Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Stars and Stripsody

di Roberto Maragliano

Questa volta, per la rubrica inClasse, capovolgo le abitudini e vi invito a partire dal di dentro della scuola. Dopo, se vorrete seguirmi, risaliremo alle fonti del caso mostrato e lì ci fermeremo un po’.

Per intanto, prestate occhi e orecchi all’esperienza che trovate qui. Viene dalla Francia ed è di ragazzi e ragazze di età corrispondenti a quelle della nostra prima media.

Che ve ne sembra? Potrebbe essere uno spunto per giocare e far giocare coi linguaggi del fumetto, indagando sui rapporti fra suono e immagine, nonché fra scrittura e suono. Certo, l’esperienza potrebbe esaurirsi attorno a questa piccola ancorché preziosa idea: un’oasi di puro divertimento, insomma, da riservarsi, con le dovute differenze, a livello di scolarizzazione primaria o secondaria o anche, perché no?, all’università, per esempio a “formazione primaria”. Se pensate questo, potete abbandonare la lettura del post (o tutt’al più fare una visita a questo autentico reperto storico, ispirato al rapporto fra fumetto e suono). È mia intenzione, invece, andare più lontano e portarmi dietro chi, davanti a giochini come questo, si pone interrogativi e cerca risposte di maggiore spessore.

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Attenzione, il salto nel tempo che vi chiedo è notevole, quasi un mezzo secolo. E notevoli sono pure le figure che troviamo attorno alle fonti. Una è una star che brilla ancora e che tutti riconoscono come tale, Umberto Eco. Le altre tre stelle non hanno l’universalità (e la visibilità) di questa, ma sia pure in zone più circoscritte brillano, e non poco. Sono Cathy Berberian, Luciano Berio e Eugenio Carmi. Rispettivamente una cantante americana la cui voce, si disse, aveva ricevuto il dono di rendere naturale l’innaturale; poi il grande compositore italiano, fedele all’idea, parafrasata da Wittgenstein, che ciò di cui non si riesce parlare si deve cantare; infine un pittore impegnato a dare visibilità all’idea, che fu già della filosofia antica, di un universo segnato dalla geometria.

La storia, grosso modo è questa, anche se il tempo e la coltre di leggenda che mette sulle cose fanno sì che non ci sia perfetta concordanza tra le diverse testimonianze. Comunque, è assodato che Berio e Berberian, che fino a poco prima del “fatto” di cui andiamo dicendo, erano marito e moglie, mai avevano smesso di influenzarsi a vicenda, il primo nel lavorare a dare forma musicale ad ogni manifestazione sonora della voce umana, la seconda attratta dall’idea di tradurre anche in termini compositivi la sua propensione a dar corpo ad ogni possibile espressione vocale. A questo nucleo di partenza associamo la curiosità, la propensione al pastiche culturale e pure il gusto per lo sberleffo che erano del primo Eco, e il gioco è fatto. Punto di partenza, l’idea, coltivata dalla Berberian, di mettere in musica (e non solo) il modo in cui i fumetti presentano e rappresentano i suoni, cioè onomatopee o anche altro tipo di parole sytrip3visivamente rese, comunque, in forma di onomatopea. A questo punto, Eco fa incontrare Carmi con Berberian. Così nasce Stripsody: la composizione/esecuzione, il libro del 1966 che raccoglie disco e immagini e relativi commenti (oggi introvabile), e, successivamente, anche lo spartito grafico, artisticamente ricreato da Roberto Zamarin.

Chi voglia dedicare l’attenzione che merita a questa operazione di (meta)avanguardia multimediale, può rifarsi al saggio che gli ha dedicato Andrea Garbuglia, parte del quale è reperibile qui.

Comunque la vogliate mettere, è una storia che finisce bene. Due mesi fa, in splendida veste, con tanto di disco e commenti aggiornati, Stripsody è tornato in libreria.

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Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

2 commenti su “Stars and Stripsody

  1. Maria Antonella Galanti
    6 novembre 2013

    Amo le immagini e amo i suoni. Deve essere per questo che mi piacciono i fumetti, perché ho conservato questo approccio bambino alla conoscenza immediata della realtà. Educare ai fumetti permette di educare contemporaneamente al suono e e all’immagine. Entrambe considerate, a scuola, figlie di un dio degli alfabeti minore e veicolo, invece, di conoscenze profonde e perduranti. (E sono anche d’accordo che ciò di cui non si riesce a parlare lo si deve cantare!)

  2. Roberto Maragliano
    6 novembre 2013

    Da anni, inascoltato, cara Antonella, lo sai bene, conduco la mia personale battaglia nei confronti di una scuola troppo scrittocentrica, che, tra l’altro, fallisce proprio nell’obiettivo dell’educare alla scrittura. Ora tocca pure che mi difenda ai fianchi, dagli attacchi di chi pensa che con il digitale delle lavagne e delle tavolette sia tutto risolto, e di chi accusa il digitale di portare solo caos e superficialismo. Il problema è che si continua a guardare il dito. Il problema della scuola è invece la luna. Cioè la sua ragione sociale, che non può essere più quella di due secoli fa. Se il digitale ha un merito è nel portare alla luce questa siderale distanza tra un apprendimento aggregante e condiviso e uno sezionante e isolato. In altri termini la frattura più grossa, io penso, non è fra la lavagna d’ardesia e quella di bit, o tra il libro cartaceo e l’ebook, ma fra un uso del tablet coerente con le dinamiche di una cultura aperta e produttiva e un suo impiego come veicolo per una cultura chiusa e riproduttiva. Sob.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 novembre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , .

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