Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Hacker vs Maker [parte seconda]

di Mario Pireddu

(segue da Hacker vs Maker [parte prima])

Sugli hacker molto è stato detto e scritto negli ultimi decenni, mentre il movimento dei Maker si sta facendo conoscere al grande pubblico solo negli ultimi anni (anche in Italia, si pensi al successo della Maker Faire di Roma dell’ottobre scorso). Evgeny Morozov sottolinea come per Chris Anderson – autore di numerosi saggi tra cui Makers: il ritorno dei produttori. Per una nuova rivoluzione industriale – il concetto di “making” sia talmente ampio da includere praticamente qualsiasi attività (giardinaggio, lavoro a maglia, perline e punto croce, etc).

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Anderson, per più di dieci anni direttore di una rivista come Wired, sembra ora non gradire, sottolinea Morozov, la piega ‘virtuale’ che le nostre vite hanno preso: gli schermi e i computer ci allontanerebbero infatti dal contatto con gli oggetti fisici, e dunque occorre invertire la rotta. Per Anderson ciò che ha caratterizzato Internet negli ultimi vent’anni è stata la democratizzazione dell’invenzione stessa, e con il movimento Maker può oggi accadere qualcosa di simile nell’ambito dell’artigianato e della produzione. La critica di Morozov alle idee di Anderson diventa qui una critica alla visione del futuro dei Maker inteso come visione del futuro del capitalismo stesso: Anderson confonderebbe infatti le due cose, perché preso dentro la propria “Internet metaphysics”.

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Per Morozov una serie di cattivi segnali mostrerebbe che il movimento dei Maker è in realtà soltanto un’altra faccia del capitalismo: l’interesse e i finanziamenti del Dipartimento della Difesa americano, l’introduzione nelle scuole di percorsi di apprendimento ispirati alle idee del movimento, persino le politiche del governo cinese per la creazione di makerspaces. Ora, nonostante sia certamente utile ridimensionare le dichiarazioni entusiastiche di Anderson o di persone come Mark Hatch (CEO di TechShop), non si capisce quale sia invece l’utilità di critiche come quella di Morozov. Seguendo quella stessa logica, infatti, qualunque azienda sarebbe criticabile in quanto ente orientato al profitto, e così qualsiasi persona impiegata nel settore privato, a prescindere dalla validità delle idee proposte. Per non parlare poi dell’interesse del governo americano o di quello cinese, che di per sé dovrebbe dimostrare qualcosa di terribile, come se invece non ci fossero centinaia di altre organizzazioni o istituzioni – non militari e non totalitarie – coinvolte nell’adozione di idee e metodologie dei maker, anche in campo educativo.

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Da Anderson Morozov sposta la sua attenzione su Lee Felsenstein, uno dei leader del celebre Homebrew Computer Club degli anni Settanta, ricordando come questi volesse costruire una infrastruttura comunicativa che consentisse ai cittadini di condividere informazioni in modo decentralizzato e senza dover dipendere dai media tradizionali. Felsenstein fu tra quelli che diedero vita al progetto Community Memory, rete di computer installati in spazi pubblici a Berkeley e San Francisco in grado di far comunicare i cittadini tra loro in modo anonimo: per Morozov, il primo vero “social media” (o medium, diremmo noi).

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La connessione più importante fatta da Morozov è quella tra Felsenstein e i lavori di Ivan Illich. Testi come La convivialità avrebbero funzionato da ispirazione per alcuni membri dell’Homebrew Computer Club, e sarebbero intrisi – per usare le parole di Morozov – di “naïveté”, in quanto scarsamente fiduciosi verso la politica tradizionale. È a questo punto che la semplificazione operata da Morozov si fa più evidente: scrive infatti che “cercare la salvezza unicamente attraverso gli strumenti non è una strategia politica più valida dell’affrontare i mali del capitalismo coltivando un pubblico apprezzamento delle arti e dei mestieri”. Chi ha letto Illich sa bene che “cercare la salvezza unicamente attraverso gli strumenti” non corrisponde al suo pensiero (che, tra l’altro, è molto distante da quello di Anderson). Una cosa è il doveroso richiamo ai processi di negoziazione sociale che mediano qualsiasi utilizzo delle tecnologie, un’altra è ridurre un pensiero complesso come quello di Illich a poche righe e a una generica accusa di ingenuità.

Illich nei suoi testi (anche nel suo testo forse più celebre) parlava di uso aperto e esplorativo delle capacità acquisite dalle persone, di “libera partecipazione a un ambiente significante”, e di necessario passaggio di responsabilità dall’istituzione all’individuo. Sosteneva la necessità di liberare l’accesso alle cose, liberare la trasmissione delle capacità, liberare le risorse critiche e creative della gente, liberare l’individuo dall’obbligo di adattare le proprie aspettative ai servizi offerti da una professione precostituita.

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Il concetto di trame dell’apprendimento (learning webs) di Illich rimandava già nel 1971 a concetti oggi attualissimi come quello di peer-matching network. Illich ha immaginato, trent’anni prima del web 2.0 e di tante teorie sul costruttivismo e sul connettivismo, un sistema computerizzato in grado di connettere le persone in base ai loro interessi, e in grado di rendere sempre meno necessari i percorsi formativi istituzionali. In tempi di Khan Academy e di MOOCs, di social media e di maker, ogni formatore è chiamato oggi a riflettere sul presente e sul futuro di organizzazioni che faticano a cambiare. Ed è questa, a patto di volerla vedere, la sfida posta oggi ai sistemi educativi dal mutamento connesso alla diffusione delle tecnologie, non solo quelle di rete.

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

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