Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Hacker vs Maker [parte prima]

di Mario Pireddu

[questo post è il primo di due, scritto a partire da un lungo articolo di Evgeny Morozov pubblicato sul New Yorker]

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“Il richiamo del sublime tecnologico ha rovinato più di un movimento sociale”, scrive Evgeny Morozov nel suo articolo, molto letto e condiviso in rete. La tesi di Morozov è la stessa che caratterizza i suoi ultimi libri: diamo troppa importanza agli aspetti ‘magici’ della tecnologia, e non riflettiamo abbastanza su politiche e valori ad esse legati. Secondo l’autore di “The Net Delusion” e “To save everything, click here”, siamo spesso indotti a credere alle parole di tecnoentusiasti e affaristi, che ci propongono un mondo in cui qualsiasi problema può essere risolto da un nuovo gadget o un nuovo software. Rapiti dall’estasi feticistica associata ai nostri scintillanti dispositivi, dimentichiamo di impegnarci per comprendere ciò che realmente determina le nostre opportunità e le nostre libertà (McLuhan nel 1964 parlava di amore degli aggeggi).

L’articolo di Morozov è ricco di riferimenti e aiuta a contestualizzare un percorso evolutivo che dai primi del Novecento arriva fino a oggi (e alla diffusione di stampanti 3D, processori Arduino, open source robot, etc.). Morozov ha gioco facile nel decostruire miti già decostruiti diverse volte in passato, come le utopie libertarie degli anni Sessanta (con tutte le citazioni del caso: Berkeley, Free Speech Movement, Whole Earth Catalog, il duo Jobs-Wozniak, etc.). C’è da dire che sottolineare che i consumatori vennero allora convinti a sentirsi ‘ribelli’ per non pensarsi affatto consumatori è un esercizio che possiamo ripetere all’infinito (anche applicando la stessa ‘decostruzione’ alle strategie dei lovemark contemporanei), ma d’altronde equivale a riconoscere che il marketing insiste da tempo sui propri cliché. E dunque? Cosa aggiunge Morozov a un dibattito non nuovo?

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Un punto importante, secondo lui, è che per far credere ai consumatori di essere dei ribelli non allineati al sistema dominante, persone come Stewart Brand (autore e fondatore del Whole Earth Catalog), li avrebbero convinti di essere degli “hacker”, riprendendo un termine in uso presso centri di ricerca come il M.I.T. Distinguendo gli hacker dai pianificatori e dai grigi tecnocrati, ricorda Morozov, si voleva far passare l’idea che con la diffusione dei computer gli hacker avrebbero preso il sopravvento e la società sarebbe finalmente cambiata in meglio. “I computer erano le nuove droghe, senza alcun effetto collaterale”, scrive Morozov, ma il paragone tra droga e tecnologie – o meglio, ambienti tecnologici – lo fece ancora una volta già McLuhan nel 1969, nella celebre intervista a Playboy (e al netto di giudizi moralistici).

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Dunque, e di nuovo, dove porta il discorso di Morozov?
Alla critica del concetto di “de-istituzionalizzazione della società”, qui associato alla diffusione del personal computer, e potremmo dire che non c’è critica più nota e condivisa. Se da un lato possiamo dire che è sicuramente utile ricordare che la “retorica della rivolta” è spesso più funzionale alla conservazione di un sistema piuttosto che al suo superamento, dall’altro non sembra una grande scoperta il fatto che “i nostri hacker non stanno distruggendo il sistema” (così come non sono grandi scoperte la disuguaglianza e la non democraticità della rete). Un’ultima volta, cosa resta del pur coinvolgente ragionamento di Morozov?

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In sintesi, emerge l’associazione tra hacker e maker: “i maker sono i nuovi hacker”, scrive infatti l’autore, denunciando la “Internet metaphysics” di persone come Chris Anderson e i progetti del Dipartimento della Difesa americano volti a favorire la penetrazione del maker movement all’interno del sistema scolastico statunitense. Ed è qui che Morozov traccia un collegamento tra il Free Speech Movement, le infrastrutture di comunicazione e Ivan Illich, che merita qualche riflessione anche per le implicazioni su media e educazione, e che appronfondiremo nella seconda parte di questo articolo (a breve in rete).

Informazioni su mariopireddu

Ricercatore per il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, mi occupo di studio, pratica e ricerca su media e formazione. Membro del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (LTA) dal 2006. Insegno "Mass media, nuovi media e società delle reti" presso l'Università IULM di Milano. Amo il basso elettrico e cucinare. Linux user

2 commenti su “Hacker vs Maker [parte prima]

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Questa voce è stata pubblicata il 13 gennaio 2014 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

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