anno, tanto discusso e postillato in Francia quanto ignorato qui da noi (forse anche per l’assurdo e offensivo titolo escogitato in traduzione). Statene certi, se lo farete imparerete a guardare con occhio più costruttivo e fiducioso sia a Pollicina sia a quella che potrebbe/dovrebbe rappresentarne il giusto destino scolastico.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “Tra La vispa Teresa e Pollicina

  1. soudaz
    24 gennaio 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .
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