Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo

di Antonietta Casano

docente di Lettere al Comprensivo 1 di Frosinone

La Repubblica, nei giorni passati (6 dicembre) si è schierata contro il digitale. Cioè parlando di due argomenti differenti, i risultati OCSE e il tempo libero, rileva come la rete e i dispositivi digitali facciano perdere tempo, non conducano ai risultati attesi… insomma sono da bocciare (?!). Iniziamo dal primo articolo che mi coinvolge come prof vocata al digitale. Nell’articolo si annota che i risultati migliori dei nostri quindicenni si hanno se essi vivono in classi di 26/30 alunni e se usano sistemi tradizionali. Sempre nello stesso articolo si dice che è meglio quando gli alunni usano le tecnologie a casa piuttosto che a scuola. Il pensiero di Vertecchi, riportato nell’articolo a proposito dei motivi che possono aver determinato questa situazione, è interessante. Ovviamente sull’uso dei nuovi (?) dispositivi pesa una scarsa abitudine al mezzo e alle grammatiche, pesa la liberalizzazione delle informazioni che obbliga a imparare nuove strategie della legittimazione della veridicità. Io vorrei aggiungere delle osservazioni pratiche, forse anche banali.

Quando lavoro con le tecnologie in classe, devo insegnare anche altro: banalmente devo insegnare ad usare dei programmi che poi mi permetteranno di “lavorare” sui contenuti ma nello stesso tempo devo insegnare che la “forma” che userò è una forma. Se produco un oggetto gradevole ma vuoto o scorretto non funzionerà per niente mentre se forma e contenuto “vanno d’accordo” il risultato sarà esponenziale. Queste osservazioni sembrano banali e applicabili a qualsiasi produzione ma non è così. A scuola, nella produzione tradizionale a mano non ci preoccupiamo più di tanto se l’impaginazione funziona o no. Produciamo testi o oggetti scolastici che vivono e muoiono nelle cartelle degli alunni e negli archivi. Non consideriamo la progettazione grafica dei testi, la significazione della formattazione (e questo solo per restare nell’ambito della produzione scritta normale).

Se riporto in digitale il metodo di lavoro tradizionale ci perdo: perdo tempo per insegnare a usare programmi, perdo tempo perché spesso la strumentazione è vecchia, perdo tempo perché le connessioni (è sulle connessioni che ci si gioca la partita) sono lente, ma soprattutto perdo tutte le volte che faccio una “traduzione troppo letterale” che non tiene conto della grammatica diversa chiamata in gioco dal mezzo utilizzato. Con una classe che usa quotidianamente le tecnologie, dopo un anno di scuola avevamo registrato che i ragazzi erano in grado di utilizzare almeno una quindicina di programmi nella normale attività didattica; questo vuol dire che ne avevano imparato almeno i fondamentali ed erano capaci di scegliere il programma più adatto al contesto di apprendimento.

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Vuol dire anche che avevano dovuto imparare la tecnologia, oltre il contenuto disciplinare. Ma vuol dire che anche i prof, se vogliono usare linguaggi diversi, devono a loro volta conoscere ed usare nuove grammatiche. Se il tempo a scuola è lo stesso per chi usa la tecnologia e chi no, è facile comprendere che, dal punto di vista quantitativo i primi sono penalizzati, hanno usato il loro tempo anche per altro.

Nel momento in cui si iniziano ad usare gli strumenti digitali si apre inoltre la possibilità offerta dalla rete di pubblicare, divulgare, mostrare. Questo è un valore aggiunto importante del prodotto scolastico che sottolinea la valenza del sapere come scambio. Quando i miei alunni trovano su un blog o su un sito un lavoro ben fatto di cui ci appropriamo, lasciano un commento positivo e ringraziano. Quando fanno una ricerca, elencano i siti che hanno consultato, sanno discriminare dall’url chi può averli prodotti, ci rimangono male quando siti diversi riportano il copiaincolla da wikipedia. Quando a loro volta decidono di rendere pubblico un lavoro è perché funziona, perché può essere usato anche da altri.

L’altro giorno, lavorando su un tema che avevamo in parte affrontato in una classe precedente, i miei alunni di terza hanno ripreso i vecchi lavori di ricerca di due anni prima. Si sono sorpresi del modo “grezzo” che avevano nel cercare e trovare informazioni, hanno sottolineato che l’aspetto era pessimo. Bravi, ma queste osservazioni ancora non fanno parte della valutazione.

E per il tempo perso? Io credo che non sarebbe stato necessario scrivere un articolo per misurare quanto tempo dura un caffè al bar e due chiacchiere vuote con il cameriere, oppure quando ci si ferma a guardare le mosche, a non fare niente… tempo perso… quando si tratta di virtuale anche l’essere inconcludenti va giustificato due volte.

Immagine di copertina di: MediaMerchants

4 commenti su “Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo

  1. elisa
    18 dicembre 2013

    Cari Prof.”In un confronto serrato tra studenti, docenti ed esperti saranno gli studenti i protagonisti che porranno domande ( ne sono pervenute moltissime), e tracceranno la loro new way of life nella scuola aiutandoci ad immaginare e ad andare verso una scuola senza pareti, collaborativa, condivisa nel cloud e trasparente, nella quale il docente non perde il suo ruolo, ma ne acquisisce uno nuovo, il Mentore: chi lavora sulle competenze, abilità e risorse dell’individuo, per renderlo più capace di affrontare in modo adeguato le relazioni nei diversi contesti di vita e di risolvere in modo più efficace i problemi. Non più depositario o trasmettitore di conoscenze, ma facilitatore di processi, per creare consapevolezza nella crescita in un accesso critico all’informazione”. La scuola digitale appare quindi come una grande opportunità in grado di modificare i rapporti all’interno delle aule. Ma non tutto è così lineare. I professori temono spesso che la tecnologia possa risolversi in una gran perdita di temp o per la risoluzione dei problemi tecnici di tablet e lavagne multimediali, che d i solito non sanno governare. E in più i docenti, in questo affiancati anche dai genitori, temono che internet in classe sia sinonimo di distrazione e di mancanza di con trollo, mentre dall’altra parte in molti sostengono che la tecnologia porti relazioni nuove basate sulla collaborazione e sulla condivisione dei saperi. Ma sono tante le paure e le incognite, tipiche di qualsiasi periodo di trasformazione. Proprio per questo è necessario un confronto aperto e trasparente per capire in che direzione potrà evolversi la scuola digitale del futuro. NOn condivido queste paurè dèlla perdita di tempo in quanto la nuova generazione di studenti si forma con i media education dall infanzia e sono abili e super capaci oltre ch eappasi onati del digitale

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Questa voce è stata pubblicata il 16 dicembre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

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