Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

La perdita dell’innocenza

di Roberto Maragliano

Statene certi. In questo mese di novembre 2013 ne saremo invasi.
Tanto vale profittare dell’occasione per impiantare ragionamenti non rituali e sottrarci così al rituale celebrativo e melenso delle ricorrenze.
Non è operazione semplice, considerato che noi e loro (adulti e adolescenti) siamo tutti esseri molto e multimediali, in quanto tali esposti alla lusinga del ricavare piacere e consolazione da tali messe in scena, a dispetto, si direbbe, del bisogno di incrementare, anche per queste vie, la comune intelligenza del mondo.

Molti l’avranno capito, sto parlando dei cinquant’anni dall’assassinio del Presidente Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 di novembre del 1963. I primi segni vengono, oggi, dalla pubblicazione da parte di National Geographic di un dvd che propone in versione restaurata ad alta definizione le riprese dei cineamatori presenti alla scena. E chi sa quante altre occasioni avremo, da giornali tv e rete, per tornare sul luogo del delitto.

Già che ci siamo, propongo, facciamolo per bene.

E riconosciamo che quella è stata una soglia importante. Ciò che là ha iniziato a cambiare, in profondità, è una cosa grossa: la chiamerei “senso di realtà”. Sappiamo delle migliaia di pagine che sono state prodotte dalle diverse inchieste, sappiamo degli innumerevoli scoop giornalistici e tecnici e scientifici che si sono succeduti da allora. Sappiamo soprattutto, ne siamo convinti ormai, che è difficile, se non impossibile che si arrivi a stabilire la verità. Anche la formula classica che piace a tanti (“la stabiliranno gli storici”) rischia di non valere, in casi come questi.

Ciò che mi interessa far notare (e invitare chi voglia a farlo notare ai suoi allievi o educandi) è il denso e quantomai complesso rapporto fra verità e media.

Per la prima volta, è stato detto mille volte, un assassinio è avvenuto in diretta. Radio, tv, foto e video amatoriali: mai, prima, si era stati messi nelle condizioni di disporre di una massa così estesa ed eterogenea di fonti documentarie.

Come mai, allora, non siamo in grado, nemmeno a distanza di mezzo secolo, di stabilire la verità? Come mai , se proprio vogliamo entrare in quel contesto e in quel clima, a soccorrerci e convincerci sono più le affabulazioni letterarie (DeLillo o King) o cinematografiche (Stone) che non le pretese scientifiche della sterminata letteratura d’inchiesta? Come mai siamo sempre esposti all’idea del complotto, che metterebbe a posto tutte le pedine?

Forse il tema è troppo grosso per poter essere adeguatamente dominato.

Ricaviamone almeno qualche provvisoria ma significativa considerazione di metodo.

1. Il bisogno di avere verità sulle cose è tanto più soddisfatto quanto più limitato è il numero dei soggetti e degli strumenti abilitati a stabilirla.

2. Democrazia e trasparenza non sempre vanno a braccetto.

3. Sapere di più delle cose non sempre equivale a renderle più semplici e trasparenti, anzi, il più delle volte le rende più complesse e opache.

4. Con Dallas il mondo tutto ha iniziato a perdere la sua innocenza (e la sua dolcezza).

5. Checché se ne pensi, questa perdita è stato un guadagno. Indietro non si torna.

6. Aggettivatela come volete, postmoderna liquida complessa, è questa la società in cui siamo.

7. Quanto dovremmo aspettare per avere una scuola (e un’università) all’altezza dei problemi posti da questa società?

“Chi non ha vissuto gli anni prima della rivoluzione non può capire cosa sia la dolcezza del vivere” (Talleyrand)

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 ottobre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , .

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