Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Le ansie, i colori e le promesse

di Roberto Maragliano

Dire che l’ho letto tutto in una volta, il saggio di Nadia Fusini Hannah e le altre, è troppo poco. Più corretto riconoscere che l’ho divorato, in una (e a questo punto felice) mezza nottata d’insonnia.

eichmannSe n’è parlato abbondantemente, del volume, in occasione della sua uscita la primavera scorsa, nelle pagine giornalistiche e pure su quelle di rete dedicate alla lettura. Dunque altro non mi sento di aggiungere, qui, limitandomi a puntualizzare (o ricordare) che la Hannah richiamata nella prima parte del titolo e presente nella sezione più ampia del volume è la Arendt, filosofa e storica e giornalista tedesca naturalizzata statunitense. Sua è la teoria sulla “banalità del male”, sintesi dell’esperienza maturata con l’assistere, a Gerusalemme, nel 1961, al processo mosso nei confronti di Adolf Eichmann, nazista, e in tale veste rivelatosi più funzionario che militare. E sua è anche la vicenda personale meno drammatica, almeno se paragonata a quella delle “altre” due: Simone Weil, filosofa e scrittrice francese impregnata di misticismo, morta in un sanatorio vicino Londra, in piena guerra nel 1943, e Rachel Bespaloff, anch’essa filosofa di matrice francese, suicida nel 1949 negli Stati Uniti.

Anche al di là degli incontri che se ci furono non ebbero seguito, a Nadia Fusini piace ipotizzare che affrontando, parte in chiave sintonica e parte in successione, i temi della guerra e della barbarie le tre testimonino della differenza femminile anche relativamente ai modi e ai contenuti del pensare, e soprattutto del pensare il male della guerra. E si/ci convince pienamente di questo con l’adottare, a sostegno della tesi formulata, uno stile narrativo ed espositivo tutt’altro che accademico e “maschile”, centrato sulla disponibilità all’ascolto, la resa delle immagini e su le dinamiche degli accostamenti giudiziosi, almeno quanto lo stile corrente nell’altro genere pretende riconoscimento e sottomissione al giogo dell’erudizione. Così la resistenza e l’impegno a non soccombere espressi dai tre itinerari di nomadismo geografico (con l’approdo comune negli Stati Uniti) e letterario (con la scelta a favore dell’Iliade e di Kafka) si fanno occasione e rivendicazione di un metodo di indagine che  va alla ricerca di trame e polifonie più che di linee e segni univoci.

Ma non è di questo che intendo dire qui, quanto di un mio comportamento dentro il testo che, una volta ripensato mi è apparso incoerente e meritevole di censura, mentre, dopo, si è rivelato di ben altra valenza significativa.
Dovete sapere che quel testo, come molti da due anni a questa parte, l’ho letto in versione digitale. Va be’, direte, che cambia? E che c’entra con la serietà del tema? Ecco, cambia in questo, che come ogni buon software di lettura, anche quello che io ho usato col mio tablet permette sia di individuare le frasi più frequentemente evidenziate dagli altri lettori del testo sia di variare i colori delle proprie personali sottolineature. Ecco, mi sono accorto, terminato il saggio, che, intanto, non ero stato solo nella lettura, ma in compagnia delle tracce lasciate da altri (e altre). Ma di un’altra cosa ho preso coscienza, anche se con un po’ di sgomento iniziale, e cioè che, come tanti studenti che si presentano agli esami universitari, avevo praticamente sottolineato tutto il testo, lasciando evidenziati da una mancata sottolineatura solo pochissimi passi. Con una differenza però, che le mie evidenze figuravano a più colori. Subito ho provato un moto di vergogna: come, un testo drammatico, che condensa dolore e dramma, ridotto a gioco cromatico? Va bene riprendere le voci e differenziare i movimenti e le risonanze dei discorsi tramite soluzioni visive, ma tutto ciò può essere ridotto a gioco cromatico? A questo ci/mi conducono le pratiche del consumo digitale?

Passato lo smarrimento, mi sono dato una qualche ragione, non so se accettabile ai vostri occhi. Di fatto, ai miei quei colori si sono mostrati capaci di tirar su, dal profondo, un barlume di senso, che altrimenti sarebbe andato nascosto. Un senso che ora mi sembra legittimamente coincidere con uno stato di serenità. Mi spiego. Se queste sono “le indimenticabili antenate” per le donne d’oggi, chi, come me, da tempo lotta con e contro se stesso per assumere un’angolazione diversa e più duttile di quella cui si sente imprigionato per appartenenza di genere, da tutto ciò non può non ricavare elementi di serenità e di speranza per il futuro.
“Tutte e tre  queste donne nascono e vivono in anni ansiosi, in cui la premonizione del disastro si accompagna a una indefinibile, ma gravida e spaventosa promessa di rivelazione”. Anche gli attuali sono anni di ansie. Per quanto indefinibile ora, quelle spontanee e irriflesse sottolineature di colore esprimono – me ne sono convinto – la mia personale, intima fiducia che esista, e sia là dove anche allora era, un’altrettanto gravida promessa di rivelazione.

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Un commento su “Le ansie, i colori e le promesse

  1. alepeluso
    28 novembre 2013

    L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 novembre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , .

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