Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

Due anime a confronto sul digitale scolastico

di Roberto Maragliano

Luca De Biase, nel post odierno, riassume bene, anche se con lo schematismo che è proprio degli appunti di rete, la questione dell’editoria digitale, per come diversamente è trattata dagli ultimi due ministri.

Intendendo ugualmente muovere le acque stagnanti, Profumo ha puntato su misure dall’alto, Carrozza fa ricorso a misure dal basso. Il primo, infatti, ha pensato di poter forzare la situazione, impegnando l’editoria ad accelerare i tempi del cambiamento. Comunque si voglia valutare quel che è avvento, non c’è dubbio che questa linea sia stata sconfitta: il mondo editoriale, quello politico e buona parte di quello intellettuale hanno detto no. Dunque Carrozza si è trovata in una via molto stretta, per di più presidiata dall’editoria e da una parte significativa dell’amministrazione, che dopo il breve e comunque ambiguo intermezzo di apertura nei confronti dell’innovazione tecnologica si è subito riallineata ai desiderata di editoria e accademia.

Cosa ha fatto Carrozza con il recente decreto? Ha scelto la via (dal basso, appunto) di responsabilizzazione della scuola. Ha implicitamente ammesso  (ma se lo avesse detto in modo esplicito sarebbe stato meglio per tutti) che non c’è nessun vincolo normativo riguardo l’adozione dei libri di testo, dunque né di carta né di bit, e che, profittando del digitale e della rete, dunque delle opportunità che si aprono per il self publishing, le scuole stesse possono darsi da fare e organizzare autonomamente dei repertori di materiali utili alla didattica. Posizione, questa, assolutamente corretta, e forse anche lungimirante, ma che avrebbe bisogno di ben altro sostegno, economico, culturale e politico. Così formulata rischia invece di scomparire, affogata dal peso dell’ambiguità con cui l’allegato del decreto tratta la questione delle piattaforme, cioè dell’infrastruttura necessaria a far decollare l’iniziativa dei data base di scuole. Lì il documento si esprime solo in chiave negativa: no alla piattaforma di editore (giusto: un povero studente che usi cinque libri di testo digitali di case diverse dovrebbe passare freneticamente da un ambiente all’altro)  e no ad una piattaforma ministeriale (meno giusto, secondo me: si potrebbe a questo proposto incaricare un ente esterno, ripeto esterno, come il CNR, di provvedere); e, in positivo, solo una velata raccomandazione agli editori (che lascia il tempo che trova) perché si mettano d’accordo.

Questi i due modelli. In un qualche modo, si può dire che la partita, dopo la sconfitta di Profumo, si riapre. Ma le ambiguità restano, restando operazione molto difficile quella di tenere assieme il bisogno di cambiamento, l’esigenza di risparmio delle famiglie, gli interessi degli editori e quello dei venditori di risorse e infrastrutture di rete, per non dire dell’opinionismo superficiale dell’intellettualità nostrana.

Tanto meno si riuscirà nell’impresa, quanto si sarà portati a trascurare alcune questioni di fondo che solo tangenzialmente toccano la materia tecnologica. Tra queste, ce n’è una su cui da tempo ho cercato di portare l’attenzione. Non voglio ripetermi, dunque procedo per schemi. Si tratta dell’atteggiamento nei confronti della didattica, intesa come sapere teorico e pratico dotato di una sua autonomia. Nella tradizione della pedagogia progressista nazionale, e pure nella sua traduzione in azione politica, esistono due anime che hanno sempre avuto difficoltà a confrontarsi. Adottando il riferimento al sistema scolastico parlerei di anima primaria e animaa secondaria. L’anima primaria (prevalente nel contesto della scuola primaria, appunto) vede una priorità dell’azione didattica nei confronti della determinazione dei contenuti da insegnare e far apprendere. L’altra riconosce un ruolo di preminenza, addirittura di esclusività, al tema dei contenuti, generalmente trattato in termini libreschi. Così è nella storia e nell’attualità (sia pure pallida) del dibattito attorno all’innovazione scolastica: MCE, per intenderci, rappresenta la prima anima, e CIDI la seconda, così come, in ambito cattolico, AIMC sta da una parte e UCIIM dall’altra.

Fin qui gli schieramenti. Non è cosa nuova: Giuseppe Lombardo Radice vs Giovanni Gentile.

C’è un ma, oggi, ed è il fatto che  digitale sconvolge questo territorio. Non lo si può gestire positivamente se non affrontando seriamente, e a tutti i livelli, il tema della didattica e senza includere all’interno di questo la problematica del rapporto fra i saperi, quelli del mondo e quelli della scuola.

In un altro paese di questo, soprattutto, si discuterebbe. Malgrado tutto, non perdo la speranza che anche il nostro, dopo tanti travagli, possa un giorno diventare un altro paese.

Annunci

Informazioni su Roberto Maragliano

Il Piccolo dizionario delle tecnologie audiovisive, scritto assieme a Benedetto Vertecchi, è del 1974. Da allora non ho smesso di occuparmi di quelle cose. Da persona che sta dentro il rapporto tra formazione e media, non sono le tecnologie che mi preoccupano, ma gli atteggiamenti superficiali di tanti nei confronti delle tecnologie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 5 ottobre 2013 da in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , .

Il nostro sito ufficiale

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: