Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Non è ‘colpa’ di Internet

VenereBlog

di Ornella Martini

Quella che segue è una piccola riflessione su due oggetti che fingono il corpo, emersa alla mia coscienza come reazione alla reazione degli studenti e delle studentesse alla lettura-discussione di passi dall’ultimo capitolo del libro di Remedios Zafra, Sempre connessi. Spazi virtuali e costruzione dell’io. La cornice è quella del mio insegnamento di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento, che svolgo insieme a Roberto Maragliano; il libro della Zafra è stato proposto da lui. In uno degli incontri in aula, abbiamo letto ad alta voce la parte iniziale del capitolo, e non siamo riusciti ad andare molto oltre nella lettura, bloccati dalla rituale alzata di scudi contro la simulazione-finzione-alienazione-inganno della soggettività che si metterebbe in scena in Rete, nel caso della Zafra – trattandosi di materiale scritto già da qualche anno – sul palcoscenico ‘auto-ingannatore’ di Second Life. Di quelle righe mi aveva colpito la riflessione sulla percezione del corpo materiale reincarnato nell’avatar neofita: da un lato, lei sentiva una sorta di adesione a quel corpo che, essenzialmente, era espresso da un abito, dall’altro, vedeva quell’abito volteggiare sullo schermo nei suoi primi goffi tentativi di ‘abitare’ uno spazio nuovo per lei, cercando di farsi notare il meno possibile. Trattandosi di un avatar ‘bambino’, vestito di una delle poche opzioni destinate a un principiante, ogni sforzo di mescolarsi tra la folla in modo anonimo risultava impossibile. Da qui, il senso di sdoppiamento doppio, vissuto dalla Zafra in quell’occasione nuova: il suo corpo abitato da un abito e un sé che non le rispondeva a modo, travolto nelle regole sociali di uno spazio altro. Ecco, mi colpiva questo: l’immagine di un corpo espresso in un abito e il tentativo di far finta di niente, cercando, attraverso gli adattamenti e le trasformazioni del corpo, di farsi notare cercando di restare invisibili, cioè acconciato, plasmato, sistemato, come tutti gli altri. Ho pensato: “Scusate tanto, ma, allora, Internet che c’entra? Non è quello che, ogni giorno, tanto o poco, con creatività, investimento, ansia, con consapevolezza o meno, fa ognuno di noi?” La questione sta tutta da un’altra parte e, comunque, in quanto aperta, non ha risposta univoca, certa e definitiva.

Ecco qui, da dove viene la mia ‘piccola riflessione’. Sul tema della percezione del proprio corpo attraverso lo specchio degli oggetti usati per RAP-PRESENTARLO agli altri, ho pensato a qualcosa che non c’entra con la Rete o, almeno, di cui la Rete non può essere accusata: si tratta dei tanti piccoli inganni che si adottano per nascondere quelli che ognuno pensa siano difetti impresentabili o disarmonici rispetto a modelli implicitamente condivisi (solitamente, se sei maschio, tendi ad esplicitare riferimenti diretti a quelli femminili ogni volta che puoi, magari anche soltanto con uno sguardino timido di traverso, ci “butti un occhio”, come si dice). Tanto più nevroticamente e drammaticamente questi modelli vengono percepiti, reagiti e vissuti nel caso di adolescenti femmine. Tralasciando i grandi interventi di trasformazione analogica del corpo per via chirurgica, e digitale per via Photoshop e applicazioni varie di ritocco delle immagini, restano mille “furbizie” come, ne cito due, il reggiseno imbottito e i pantaloni push-up. Questi ultimi sono forniti di stecchette metalliche di sostegno e rimandano alle tante immagini antiche di corpi femminili co-stretti e ingabbiati nei busti di stecche di balena: io non ne ho esperienza diretta, ma pare che le stecche dei pantaloni che tirano sù i glutei facciano altrettanto male; dei secondi ho esperienza diretta tramite Irene: dalla mia perlustrazione, al momento risulta impossibile trovare reggiseni per adolescenti NON IMBOTTITI (esclusi quelli sportivi). Irene ed io stiamo ancora litigando perché io sostengo che quello che ha acquistato con la nonna è imbottito, e lei si arrabbia e dice di no, che non lo è. Quello che penso è: considerare normale usare questi reggiseni, come modifica nel profondo l’immagine del corpo femminile in generale e del proprio in particolare? Questi corpi dentro un reggiseno che dà forma, un solo tipo di forma, rotonda e piena, come educano le nuove donne a sentire, rispettare, far rispettare il proprio corpo? In fondo, è solo un reggiseno, eppure racchiude un mondo.

Informazioni su ornellamartini

Vivo e lavoro tra città e campagna: Roma e Rieti. Insegno all'Università e cucino al Fienile di Orazio. Lavoro la creta, leggo, organizzo attività educative all'insegna dell'emozione per bambini e ragazzi. Adoro stare là da noi in campagna, ascoltare l'Opera, chiacchierare con mio marito e mia figlia. E poi mi piace fare e comprare bigiotteria creativa, camminare, andare a cavallo e tante altre cose che non c'è bisogno di dire tutte qui.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 dicembre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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